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Non toccate quel papello! PDF Stampa E-mail
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Scritto da Adriana Stazio   
Lunedì 07 Ottobre 2013 10:11
di Adriana Stazio - 6 ottobre 2013

Negli ultimi mesi l’opinione pubblica è venuta a conoscenza delle vicende denunciate dal maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, oggi caposcorta del magistrato più esposto e più protetto d’Italia, il pm della DDA di Palermo Nino Di Matteo, titolare di importanti e scomode inchieste sulla trattativa Stato-mafia, oggi arrivate a processo. Un processo che “imbarazza tutti”, secondo le parole dell’anonimo che in occasione della sua apertura ha scritto un’inquietante lettera di minacce a Massimo Ciancimino, teste chiave del processo, invitandolo a ritrattare. Il maresciallo Masi ha denunciato gli ostacoli posti dai suoi superiori alle sue indagini per la cattura prima di Bernardo Provenzano e poi di Matteo Messina Denaro, vicende in seguito alle quali fu denunciato dagli stessi per una vicenda assurda di una multa di 106 euro e trasferito al reparto scorte in modo che non desse più fastidio nei reparti investigativi, con la sua “mania” di voler catturare i superlatitanti.

Ma il maresciallo Masi oltre ad aver denunciato vicende che possono aiutare a far luce sulle coperture di Stato alla latitanza di Provenzano e di Messina Denaro, è anche un importante testimone sulle vicende relative al papello e alla trattativa tra i carabinieri del Ros e Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino. E’ un teste rilevante nel processo sulla trattativa Stato-mafia che si è aperto il 26 maggio a Palermo in Corte di Assise e anche nel processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano, che si è chiuso in primo grado come è noto con una clamorosa sentenza di assoluzione degli imputati che ha fatto molto discutere, ma per cui la procura ha già preannunciato ricorso in appello.

Già nel 2009, in seguito alle notizie uscite sui media sulle dichiarazioni sul papello rese da Massimo Ciancimino ai magistrati, il maresciallo Masi si era reso conto di essere in possesso di informazioni che finalmente erano nell’interesse della magistratura, così il 20 luglio si era presentato spontaneamente davanti ai pm e aveva raccontato quanto a sua conoscenza su vicende relative al papello e aveva riferito anche delle vicende sulle indagini per la cattura di Provenzano e Messina Denaro.

Arriviamo così al 21 dicembre 2010. Davanti alla IV sezione penale del Tribunale di Palermo si ha un’importante conferma di quanto dichiarato da Massimo Ciancimino. Il maresciallo Masi viene chiamato a testimoniare al processo Mori come teste dell’accusa. Uno dei pochi uomini dello Stato che rende onore alla divisa che indossa non offrendo lo spettacolo indecoroso a cui abbiamo assistito durante quel processo e le indagini sulla trattativa di esponenti delle istituzioni anche illustri che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere o hanno reso testimonianze piene di “vuoti di memoria”, spesso contraddittorie se non reticenti.

La testimonianza di Saverio Masi verte sul mancato sequestro del papello durante la perquisizione avvenuta il 17 febbraio 2005 nella casa di Massimo Ciancimino.

Come è noto Massimo Ciancimino aveva raccontato ai pm e poi confermato in dibattimento che durante quella perquisizione non era stato sequestrato il papello che lui custodiva nella cassaforte di casa sua sebbene avesse fornito le chiavi al capitano Angeli che dirigeva le operazioni. Il giovane Ciancimino aveva seguito la perquisizione a telefono da Parigi dove si trovava in quel momento, parlando con una persona che si occupava della casa in sua assenza, con il fratello avvocato e con lo stesso capitano Angeli.

