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Riforma della giustizia, la nuova Leva PDF Stampa E-mail
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Scritto da Marco Travaglio   
Domenica 11 Agosto 2013 10:53
di Marco Travaglio - 10 agosto 2013

Per diventare responsabile giustizia del Pd, i requisiti sono essenzialmente due: 1) non sapere nulla di giustizia; 2) esordire sul Foglio di Ferrara&B. per rassicurare il padrone d’Italia. Una specie di prova d’amore. Nel 2010 Andrea Orlando (nella foto, ndr), appena nominato responsabile giustizia da Veltroni in virtù del diploma di maturità scientifica che ne faceva un giureconsulto di chiara fama, debuttò con un paginone sul Foglio dal memorabile titolo: “Caro Cav, il Pd ti offre giustizia”.

Le proposte, anzi supposte, erano copiate pari pari dal programma Pdl: “Ridefinire l’obbligatorietà dell’azione penale… individuando le priorità” dei reati da perseguire o ignorare; “riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti”, accompagnata da “una sezione disciplinare distinta” per fa giudicare i magistrati da un plotone d’esecuzione a maggioranza politica; “rafforzare la distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”; “limitare l’elettorato passivo dei magistrati, in particolare quelli che hanno svolto attività requirenti” (cioè: rendere ineleggibili non i delinquenti, ma i pm).
Per fortuna le suddette boiate restarono nella testolina di Orlando, ora promosso ministro dell’Ambiente (sempre per via della maturità scientifica). Al suo posto è arrivato dal Molise l’avvocato e neodeputato Danilo Leva, di cui ieri abbiamo narrato le gesta di dalemiano ma anche bersaniano ma anche franceschiniano, nonché di perditore di tutte le elezioni a cui abbia partecipato nella sua breve vita. Uno dice: almeno è avvocato, qualcosa di giustizia capirà. È lecito dubitarne, a leggere la sua intervista d’esordio, ovviamente al Foglio. L’attacco è incoraggiante: “Non ci faremo dettare l’agenda da qualcun altro”. Peccato che l’“agenda delle priorità” sia un fritto misto riscaldato di supposte altrui. Nella migliore tradizione.

“Abolire l’ergastolo” è un’idea di Totò Riina, lanciata nel papello del ’92, quasi tutto realizzato da destra e sinistra, a parte appunto ergastolo e dissociazione dei boss. “Responsabilità civile dei magistrati”, “rimodulare l’obbligatorietà dell’azione penale individuando priorità” e “riformare la custodia cautelare” invece sono tre cavalli di battaglia di B. Bel modo per non farsi dettare l’agenda.

Ma le idee, oltreché copiate, sono anche confuse. La responsabilità civile delle toghe esiste già per legge, con l’ovvio limite – previsto in tutte le democrazie – che gli errori giudiziari li risarcisce lo Stato e può rivalersi sul magistrato solo in caso di dolo o colpa grave. L’azione penale obbligatoria è prevista dalla Costituzione ed esclude che qualcuno possa indicare quali reati perseguire e quali no. Quanto alla custodia cautelare, “limitarne l’utilizzo improprio in assenza di sentenze passata in giudicato” è una corbelleria bella e buona: la custodia cautelare riguarda appunto il periodo precedente le condanne definitive, altrimenti è espiazione della pena.

Ma, incassato il viatico del Foglio, Leva rincara la dose sull’Unità con altre perle di rara saggezza. Vuole “eliminare la custodia cautelare obbligatoria per titolo di reato, eccetto ovviamente i reati più gravi, ad esempio mafia, terrorismo, violenza sessuale, stalking”: forse non sa che le manette preventive, dal ’95, non sono più obbligatorie nemmeno per mafia, e quando il Parlamento provò a reintrodurle per la mafia e lo stupro (ma non per l’omicidio!), fu sconfessato dalla Consulta. Quindi ciò che Leva vuole levare è già stato levato, e pure ciò che vuole lasciare. Siccome poi insiste sull’ergastolo, dovrebbe sapere che di fatto non esiste più, se non per i boss irriducibili (ergastolo “ostativo” ai benefici penitenziari: permessi, semilibertà, lavoro esterno): gli altri ergastolani escono dopo 25-30 anni. Abolire l’ergastolo avrebbe dunque un solo effetto: l’uscita di centinaia di boss, compresi quelli delle stragi del 1992-‘93, detenuti da quasi vent’anni. Bel programma di giustizia progressista, non c’è che dire. Senza contare il rischio che Riina reclami i diritti d’autore.
 

