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A Palermo il tritolo per uccidere Di Matteo
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Scritto da Giorgio Bongiovanni   
Giovedì 25 Luglio 2013 15:00
pool-trattativa-c-castolo-gianninidi Giorgio Bongiovanni - 25 luglio 2013

L'ombra di una nuova strage di Stato


A pochi giorni dalle commemorazioni sulla strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e la sua scorta, a Palermo torna lo spettro di un nuovo attentato. Nel mirino c'è il sostituto procuratore Antonino Di Matteo, magistrato di punta dell'inchiesta trattativa mafia-Stato confluita nel processo che si svolge a Palermo per “attentato al corpo politico dello Stato”. A rivelare il progetto di attentato un confidente che, in base alla ricostruzione del quotidiano “La Repubblica”, non è un mafioso ma sarebbe ritenuto attendibile dagli organi investigativi. L'uomo, i primi di luglio, ha parlato alla squadra mobile di Palermo di incontri fra capimafia di città e alcuni “paesani”, in cui sarebbe stata sollecitata l’esecuzione dell’attentato nei confronti del magistrato. Non solo, in questi incontri si sarebbe anche detto che l’esplosivo era già arrivato.
La notizia è stata immediatamente girata al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza ed una nota riservata è stata inviata anche all’Ufficio centrale scorte, organismo istituito presso il ministero dell’Interno che ha deciso di portare il livello di protezione per Di Matteo al primo.
Un tipo di scorta che è stato assegnato solo ad una ventina di persona in tutta Italia, compreso il Capo dello Stato. Così al palazzo di giustizia sono arrivati i carabinieri del Gruppo d'intervento speciale, le teste di cuoio, che si aggiungono al nucleo scorte di Palermo. Di Matteo per la propria sicurezza ha a disposizione un corteo composto da tre auto blindate, con una quarta a fare da “staffetta”, mentre sotto l'abitazione del magistrato c'è una vigilanza fissa mentre altri carabinieri si occupano della “bonifica” delle strade e dei luoghi maggiormente frequentati dal pm.

Le rivelazioni dell'ultimo confidente non sono i primi “avvisi” nei confronti dei magistrati della Procura di Palermo. A fine giugno, proprio nel giorno dell'udienza sulla trattativa, ignoti si erano introdotti nell'abitazione di un altro dei magistrati del pool che si occupa dell'inchiesta, Roberto Tartaglia, andando a rovistare tra armadi e cassetti portando via una pen-drive, e altre minacce erano state portare nei confronti del sostituto procuratore Francesco Del Bene. Anche attorno a loro e al procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che coordina le indagini, è scattata l'allerta. Inoltre non possono essere dimenticate le lettere anonime arrivate in Procura, una delle ultime ad aprile, in cui si parlava proprio della preparazione di un attentato nei confronti di Nino Di Matteo in cui era scritto: “Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo”. L’anonimo scriveva pure di alcune prove di esplosivo fatte in provincia di Trapani.

