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Scritto da Martina Cagliari   
Lunedì 12 Agosto 2013 15:09

di Martina Cagliari - 8 agosto 2013

Vivere a Scampia significa combattere ogni giorno. Nascerci significa essere immersi, fin dai primi vagiti, in una realtà salata, che prosciuga la bocca, toglie la saliva per deglutire, mangia via pezzi di stomaco.
Nascere lì però significa anche dover prendere una decisione difficile: da che parte stare. Tutto può esistere lì, ma non l’imparzialità. Si parteggia per sopravvivere o per vivere e anche quella che pare indifferenza in realtà non lo è affatto. Giusto o sbagliato, sono concetti astratti. Di vero a Scampia c’è la necessità di decidere fin da subito che strada prendere, che amicizie farsi, che vita volere, che tipo di brutture accettare o al contrario rifiutare, che battaglia intraprendere. La scelta la puoi toccare materialmente, puoi sentirla con i palmi delle mani.
La realtà ti consiglia di muoverti e capire chi sei. Sai preventivamente cosa ti aspetta, puoi non immaginarti le conseguenze ma impari ad accettare qualsiasi evento.
E’ tutto talmente palese da sembrare a volte sciocco e ripetitivo.
O convivi con la feccia e quindi ti ci adegui, diventi tu stesso feccia, oppure la combatti, facendoti forse più male, ma dissentendo violentemente e rifiutando una malattia apparentemente asintomatica come la camorra, il Sistema, la criminalità senza scrupoli ormai aperta al mondo globalizzato.
Lì l’omertà è frutto di una scelta, perché non è l’omertà di non denunciare un’estorsione, un pizzo, una violenza, un omicidio, è piuttosto il rifiuto di conoscere. La paura può portare al silenzio, quasi giustificabile, perché naturale reazione al pericolo, all’istinto di autoconservazione, che immobilizza e impedisce di riflettere. Ma ciò che è veramente dannoso, ciò che andrebbe rifiutato con forza è la totale repulsione a comprendere i meccanismi, a informarsi, a trasformarsi da passivi in attivi, a, insomma, conoscere.

