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Genchi teste al processo su via D'Amelio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Domenica 06 Ottobre 2013 15:04
di Aaron Pettinari - 4 ottobre 2013

La sua audizione era prevista lo scorso settembre ma lo sciopero dei penalisti aveva fatto saltare l'udienza. Così ieri, all'aula bunker del carcere di Caltanissetta, è stato sentito Gioacchino Genchi (foto), ex vice questore aggiunto, nell'ambito del processo “Borsellino quater”. Interrogato dai pm ha ripercorso le fasi vissute a ridosso delle stragi vissute come vice del gruppo Falcone-Borsellino che indaga su Capaci e Via d'Amelio. Dopo aver ricordati quelli che erano stati i suoi rapporti iniziati con Arnaldo La Barbera (“Erano ottimi. Ha sempre detestato la violenza ma era anche in grado di uccidere a sangue freddo. Fu l'allora capo della polizia, nell'88, a dirmi, nel corso di un incontro svoltosi a Roma, che mi sarei dovuto mettere a disposizione di La Barbera. Quando arrivai alla Squadra Mobile di Palermo, collegai in rete tutto il sistema informatico. Parte del personale venne rottamato. C'era da combattere i corleonesi facendo ripartire una macchina che era arrugginita e non e' stato facile”) l'ex consulente delle Procure ha parlato del compito che gli venne assegnato dall'allora capo della Procura di Caltanissetta, Salvatore Celesti, per esaminare i supporti informatici del giudice Falcone, immediatamente dopo l'attentato di Capaci. “Alcuni file del computer di Falcone - ha riferito - custodito in una delle stanze della sezione Affari penali del ministero furono violati nonostante la stanza fosse sequestrata. Sul portatile qualcuno installò un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file. Stessa cosa avvenne per l'agendina elettronica. Dopo la decodifica dell'agenda, venni messo da parte, il clima nei miei confronti cambiò. Mi assegnarono la scorta e mandai una lettera al questore di Palermo, rifiutandola”.
Genchi ha poi raccontato anche altri particolari delle indagini: “Partecipai in prefettura alla riunione del comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico, in quanto con i miei tecnici mi occupavo delle registrazioni”. E ha poi aggiunto: “All'indomani dell'omicidio Lima, Falcone rivolgendosi a Pietro Giammanco, all'epoca procuratore capo di Palermo, gli disse: 'e adesso i tuoi amici che dicono di questo omicidio? Amici nel senso di amici politici”. Sulla strage di via d'Amelio ha spiegato come dopo la stessa, vennero analizzati solo i tabulati telefonici dell'ultimo mese di vita di Paolo Borsellino e limitatamente al traffico in uscita. “Mi consegnarono solo i tabulati risalenti all'ultimo mese antecedente la strage di via d'Amelio e me ne lamentai con La Barbera”. Tra le chiamate in uscita vi erano chiamate all'allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e al procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, e qualcuna verso la madre. I tabulati all'epoca non censivano le telefonate provenienti dai numeri fissi. “Anni dopo la Procura di Caltanissetta mi richiese quelle analisi perché non le trovava più agli atti. Io le ho riconsegnate”. Il “superconsulente” ha anche parlato della presenza, sin dal 1990, di telefonini clonati in possesso di uomini di Cosa nostra del trapanese. “Erroneamente si pensava che il fenomeno della clonazione dei cellulari fosse successivo alle stragi ma noi scoprimmo che quel metodo era già stato utilizzato prima. Ad esempio trovai un'utenza telefonica clonata, appartenente ad una signora napoletana ignara di tutto che in prossimità del 19 luglio chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l'auto di Borsellino aveva percorso quella domenica”.
Genchi, chiamato nel periodo delle stragi a ricoprire in Sicilia anche il ruolo di dirigente della sezione telecomunicazioni della polizia di Stato, ha anche parlato dell'incarico che ricevette la sera della strage di via D'Amelio, di provvedere al trasferimento di 150 detenuti dall'Ucciardone di Palermo al carcere di Pianosa. “La sera del 19 luglio 1992 il capo della Polizia Vincenzo Parisi ed il ministro di giustizia Claudio Martelli mi incaricano di organizzare e dirigere l’immediata evacuazione dei più pericolosi boss mafiosi, comodamente reclusi nelle carceri palermitane, al penitenziario dell´isola di Pianosa nell´arcipelago toscano. Alle ore 05:00 della mattina del 20 luglio 1992 i detenuti vengono imbarcati sugli aeroplani dell'aeronautica all'aeroporto di "Punta Raisi" di Palermo. Prelevammo oltre 150 capimafia palermitani ed i loro sanguinari gregari atterrammo all'aeroporto di Pisa, dove trovammo ad attenderci gli elicotteri "Mangusta" dell'Aeronautica, per l'ultima tappa della trasferta verso il carcere di Pianosa”.
Genchi ha quindi concluso la propria deposizione davanti la Corte d'Assise di Caltanissetta, ricordando i motivi che lo hanno portato a lasciare il gruppo “Falcone-Borsellino”. “Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi. Arnaldo La Barbera credeva nella carriera. Non era un disonesto. Alla fine del 1993 ha fatto un patto con il diavolo”. Il processo riprenderà quindi il 10 ottobre, sempre alle 9,30, nell'aula bunker del carcere di Caltanissetta.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)







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