Alla luce di queste notizie occorre fare alcune considerazioni. Le ultime indagini su Cosa nostra rivelano come a Palermo e dintorni vi sia una nuova schiera di boss rampanti che sarebbero pronti anche a gesti eclatanti. Probabilmente non è un caso che negli ultimi anni si sia tornato a sparare con il verificarsi di omicidi di mafia (ultimi quelli contro i canadesi Juan Ramon Fernandez e Fernando Pimentel). Tuttavia secondo alcune fonti investigative non vi sarebbe la convenienza, da parte di Cosa nostra, ad uccidere in questo momento alcun magistrato. Il collaboratore di giustizia Manuel Pasta ha raccontato agli inquirenti come nel 2009 lo stesso Matteo Messina Denaro, che a giugno ha raggiunto i 20 anni di latitanza, si sarebbe opposto ad azioni mirate contro magistrati e forze dell'ordine. “Questa è una delle problematiche che in quel momento c'era nel 2009 - ha detto - tanto è vero che il figlio di questo magistrato fu pedinato perché si doveva colpire... da quello che mi riferisce il Biondino Giuseppe (parente stretto del boss Salvatore Biondino, autista e fedelissimo di Riina legato ai servizi segreti e arrestato insieme al “capo dei capi” ndr) era intervenuto il Messina Denaro, nel senso che consigliava di non fare assolutamente queste cose e che l'esperienza del passato aveva dimostrato che non portava a nulla, anzi soltanto guai”.
 Cosa è accaduto in questi anni tanto da far cambiare idea lo stesso capomafia trapanese? La causa sarebbe da ricercare non nella serie di colpi subiti da Cosa nostra con la lunga serie di arresti che hanno portato alla sbarra i mafiosi. Forse la causa è da ricercare proprio nell'inchiesta sulla trattativa e sul processo che è ora in corso a Palermo e che vede come imputati non solo i capimafia ma anche politici e rappresentanti delle istituzioni. La Cosa nostra di oggi non è più quella del 1992, con i corleonesi che dovevano intraprendere una strategia stragista. Tuttavia, così come accadde per Borsellino, si potrebbe “prestare” ad essere braccio armato di ben altri mandanti. E il sospetto che a chiedere un attentato possano essere personaggi dello Stato è alto.
Nell'inchiesta sulla trattativa, che tra l'altro si sta sviluppando anche in un secondo troncone che sta cercando di accertare eventuali responsabilità di ambienti deviati dei servizi segreti, sono coinvolti uomini politici di centro, di destra e di sinistra. 
Anche la Procura di Caltanissetta sta conducendo un'indagine sui mandanti o concorrenti esterni (come li definisce il procuratore Sergio Lari ndr) alle stragi e le due inchieste di Palermo e Caltanissetta potrebbero portare nel futuro a importanti novità indagando o arrestando non solo personaggi potenti dello Stato ma anche appartenenti alla grande finanza criminale, a servizi paralleli, alla massoneria deviata e all'estremismo eversivo di destra. Un'ipotesi terrificante.
 L'accanimento che, in particolare nell'ultimo anno, è stato portato avanti nei confronti dei magistrati del pool sulla trattativa (Teresi, Di Matteo, Del Bene, Tartaglia), e di quelli di Caltanissetta ci portano a dire che se dovesse accadere qualcosa a qualcuno di questi giudici anche questo governo sarebbe responsabile dell'eventuale assassinio. Noi, ovviamente, speriamo che eventi simili non accadano mai ma se nuove stragi dovessero verificarsi sappiamo già chi saranno i responsabili.
L'inchiesta sulla trattativa è scomoda e i tentativi per intralciarla vengono portati avanti a più livelli. Altrimenti non si spiega il motivo per cui un magistrato come Nino Di Matteo possa essere oberato di “processetti” (abusi edilizi e quant'altro ndr), come accadeva a Falcone, pur di distoglierlo dalle indagini.
Indagini che potrebbero portare a scoperchiare quel calderone che i potenti vogliono tenere chiuso portando alla luce verità inconfessabili. Ancora oggi non sappiamo il motivo per il quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia risposto al telefono, e tentato di aiutare, un imputato (per falsa testimonianza) del processo mafia-Stato, l'ex ministro Nicola Mancino. Non solo. E' intervenuto addirittura in prima persona portando avanti un atto senza precedenti con il conflitto di attribuzione nei confronti contro la Procura di Palermo che ha portato alla distruzione delle intercettazioni tra lui e lo stesso Mancino. 
Sarà forse per questo che ancora non sono stati dati messaggi di solidarietà dal Capo dello Stato, nei confronti del pm Di Matteo, minacciato di morte, che come capo del Csm dovrebbe invece tutelare, proteggere e sostenere? 
Ma nell'inchiesta è coinvolto anche Marcello Dell'Utri, personaggio chiave dell'ultimo ventennio di governo berlusconiano, e dietro di lui si scorgono personaggi potenti dello Stato, della massoneria, dell'Opus Dei, dei Servizi segreti e della criminalità finanziaria.
Per evitare quella che sarebbe una vera catastrofe potrebbe anche essere utile l'intervento di Piero Grasso, Presidente del Senato oggi, ma in passato capo della Procura di Palermo e Procuratore Nazionale Antimafia.
Proprio in virtù dei ruoli ricoperti nel recente passato a lui chiediamo che non stia inerme e gridi in tutte le sedi il pericolo che corrono i suoi colleghi palermitani, che esprima il suo pensiero, che dica le sue intuizioni sulla verità delle stragi di Stato e di quelle che potrebbero verificarsi nei confronti degli “eredi” di Falcone e Borsellino. E allo stesso modo dovrebbero fare i leader del Movimento Cinque Stelle e Sel, Beppe Grillo e Nichi Vendola, a loro volta impegnandosi affinché i loro rappresentanti in Parlamento facciano sentire la propria voce esprimendo sostegno ai magistrati. Perché il silenzio e l'omertà sono figli della complicità e questo non può essere il tempo del “mutismo” altrimenti si corre il rischio di piangere nuovi martiri.
E allora diciamolo con chiarezza. Cosa nostra, in un eventuale attentato, reciterebbe il ruolo di colui che preme il telecomando, mentre i veri assassini del giudice Di Matteo sarebbero altri uomini, alcuni dei quali siedono tuttora nelle istituzioni come rappresentanti del governo e delle Istituzioni. Quindi basta!
 E con forza diciamo no ad una nuova strage di Stato!

Foto © Castolo Giannini

In foto da sinistra:
i pm Francesco Del Bene, Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi


da: AntimafiaDuemila.com

 

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