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"Ci spuntano le armi per combattere la mafia" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luca De Carolis   
Giovedì 08 Agosto 2013 16:37

 

di-matteo-c-giorgio-barbagallo-2013-3di Luca De Carolis - 8 agosto 2013


Intervista al pubblico ministero Antonino Di Matteo
Sono preoccupato, si rischiano conseguenze importanti su tante inchieste”. Il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo, pubblica accusa nel processo sulla trattativa tra mafia e Stato, riassume così il suo pensiero sulla modifica all’articolo 280 del codice di procedura penale, introdotta in silenzio nel disegno di legge di conversione del decreto “svuota carceri” del governo. Un tratto di penna che cancella la custodia cautelare per una serie di reati, molti dei quali tipici delle inchieste di mafia. L’attuale 280 comma 2 prevede: “La custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per delitti, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni”. L’articolo 1 del dl 1417, approvato lunedì alla Camera, e in queste ore in Senato, fa salire a cinque il tetto massimo della pena.

Giudice Di Matteo, quali sono i rischi di questa norma?
Fermo restando il rispetto per la piena autonomia del Parlamento, da tecnico della materia non posso che esprimere forte preoccupazione. Se venisse approvata questa modifica, non si potrebbe disporre in nessun caso la custodia cautelare per alcuni reati contro l’amministrazione della giustizia o contro la pubblica amministrazione. Sino a quelli che toccano i rapporti tra le mafie e le istituzioni. Il lavoro degli inquirenti diventerebbe molto più difficile.


Facciamo qualche esempio.
Il primo che viene in mente è quello del reato di favoreggiamento personale, caratteristico delle inchieste di mafia (lo commette chi “aiuta a eludere investigazioni e ricerche dell’autorità” dopo un delitto che prevede almeno la reclusione, ndr). Spesso questo reato è aggravato, proprio perché l’indagato ha agito per favorire l’associazione mafiosa, e allora la pena massima sale. Ma non sempre è possibile dimostrarlo subito.

In pratica, chi copre o aiuta boss in molti casi non potrebbe essere messo agli arresti.
Esattamente, e così non si potrebbe colpire quell’ambiente contiguo alla criminalità. Ma c’è una fattispecie altrettanto preoccupante.

Ovvero?
La norma toccherebbe anche il primo comma dell’articolo 371 bis, che punisce le false informazioni al pubblico ministero. Fondamentale, per sanzionare quei membri delle istituzioni o di corpi dello Stato che, attraverso reticenza o bugie, aiutano le mafie. Persone che non solo intralciano la giustizia, ma che possono mettere in atto veri e propri depistaggi.

Lei parlava anche di reati contro la pubblica amministrazione.
Sì. Posso citare l’articolo 316 bis del codice penale, sulla malversazione ai danni dello Stato: “Chiunque, estraneo alla Pubblica amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da altro ente pubblico o dalle Comunità europee contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere od allo svolgimento di attività di pubblico interesse, non li destina alle predette finalità, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”. Anche in questo caso, non siamo affatto lontani dal mondo della mafia.

Perché?
La criminalità organizzata tende sempre più a infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni. E la malversazione è un grimaldello tipico per riuscirci, utile anche per il riciclaggio di denaro.

La mafia dei colletti bianchi.
Sì, quella che mette le mani sul denaro pubblico.

Veniamo ai delitti contro l’autorità delle decisioni giudiziarie. Quanto incide la modifica al 280?
In maniera sensibile. La custodia cautelare non sarebbe più possibile per l’articolo 391 bis, che punisce “l’agevolazione ai detenuti e internati sottoposti a particolari restrizioni”. Ovvero, chiunque (non pubblico ufficiale) consenta a chi è sottoposto all’articolo 41 bis (regime di carcere duro per i mafiosi, ndr) di comunicare con altri eludendo i divieti. Una norma essenziale per colpire chi aiuta i boss a comandare anche dal carcere, e mantiene per loro i collegamenti.   

Giudice, pensa che il Parlamento possa mutare parere?
Non lo so. Io, da tecnico, ho sollevato preoccupazioni su temi concreti. Sarei molto lieto se venissero valutate con attenzione, perché il rischio concreto è di avere armi spuntate contro la barriera della criminalità organizzata.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

In foto: il pm Nino Di Matteo (© Giorgio Barbagallo)


da: AntimafiaDuemila.com

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