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Regali, clientelismo, illegalità diffusa: fotografia dell' 'altra Valle d'Aosta' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Elena Tartaglione   
Domenica 09 Giugno 2013 21:26

di Elena Tartaglione - 5 giugno 2013

“Aosta, mafia di montagna” titolava uno storico articolo del Corriere della Sera del 7 marzo 1994. “Se ne va il magistrato che denunciò "legami culturali" tra malavita calabrese e gente della Valle” recitava appena più in basso il pezzo, a firma di Riccardo Chiaberge. Mario Vaudano, procuratore di Aosta dal 1989 al 1994, aveva scoperchiato la pentola, prima di essere mandato a Roma a svolgere altri incarichi. Ieri sera è tornato in Valle, all’Hotel Etoile du Nord di Sarre, per una serata organizzata da Libera Valle d’Aosta. Al suo fianco una seconda importante relatrice, Paola Caccia, figlia del procuratore Bruno Caccia ucciso dalla 'ndrangheta il 26 giugno 1983 a Torino. A suscitare l’interesse del folto pubblico è stata la presentazione del dossier “L'altra Valle d'Aosta. 'Ndrangheta, negazionismo e casi irrisolti ai piedi delle Alpi”, della collana “I Quaderni di Libera e Narcomafie”, editi dal Gruppo Abele. La pubblicazione, che sarà diffusa a livello nazionale, è il frutto dell'impegno volontario degli attivisti di Libera Valle d’Aosta e dei rappresentanti di alcune associazioni aderenti al coordinamento regionale, come Legambiente Valle d’Aosta e Mia-Memoria Impegno Azione.

E’ stato proprio Vaudano a firmare l’introduzione del libretto, cento pagine che pesano più di un’edizione completa dell’enciclopedia Treccani. All’interno c’è spazio per la commissione regionale antimafia, che ha già terminato il suo compito, essendo nata come organismo “a tempo determinato”, ma anche per gli illeciti ambientali perpetuati sul territorio, per i vari episodi eclatanti di “reati civetta” come l’evasione fiscale, che segnalano l’esistenza di problemi di un certo ordine di gravità, per il caso Lavoyer e il caso Sorbara, per la visione d’insieme sulla Valle offerta dalla commissione parlamentare antimafia, la Dna e la Dia, per la sentenza Tempus Venit e perfino per una ricerca su quanto i media locali abbiano trattato queste tematiche. Il testo è in vendita (8 euro), per poter acquistare la pubblicazione basta chiederne una copia ad Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

Nei primi anni ’90 Vaudano indagò sul traffico di armi clandestine dalla Svizzera, le infiltrazioni mafiose, il bracconaggio, la presenza massiccia di pregiudicati orbitanti attorno al Casinò, gli incendi “misteriosi” nei cantieri – tutti fatti ancora all’ordine del giorno – ma soprattutto constatò un clima particolare, una situazione di illegalità diffusa e ambientale nella nostra regione, una cultura della legalità e del diritto decisamente poco sviluppata. Gli esempi non mancano, e li elenca con precisione nella sua introduzione: oltre al traffico di buoni benzina, ovviamente impossibile al giorno d’oggi, cita l’indennità per bilinguismo per funzionari che non conoscevano per niente la lingua francese, le sovvenzioni alle stalle che servivano per ristrutturare case private, abbattimenti di bovini più che sospetti. Una menzione speciale va “alle decine di funzionari doganali distaccati all’epoca al Monte Bianco, senza che vi mettessero piede”. Erano, scrive, gli albergatori di Courmayeur a segnarli come presenti, “dividendo in modo del tutto paritario i vantaggi”.
Il malaffare, secondo Vaudano, trova radice nel clientelismo, che opera a tutti i livelli. Sono proprio i meccanismi clientelari a favorire la criminalità, organizzata e non, instaurando una zona di non diritto. Nel suo intervento, ha deplorato, come cittadino, l’assenza di alternanza politica da molti anni, una situazione in grado di produrre un humus clientelare poco sano. “La politica ha le sue responsabilità, ma anche i cittadini, che sono coloro che, attraverso il voto, la legittimano”.

L’educazione svolge un ruolo fondamentale, e l’apporto di Paola Caccia, in questo senso, è stato molto interessante. Insegnante di educazione tecnica alle scuole medie, porta spesso i propri alunni a visitare la cascina Caccia, un bene confiscato alla famiglia di Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio di suo padre, ora gestito da Libera Piemonte. Inoltre ha trovato un modo interessante per spiegare, con un esempio pratico, in cosa consiste la politica dei favori. Non accetta regali dai suoi alunni alla fine dell’anno, per spiegare ai ragazzi che fino a quando ci saranno dei vincoli professionali tra loro regali e piacere devono essere banditi. Non teme di essere corrotta dai genitori, ma ritiene che la mentalità di chi cerca scorciatoie può essere sconfitta anche con esempi del genere. L’aneddoto invita a considerare con sguardo critico la quantità di pacchi dono recapitati nel periodo di Natale sulle scrivanie di mezza Valle d’Aosta. Un rigore morale trasmessole anche dal padre, un giudice che non scendeva mai a compromessi. Era un uomo molto riservato, in casa, ha raccontato Paola Caccia, non avevano la percezione dei rischi che correva. L’operazione Minotauro ha lasciato emergere una verità più profonda, ancora da indagare, e così la famiglia, incoraggiata dal lavoro delle associazioni, ha chiesto la riapertura del caso.

Marika Demaria, referente regionale di Libera, ha sottolineato alcuni aspetti, come la richiesta, più volte formulata, di rendere pubblici gli atti integrali della Commissione regionale antimafia, e non solo: “Vorremmo una nuova Commissione, questa volta in forma permanente, come è normale in altre regioni anche del Nord” ha argomentato. “La sua composizione non dovrebbe essere a carattere politico, serve un organismo composto da persone realmente competenti in materia, anche da fuori Valle”. A un mese dalla grande festa di San Giorgio e Giacomo, dopo quanto emerso in sede giudiziaria riguardo a Giuseppe Tropiano, “è giunto il momento di “mettere in discussione i contributi regionali e comunali ad una manifestazione il cui organizzatore principale è condannato per favoreggiamento alla ‘ndrangheta” ha affermato Marika Demaria. “Anche la sede del comitato organizzatore, fissata nella parrocchia di Saint Martin per antiche ragioni di devozione religiosa, non ci sembra opportuna”.
 

di Elena Tartaglione (www.aostasera.it)
 

05/06/2013





























 





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