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Scritto da Petra Reski   
Martedì 02 Luglio 2013 09:44
di Petra Reski - 2 luglio 2013

  • Avevo vent’anni, quando mi infilai in una vecchia Renault 4 e andai da Kamen a Corleone. Solo perché mi ero letta Il Padrino. Standomene sdraiata sul letto, sotto un tetto spiovente tappezzato a motivi floreali. In quella stanza avevo studiato il golpe in Cile, soffermandomi in particolare sulla riforma agraria di Allende e sulla nazionalisazione delle miniere di rame, avevo imparato a memoria i verbi irregolari francesi e, come avevo fatto leggendo Macbeth, mi ero posta i grandi interrogativi sulla coscienza e sulla colpa. E nel frattempo avevo letto Il Padrino.

Sono le prime righe del mio libro “Sulla strada per Corleone“. A vent’anni, ero in effetti vittima della folclore della mafia – una folclore che funziona benissimo dove non ci sono morti ammazzati dalla mafia. Oppure: dove si può – se capitano morti ammazzati di mafia, tipo a Duisburg – sempre fare finta che non hanno niente da fare con i cittadini onesti. Almeno cosi ha fatto il ministero degli interni del land Renanina-Settentrionale-Vestfalia (che nome!) rispondendo ad una interpellanza parlamentare riguardando la presenza della mafia: “Secondo le opinioni prevalenti tra le forze dell’ordine, la minaccia diretta e l’uso della violenza sono rivolte contro altri cittadini italiani”. La carneficina di Duisburg? Italiani che si ammazzano tra di loro.

Per fortuna, la folclore mi è passata dopo, al più tardi quando ho cominciato a scrivere i primi articoli sulla mafia. Per le mie ricerche sono spesso andata a Corleone, dove ho avuto tra l’altro anche la fortuna di conoscere il sindacalista e scrittore Dino Paternostro (qui il suo sito Città nuove Corleone) – uno delle tante persone in Sicilia che mi ha aperto gli occhi.

E così sono particolarmente felice e onorata che posso presentare il mio libro a Corleone, il giorno 11 luglio. Sono stata invitata dal laboratorio della legalità, un associazione antimafia dedicata a Paolo Borsellino. Il laboratorio della legalità si trova in un posto particolare: in una casa confiscata a Bernardo Provenzano.

da: PetraReski.com

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