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Borsellino quater: sentito Spatuzza, 'Sulla strage dissi nel '97 che si sbagliavano' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 11 Giugno 2013 22:30
di Aaron Pettinari - 11 giugno 2013

Se non avesse parlato ancora oggi degli “innocenti” sarebbero in carcere a scontare la pena sulla strage di via d'Amelio e, forse, non si sarebbe mai saputa una grossa fetta di verità su quanto accaduto in quella domenica di luglio del 1992. Oggi, presso l'aula bunker di Rebibbia, è stato il giorno dell'audizione del pentito Gaspare Spatuzza, chiamato a deporre al processo per la strage che ha visto morire il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), per cui sono imputati i boss Salvo Madonia, Vittorio Tutino e i falsi collaboratori di giustizia Francesco Andriotta, Calogero Pulci e Vincenzo Scarantino. Quest'ultimo, che mai prima d'ora si era presentato al processo che si celebra innanzi alla Corte d'Assise di Caltanissetta, era oggi in aula. “Mi hanno fatto delle zozzerie. Io ho più paura dello Stato che della mafia, perché i mafiosi arrivano e ti ammazzano, invece vivere così è un inferno. Io non riesco neppure a dormire. In troppi mi vogliono male” ha raccontato ad alcuni cronisti. Violenze di cui aveva sentito parlare anche lo stesso Spatuzza, secondo quanto da lui dichiarato in aula. “Venni messo a conoscenza da Nicola Di Trapani delle violenze e delle vessazioni che Vincenzo Scarantino aveva subito nel carcere di Pianosa”.

Del resto il nuovo procedimento prova a far luce sulla verità dei fatti e l'interrogatorio di Spatuzza è ovviamente uno degli elementi cardine. Addirittura, se gli investigatori fossero stati più attenti, la storia sarebbe potuta essere riscritta con qualche anno di anticipo. Era il 1997 quando Spatuzza, prima di pentirsi, inviò un segnale al procuratore Vigna. “State facendo un grossissimo errore sulla strage di via D’Amelio, siate cauti. In particolare dissi qualcosa sul furto dell'auto che poi fu imbottita di tritolo. Feci capire che magari quei ragazzi avevano rubato questa macchina, ma che altri ragazzi avevano rubato la 126. Ma non aggiunsi nulla e dalle istituzioni non ricevetti altre domande. Di più non avrei potuto dire perché rischiavo la vita”.

Per il resto l'ex boss di Brancaccio, rispondendo alle domande dei pm Gozzo e Luciani, non si è mai scomposto. Per filo e per segno ha ricostruito tutte le fasi ante e post attentato. Sin dal principio ha ritenuto di dover ribadire che “Dal 1992 al gennaio del 1994 la famiglia mafiosa di Brancaccio, a cui io appartenevo, si è resa autore di crimini che non entrano nell'ottica sia pur perversa di Cosa nostra. Alludo alle stragi del Continente. Capaci ci apparteneva, via D'Amelio pure. Mentre Falcone e Borsellino erano nostri nemici nulla c'entravano gli innocenti che sono stati vittime degli attentati di Firenze, Roma e Milano. E lo stesso sarebbe stato con gli attentati falliti di via Fauro e dell'Olimpico. Se uccido, come a Firenze, persone inermi siamo su un versante abnorme anche per il linguaggio mafioso”.

Tuttavia quelle stragi erano necessarie. O almeno è quel che spiegò il capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano, prima in un incontro a Campofelice di Roccella a Palermo, poi al “bar Doney” a Roma, giusto pochi giorni prima del fallito attentato all'Olimpico. “Giuseppe Graviano disse che era bene. Così chi si doveva smuovere si sarebbe dato una smossa. Chiese se capivamo di politica e spiegò che c’era di mezzo qualcosa che se andava a buon fine ne avremmo tutti giovato a cominciare dai carcerati. Io non feci domande. In Cosa nostra non esiste che si facciano domande dirette su certi temi”. E poi ha aggiunto: “Facemmo tutti i preparativi per l’attentato che doveva essere devastante, colpire tanti carabinieri. Scegliemmo come sede lo stadio Olimpico. Era stato fissato come data il 23 gennaio del 1994. Con Graviano ci vedemmo una settimana prima al bar Doney, a Roma. Lui era felice, mi disse che avevamo il Paese nelle mani grazie ad alcune persone serie che non erano come i 'quattro crasti' dei socialisti che prima avevano preso i voti poi ci avevano fatto la guerra. Poi mi fece il nome di Berlusconi e del nostro compaesano Dell’Utri”. Inteso che l'obiettivo era stato raggiunto Spatuzza ritenne che l'attentato all'Olimpico potesse essere sospeso, proponendo di tornare “al vecchio progetto di uccidere il pentito Totuccio Contorno, che nel frattempo avevo individuato. Ma Graviano disse che si doveva andare avanti perché gli si doveva dare il colpo finale”.

