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Borsellino quater: Spatuzza, 'sulla strage Cosa nostra non era sola' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari   
Giovedì 13 Giugno 2013 06:26
di Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari - 12 giugno 2013

Non c'era solo Cosa nostra a preparare la strage di via D'Amelio. Per Spatuzza è quasi una certezza. Lo ha ribadito quest'oggi, davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta eccezionalmente in trasferta presso l'aula bunker di Rebibbia. Sollecitato dalle parole del pm Nico Gozzo (“Questo Paese ha tanti misteri. E non può tollerarne altri, quindi questo è il momento di fare chiarezza. E' il momento giusto di dire se c'è qualcosa che non ha ancora detto”) rivolgendosi alla corte ha detto: “La persona che era nel garage in cui portammo la 126 usata per la strage non era di Cosa nostra. Ne sono convinto – ha detto ai giudici – Ho una diapositiva in testa e in questi anni ho cercato di mettere a fuoco questa persona. Ho fatto pure una descrizione, effettuando un riconoscimento fotografico ma non è che posso dire cose. Tra le possibilità c'è che possa appartenere alle forze dell'ordine e la mia vita la gestiscono loro, sono io la prima persona ad avere interesse a vederla in carcere. Ma proprio non ricordo. Questo è un mistero fondamentale da risolvere e io sono qui per la verità”. Quindi ha fornito un ulteriore aspetto su quel “mister X” non appartenente a Cosa nostra. “Ribadisco di non averlo mai visto prima, né dopo nessuno mi ha mai detto chi fosse”.

Se da una parte, ad oggi, non si conosce l'identità di quel soggetto dall'altra si fa sempre più largo il convincimento che uomini dei servizi segreti, o di apparati deviati, non solo fossero presenti il giorno della strage in via D'Amelio (così come dichiarato dal sovrintendente di polizia Francesco Maggi che parla di almeno quattro o cinque uomini dei servizi provenienti da Roma che giravano con le spillette del Ministero dell'Interno già nei primi attimi post attentato ndr) ma che potrebbero essere stati protagonisti nelle stragi. Del resto ieri lo stesso Spatuzza aveva confermato come dietro le stragi del '92, sulla preparazione del detonatore, potesse esservi una mano diversa da quella di Cosa nostra. Il pentito di Brancaccio ha parlato che il “tecnico” di cui la famiglia mafiosa di Brancaccio disponeva per gli attentati esplosivi era Salvatore Benigno definendolo “scarsamente preparato, però, come dimostrano i falliti attentati a Maurizio Costanzo e ai carabinieri allo stadio Olimpico. In entrambi i casi le modalità erano di azionamento a distanza come in via D'Amelio. Ma in via D'Amelio posso dire che ci fu un'altra mano tecnica”.