Quel territorio è un territorio che sa. Che può non dire, ma sa. Non è né ingenuo né ignorante.
E ha la forza per reagire.
Nascere e vivere in un paese toscano è, invece, cosa completamente diversa.
Campi verdi, cronaca di vite impregnate di illusione, pochi dubbi, poche prese di coscienza.
Solo un puzzo, quello del compromesso, che aleggia tra le strade corrose dal tempo, tra le costruzioni edilizie abusive, tra le enormi stanze comunali, tra le mura della chiesa.
Puzza. Ovunque.
Non c’è razionalità nel sentire impregnato il tuo paese di 15.000 anime dell’odore acre dell’illecito interesse, dello sfruttamento, dello sprezzante menefreghismo.
E’ difficile da descrivere: perfora le narici. Appesta. Entra nella testa, nelle ossa. In ogni cellula e neurone. E’ un tanfo che non riconosci subito, solo se decidi di annusarlo completamente riesci a carpirlo, conoscerlo e disprezzarlo. Diventa presto un fetore familiare. Ma prima no, fai finta che non esista.
Il paese toscano del 2013 è un paese che non accetta la verità, anzi che non vuole vederla.
Eppure ogni mese i giornali si riempiono di notizie chiare ma sterili a tal punto da non suscitare reazioni: la Toscana è nuda, è bacata, i germi delle organizzazioni mafiose si sono insinuati nelle sue budella. Non è più immune, non è più fuori dal “gioco”, non è più quel paradiso terreste che pretendeva di essere.
Paradossalmente l’omertà vera è questa qua: pararsi continuamente gli occhi, credersi così lontani da Scampia, così lontani da quella realtà, da non accorgersi di esserci immersi dalla testa ai piedi.
Negare l’evidenza non vuol dire cancellarla. Rifiutare l’idea di essere ormai un prolungamento invisibile di Scampia, di Napoli, di Casal Di Principe, di Palermo, di Reggio Calabria, non renderà meno “vera” la verità o meno dolorosa la realtà. Ma anzi, renderà più difficile la soluzione, la lotta senza armi, la sopravvivenza, la resistenza.
E’ qui forse che la parola può diventare pericolosa: in territorio che fa orecchi da mercante, dove la popolazione si sente protetta e racchiusa in una bolla statica e rassicurante, in un paese corrotto, dove nessuno osa credere alla taciuta verità. E’ qui forse che è più difficile agire, perché ti prenderanno sempre per visionario, diffamatore, imbroglione, traditore se parlerai, se lo dirai, se lo urlerai a pieni polmoni.
E’ qui che dovrai gridare più forte.
Non ti crederanno. Ma tu lo farai lo stesso. Perché sai che dopo tutto la parola è l’arma più affilata e potente. Ti rifiuterai di adattarti, di omologarti e accettare quello schifo nascosto.
Nel 2003 lo scrittore Roberto Saviano analizzò in un suo articolo il significato della parola Camorra in un contesto in cui quella stessa veniva e viene ancora negata.
Il pericolo ravvisato da Saviano all’epoca, è il pericolo che ravviso tuttora io stessa e che risulta essere trasferibile al nostro contesto: “l’atomizzazione delle questioni criminali”, lo spacciare fenomeni di violenza e crimine organizzato come microcrimine slegato dalle associazioni mafiose e al di fuori di una visione più ampia del problema. Di Camorra, così come di ‘Ndrangheta, così come di Cosa Nostra, non è ancora possibile parlare. Non se ne discute, non se ne analizzano i meccanismi, non si affronta uno studio sistematico per comprenderne le innovazioni, i cambiamenti, gli aggiornamenti progressivi. Si rilega alla ricerca in ambito universitario il compito di spiegare empiricamente e sociologicamente la struttura del crimine organizzato, ma questo prezioso studio finisce per essere di nicchia, alla sola portata di professori e ricercatori. Ancora oggi non c’è stato il salto di qualità: sono passati 10 anni dal 2003, 10 maledettissimi anni, ma sembra di essere rimasti bloccati a quel giorno in cui Saviano pubblicò l’articolo su Nazione Indiana.
Un’afa mi attanaglia la gola. E vorrei lanciare sassi contro l’immobilità che vedo e sento. Rompere il vetro scuro di silenzio che graffia le mie orecchie: parlare, scrivere e smuovere le acque torbide dell’accettazione e della rassegnazione.
Scampia come Altopascio, la Campania come la Toscana. Un big bang di fili trasparenti che attraversano in lungo e in largo l’Italia e uniscono territori solo all’apparenza lontani.
Macchie di olio che si espandono sia geograficamente sia temporalmente, allargando il tessuto connettivo e tessendo nuove trame illegali e pericolose.
Ecco cosa siamo adesso. Ecco cosa fingiamo di non essere diventati.
Fili. Uniti. Invisibili. Immobili. Che non reagiscono, ma che devono.
La mafia non esiste, la camorra non esiste, proviamo a ripetercelo. Pensate che così sparirà?
Provate a far sparire il vostro dolore di denti ripetendovi che non esiste, che il dentista non vi serve. Non vi serve solo perché ne avete il terrore, perché avete paura di soffrire. Ignorate comunque questa verità e fate la prova: poi raccontatemi il disastroso risultato.

Quando all’estero ci dicono italiani mafiosi, non dobbiamo rispondere che non è vero, che la mafia non esiste e che noi abbiamo Caravaggio, dobbiamo rispondere che noi abbiamo l’antimafia, abbiamo Falcone e Borsellino e che è quella la nostra Italia“.


Martina Cagliari (http://blog.you-ng.it/2013/08/08/mafia-nostra/)



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