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 10 Agosto 2013)








La riforma della giustizia che serve al Paese

 

di Danilo Leva - 9 agosto 2013

Leggo con molta attenzione il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sul tema della riforma della giustizia e, purtroppo, registro un rischio altissimo: quello di restare schiacciati sotto il peso, da un lato, del solito PDL con la litania di una magistratura politicizzata e, dall'altro, delle barricate innalzate, giustamente, dalla sinistra a difesa dei principi della Costituzione.

Ebbene, la riforma della giustizia non può essere l'appendice dei problemi personali del Cavaliere e, soprattutto, non può trasformarsi in una maschera dietro la quale nascondere la richiesta di una sua impunità.

Però, il PD, la principale forza politica del Paese, non può e non deve rinunciare ad una sua proposta né tantomeno ad una propria ed autonoma iniziativa.

Chiudere gli occhi di fronte ad un sistema al collasso non aiuta le istituzioni a recuperare credibilità. Il grado di civiltà di un paese si misura anche sullo stato del suo sistema giudiziario.

E in Italia le cose,oggi, non funzionano. A dimostrarlo sono la durata dei procedimenti civili e penali, la quadruplicazione dei costi di accesso alla giustizia, il sovraffollamento delle carceri. L'incapacità complessiva del sistema di dare risposte adeguate alla domanda di giustizia ha ormai prodotto negli ultimi anni una rinuncia preventiva dei cittadini  all'esercizio dei propri diritti. Il nodo è tutto qui.

Il sistema giudiziario italiano è da riorganizzare e noi abbiamo il dovere di dettare l'agenda alimentata da priorità che parlino non soltanto alla nostra base elettorale
ma al Paese intero.

A cominciare dal problema delle risorse. Nessuna vera riforma si può fare senza investimenti. Preliminarmente, occorre intervenire sulla trasparenza delle risorse da
impiegare nonché sui progetti che il Ministero della Giustizia ha perseguito e sulle priorità adottate e da adottare (basti pensare che ancora oggi non sappiamo come
siano stati utilizzati i 79 milioni di euro assegnati con il Fondo Unico Giustizia nel 2010).
Ed inoltre, gli stanziamenti del FUG devono essere suddivisi solo tra il Ministero della Giustizia e quello dell'Interno e non come accade attualmente che la Presidenza del Consiglio dei Ministri concorre alla ripartizione.

L'obiettivo ottimale sarebbe l'elaborazione di un progetto complessivo per l'effettiva digitalizzazione della giustizia capace di assicurare trasparenza e priorità d'interventi.

Ogni misura attinente all'organizzazione del servizio, non può che partire dalla definizione di un piano di investimenti per la realizzazione di progetti nazionali, relativi all'assunzione e alla riqualificazione del personale giudiziario.

Nel settore civile è urgente che ci sia il passaggio effettivo ed uniforme sull’intero territorio nazionale al Processo Telematico con l'applicazione dell'informatica a tutti gli atti del processo attraverso piattaforme omogenee che consentano il dialogo e il controllo gestionale. Senza il superamento dell'attuale frammentazione dei riti e l'effettiva semplificazione del processo civile non si potrà mai dare ai cittadini certezza sui tempi e sulle decisioni.

In campo penale credo ormai improcrastinabile la modifica dell’ istituto della custodia cautelare, eliminando quelle ipotesi normative che la dispongono obbligatoria per titolo di reato, fatta eccezione ovviamente per i reati più gravi quali, ad esempio, mafia, terrorismo, violenza sessuale, stalking. Il sistema ha poi bisogno di una ulteriore e più coraggiosa azione di depenalizzazione e dell'introduzione di misure alternative alla detenzione, ma ancora, penso all'abolizione dell'ergastolo, all' introduzione dei reati di tortura, di auto riciclaggio e di falso in bilancio, come perno per costruire una giustizia più giusta.

Per quanto concerne l'organizzazione della magistratura la posizione del PD è chiara da sempre: no alla separazione delle carriere, ma piena disponibilità a ragionare su norme ordinarie che rafforzino la distinzione di funzioni, precisino le incompatibilità e limiti temporali di permanenza nei diversi uffici, senza modificare il Titolo IV della Costituzione.

Sull'esercizio dell'azione disciplinare, credo sia possibile individuare una soluzione per portarla in capo ad un giudice terzo o comunque ad una sezione distinta. Sulla responsabilità civile dei magistrati bisogna invece avere il coraggio di dire che la legge Vassalli non ha funzionato e che, quindi, va cambiata.
Infine, occorre una rimodulazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, attraverso norme che sappiano renderla effettiva ed aiutino i magistrati a considerare le priorità.

Ecco siamo pronti a discutere senza toccare la Carta costituzionale a condizione che la priorità sia il Paese e non il destino personale di Berlusconi.


Danilo Leva









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