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Borsellino quater: quando La Barbera si adoperò per controllare Scarantino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 24 Settembre 2013 22:13
di Aaron Pettinari - 24 settembre 2013

E' passato appena un giorno dalla notizia del ritrovamento, negli archivi di Studio Aperto, dell'intervista che Vincenzo Scarantino rilasciò il 26 luglio 1995 in cui denunciò di essere un falso pentito e di essersi inventato tutto sulla strage Borsellino dopo le torture subite, ed oggi al Borsellino quater si è tornati in aula. A deporre innanzi alla Corte d'Assise nissena (in aula per la prima volta vi era anche l’ex collaboratore di giustizia, Calogero Pulci, imputato di calunnia ai danni di Gaetano Murana), si sono presentati il professor Enzo Guidotto (presidente dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso e già consulente per due Commissioni parlamentari antimafia ndr) ed il giornalista del “Gazzettini di Venezia” Maurizio Dianese. Entrambi hanno riferito in merito ad un particolare episodio che ha visto proprio lo Scarantino avvicinato dal “ladro gentiluomo” di Venezia, Vincenzo Pipino, su iniziativa di Arnaldo La Barbera. L'ex capo del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” nell’ottobre del 1992 si sarebbe attivato per evitare che le microspie fatte installare dalla Procura di Caltanissetta nel carcere di Venezia registrassero gli sfoghi di Scarantino che si protestava innocente.

Primo a parlare è stato Guidotto che, in un colloquio con lo stesso Dianese nel 2009, venne a conoscenza del fatto. “Una sera mi raccontò di aver saputo da Pipino che questi era stato invitato da La Barbera a contattare Scarantino in carcere dopo che lo avrebbe trasferito da Roma, dove si trovava, a Venezia. Quando capii l'importanza della notizia avvisai gli organi competenti e riferii la cosa all'ispettore Castagna che era stato incaricato dalla Procura di Caltanissetta. La Barbera avrebbe detto a Pipino che si sarebbe adoperato per lui e che gli avrebbe dato anche 200milioni di lire se in cambio avesse detto a Scarantino di non parlare nemmeno in corridoio perché era pieno di microspie”. Guidotto ha poi aggiunto anche un altro particolare in merito a un altro tentativo che sarebbe stato messo in atto per impedire la ritrattazione di Scarantino o comunque screditarne la nuova posizione. “Vengo a sapere da una fonte di un incontro tra i familiari di Scarantino e quest'ultimo. In particolare di un incontro col fratello Rosario nel settembre 1998. I familiari erano stati affidati a Giovanni Neri (sacerdote a Modena). Quest'ultimo raccontò di 40milioni che sarebbero stati dati a Scarantino dal fratello per farlo ritrattare. guidotto-enzo-web0Di questo incontro si dovrebbe approfondire perché ci sono troppe cose strane”.
Dopo Guidotto è stata la volta di Dianese. Il giornalista ha confermato a grandi linee quanto raccontato dall'ex consulente della Commissione antimafia. “Avevo sentito Pipino in più occasioni ed inizialmente a certe sue rivelazioni non avevo dato importanza (gli avrebbe rilasciato confidenze anche sulle stragi dei Georgofili, e sul sequestro della Orlandi ndr). Dopo il pentimento di Spatuzza mi sono ricordato della questione e decisi di parlarne. La sostanza dei miei colloqui con Pipino era sempre la stessa ovvero che La Barbera lo mandò in cella con Scarantino per avvisarlo di non parlare. Pipino scrisse per Scarantino anche una lettera dove poi venne ricopiato il disegno della mano di Scarantino, che a detta di Pipino non sapeva scrivere neanche il suo nome, e che è stata mandata ai familiari come a dire tranquilli che non parlo”. Dianese, ha quindi ricordato che “quando Scarantino arrivo’ a Venezia i giornalisti lo seppero subito ma La Barbera pregò di non scriverlo”.
Il giornalista del ‘Gazzettino di Venezia’, ha quindi aggiunto come Pipino più volte, gli raccontò in un periodo compreso tra i cinque ed i dieci anni fa, che “seguendo le indicazioni di La Barbera, aveva parlato con Scarantino solo sotto la doccia perché lì le microspie, non potevano captare nulla. 'Scarantino continuava a dire che con l’attentato a Borsellino non c’entrava nulla' gli disse”. Pipino, che era stato citato per oggi, non era presente in aula e sarà ascoltato in una prossima udienza.
Tra i testimoni ascoltati quest'oggi vi sono anche stati i consulenti Damiano Ricci, della Sezione esplosivi e infiammabili; Gian Giulio Badalà, direttore in pensione della Polizia scientifica nel ruolo tecnico; e Paolo Zacchei, direttore della Sezione seconda indagini su esplosivi e infiammabili. I tre hanno compiuto verifiche nel magazzino di Brancaccio, in cui venne nascosta inizialmente la Fiat 126 rubata da Spatuzza e compiuta l'opera di macinazione dell'esplosivo, e nel nascondiglio in via Pietro Villasevaglios, dove Spatuzza racconta di aver portato l'auto il 17 luglio 1992 affinché venisse imbottita di esplosivo ed innescata. In quel luogo il pentito ha raccontato di aver incontrato i boss di Brancaccio Renzino Tinnirello, Ciccio Tagliavia, e un misterioso personaggio sui cinquantanni che non appartiene a Cosa Nostra. A distanza di tanti anni gli esiti di rilevamento di tracce di presenza di esplosivo sono stati negativi ma a detta degli stessi consulenti “ciò può essere stato dettato da diversi fattori come il tempo trascorso, o le contaminazioni per alcuni lavori compiuti”.
Il processo, in cui sono imputati per strage i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino – mentre Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino sono accusati di calunnia -, è stato così rinviato, sempre presso l'aula bunker, a venerdì prossimo.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)




 

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