Grazie alle rivelazioni di un altro collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, abbiamo scoperto che, prima di lui, come uomo a dover premere il bottone del telecomando era stato designato Pietro Rampulla, poi assente il 23 maggio 1992 in quanto “quel giorno aveva un impegno familiare”.
E Rampulla non era certo uno qualunque ma un “uomo d’onore” di Mistretta oltre che terrorista con dei contatti con i servizi segreti e ai movimenti eversivi di estrema destra.
In quanto uomo vicino ai servizi significa che questi erano informati della strage in fase di preparazione? Lo stesso può dirsi per via D'Amelio, dove un uomo misterioso partecipò  all'imbottitura dell'esplosivo nella 126? Domande che restano aperte.
Spatuzza ha poi parlato delle fasi di recupero dell'esplosivo, “era il marzo-aprile del 1992 quando ci recammo a Porticello dove trovammo un certo Cosimo di circa 30 anni ed assieme a lui andammo su un peschereccio attraccato al molo da dove recuperammo dei cilindri dalle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Successivamente constatai che al loro interno vi erano delle bombe”. “Recuperati i fusti – ha proseguito Spatuzza - li caricammo sulla autovettura per dirigerci verso la mia abitazione. Una volta arrivati a casa di mia madre, ubicata in un cortile, scaricammo i bidoni all'interno di una casa diroccata di mia zia che era a fianco di quella di mia madre e che noi usavamo come magazzino”. Successivamente, sempre secondo il racconto del pentito, venne “recuperato altro esplosivo in alcuni bidoni alla Cala, (vicino al porto) legati ad un peschereccio”. “Nessuno mi ha mai detto esplicitamente a cosa servisse l'esplosivo”, ha concluso Spatuzza che tuttavia collega la circostanza con la strage di Capaci avvenuta da lì a poco. Spatuzza ha anche detto: “Spero che chi sa più di me parli. Del resto abbiamo assistito a tante istituzioni che hanno trovato la memoria dopo 20 anni, mentre a me, perché tutelavo la mia sicurezza è stata revocata la protezione”.
Un piccolo “sassolino” che il pentito di Brancaccio si è voluto togliere in merito alla decisione della commissione del Viminale che, nel 2010, gli revocò la protezione sostenendo che alcune sue rivelazioni, in particolare quelle relative alle confidenze ricevute dal boss Giuseppe Graviano nell'incontro romano al bar Doney (“Con Graviano ci vedemmo una settimana prima al bar Doney, a Roma. Lui era felice, mi disse che avevamo il Paese nelle mani grazie ad alcune persone serie che non erano come i 'quattro crasti' dei socialisti che prima avevano preso i voti poi ci avevano fatto la guerra. Poi mi fece il nome di Berlusconi e del nostro compaesano Dell’Utri”), sarebbero arrivate oltre il termine stabilito dalla legge dei 180 giorni. La decisione venne poi bocciata dal Tar e la commissione tornò sui suoi passi.
E anche su queste affermazioni dei Graviano si aprono inquietanti scenari di verità. L'ultimo colpetto, con il fallito attentato all'Olimpico, non va in porto ma a quel punto, come ha ricordato Spatuzza, “le stragi si fermano”. E' il segno che l'obiettivo di Cosa nostra era stato raggiunto?
Lo stesso collaboratore di giustizia ha fornito un'interessante chiave di lettura: “Da lì a pochi giorni vengono arrestati i Graviano ma non è questo il motivo per cui le stragi si fermano. Non si erano fermate neanche con l'arresto di Riina, hanno fatto il loro corso, mentre poi tutto viene interrotto”. E se un accordo non fosse stato raggiunto allora a cosa si riferiva Filippo Graviano quando, sempre a Spatuzza, ha detto “Se non arriva quel che deve arrivare c'è da far sapere a Giuseppe che è il caso di cominciare a parlare con i magistrati". Aspetti non secondari.
Un altro elemento approfondito quest'oggi in sede dibattimentale ha riguardato l'acquisizione o meno di un verbale di oltre ottanta pagine da cui emergerebbero, già nel 1998, delle dichiarazioni lasciate da Spatuzza ad un colloquio investigativo alla presenza dell'allora procuratore nazionale antimafia, Luigi Vigna, e Piero Grasso sulla scia di quell'affermazione dell'agosto 1997 in cui l'ex boss di Brancaccio, all'epoca non ancora pentito, disse “State facendo un grossissimo errore sulla strage di via D’Amelio, siate cauti”. Richiesta di acquisizione che è stata poi rigettata dalla Corte.
In tarda serata ha avuto poi inizio l'escussione del collaboratore di giustizia Fabio Tranchina. L'ex boss, anch'egli di Brancaccio, ha ripercorso le fasi di avvicinamento a Cosa nostra e come ha intrapreso poi la decisione di collaborare con la giustizia. Il processo è stato poi rinviato a domani quando, dalle 9.15, si riprenderà con l'audizione di Tranchina e, nel pomeriggio, con quella di Giovanni Brusca.

Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)







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