Spatuzza ha anche ripercorso tutte le varie fasi di preparazione dell'attentato di via D'Amelio, dal furto dell'auto a quello delle targhe, fino al giorno della messa a punto dell'esplosivo quando portò la Fiat 126 in un garage assieme a Fifetto Cannella. “Tutto era stato ben predisposto e potevamo agire per il furto delle auto anche fuori dalla zona di Brancaccio. Agimmo io e Tutino. Una volta messa al sicuro la macchina avvertii Giuseppe Graviano che l'auto non era di persone che conoscevamo. Lui mi chiese se era in buone condizioni e quando io gli elencai i difetti che aveva mi disse di sistemarli e di renderla perfettamente efficiente”. Spatuzza ha poi raccontato che nel giorno della preparazione dell'autobomba Spatuzza, ha trasportato l'auto in un garage, accompagnato da Fifetto Cannella, in cui vi era Renzino Tinnirello e sul fondo del locale un'altra figura a lui ignota. “Non lo conoscevo. Ho un'immagine sfocata di quella persona di 50 anni circa. Ho cercato di chiarire chi fosse in questi anni, di chiarire quest'aspetto così delicato, ma non ci sono riuscito. Posso escludere però, in base a quelle che erano le mie conoscenze, che fosse organico alle famiglie mafiose”. Spatuzza ha poi approfondito alcuni elementi sulla preparazione degli attentati. “Credo che le stragi di Capaci e via D'Amelio nella preparazione avessero avuto una preparazione tecnica decisamente più accurata rispetto a quella di altre stragi”. Il pentito di Brancaccio ha raccontato anche che il cosiddetto “tecnico” di cui la famiglia mafiosa di Brancaccio disponeva per gli attentati esplosivi era Salvatore Benigno definendolo “scarsamente preparato, però, come dimostrano i falliti attentati a Maurizio Costanzo e ai carabinieri allo stadio Olimpico. In entrambi i casi le modalità erano di azionamento a distanza come in via D'Amelio. Ma in via D'Amelio posso dire che ci fu un'altra mano tecnica”.

Spatuzza ha anche rivelato che il boss Graviano lo aveva incaricato “di comprare un aereo telecomandato. Mi spiegò che altri ne avevano già acquistati e che dovevamo fare le prove per trasformarli in bombe volanti caricandoli di esplosivo”. “Io lo acquistai - continua Spatuzza - mi costò più di un milione e qualche prova l'ho fatta. Dovevamo imparare a pilotarli e poi dirigerli verso obiettivi caricandoli di una modesta quantità di esplosivo”.
Spatuzza ha ribadito i suoi rapporti con i Graviano, “appoggiati” al tempo della guerra di mafia anche se non era ancora ufficialmente “combinato”. Un rapporto di fiducia che si è manifestato a più riprese. “In carcere- ha raccontato Spatuzza - parlai di dissociazione con Filippo Graviano, una cosa che mi interessava avendo io intrapreso un percorso di allontanamento dalla mafia, ma lui mi disse che dai magistrati non avevamo nulla da aspettarci e che quel discorso non ci interessava. Questo in una prima occasione. Piuttosto mi disse che se non fosse arrivato qualcosa da dove arrivare, allora c'era da avvertire Giuseppe che era il caso di cominciare a parlare”.
Da allora però c'è stato solo il silenzio. O quasi. Durante il processo d’Appello nei confronti di Marcello Dell’Utri, Filippo Graviano non ha accettato il confronto con Spatuzza mentre Giuseppe Graviano si era “riservato” di parlare con i giudici qualora le sue condizioni fisiche sarebbero state migliori in seguito, messe a dura prova dal regime del carcere duro. Quindi il processo è stato rinviato a domani mattina quando verrà sentito nuovamente Spatuzza mentre al pomeriggio verrà escusso il pentito Fabio Tranchina.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)







 

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