Il maresciallo Masi racconta in aula di aver ricevuto la confidenza dell'allora capitano Angeli, il quale gli aveva raccontato di aver trovato il papello, di aver telefonato al suo superiore, il colonnello Sottili, per invitarlo a raggiungerlo dato l'importante rinvenimento, ma il colonnello Sottili gli aveva risposto di non sequestrare questo materiale e rimettere tutto a posto dove era stato trovato, perché non era di interesse in quanto il papello già lo avevano. Così lui, molto stranito da questo ordine, obbedì ma prima fece fotocopiare di nascosto il materiale da un suo collaboratore fidato. Queste confidenze furono fatte al maresciallo Masi mesi dopo la cattura di Bernardo Provenzano, quindi non prima della seconda metà del 2006: Angeli era già stato trasferito a Roma, mentre Masi a seguito di uno scontro avuto con i suoi superiori dopo la cattura di Provenzano da parte della polizia, era stato trasferito al reparto una volta diretto da Angeli. Lì il maresciallo Masi aveva appreso delle voci secondo le quali il suo collega Angeli aveva avuto problemi e subito questo trasferimento a causa delle indagini su Ciancimino. Avendo un rapporto di grandissima stima reciproca con il capitano Angeli, Saverio Masi volle incontrarlo anche per confrontarsi sui problemi che pure lui aveva all’interno dell’Arma, per cui già si vociferava di un suo trasferimento in una stazione per estrometterlo dal reparto operativo. Così i due carabinieri s’incontrarono a Palermo al Foro Italico.

Ecco le parole del maresciallo Masi: “Quando c’incontrammo qui a Palermo il maggiore Angeli era già stato trasferito. C’incontrammo a Palermo, lontano dagli uffici dove ancora io prestavo servizio e in un dialogo che durò almeno un paio d’ore credo, forse anche di più, mi raccontò che nel corso di una perquisizione che compì a casa di Massimo Ciancimino, ebbe a rinvenire il papello di Totò Riina e che ebbe a interloquire telefonicamente, proprio durante, nel corso della perquisizione, con il nostro superiore diretto che era il colonnello Sottili, informandolo del rinvenimento di questa documentazione. Ricordo che mi disse appunto che fece questa telefonata per informarlo immediatamente di questo rinvenimento e chiese appunto al Sottili se era il caso che lui stesso fosse presente anche alla perquisizione, vista l’importanza di ciò che aveva rinvenuto. E nel corso di questa telefonata mi disse Angeli che il Sottili, anziché recarsi alla perquisizione, telefonicamente gli disse che non era il caso di procedere a questo sequestro perché questa documentazione, questo papello ce l’avevano già.”

Prosegue il maresciallo Masi: “[Angeli] rimase esterrefatto dal contenuto di questa telefonata, si preoccupò della situazione perché ovviamente era lui il più alto in grado presente all’atto di polizia giudiziaria e, sentendosi in pericolo da questa situazione, mi disse lui che avrebbe voluto nonostante tutto procedere al sequestro del papello nonostante l’ordine ricevuto da Sottili di non sequestrarlo e mi disse che aveva proceduto di nascosto agli altri componenti della squadra che stavano procedendo alla perquisizione mediante l’aiuto di un suo collaboratore, di cui non mi rivelò il nome, procedette comunque a fotocopiare questa documentazione.”

Circostanza che è stata confermata dall’appuntato Lecca, che aveva preso parte alla perquisizione e che era il collaboratore che fu incaricato di fare le fotocopie e che depose nella stessa udienza del 21 dicembre 2010.

In aula prosegue la testimonianza di Saverio Masi. Il maresciallo racconta della loro paura in merito a questa vicenda: “Eravamo spaventatissimi della situazione, Angeli in primis perché quest’argomento lo terrorizzava più che spaventava” . Angeli “mi disse – dichiara il maresciallo - che dopo ci furono gli alterchi abbastanza pesanti sia con Gosciu che con Sottili. Mi raccontò addirittura che stavano venendo alle mani proprio per questa situazione. Da quello che mi diceva appunto lui era intenzionato assolutamente ad effettuare il sequestro.” Angeli gli raccontò di come fosse stato trasferito a Roma per impedirgli di continuare a occuparsi della vicenda di Ciancimino, dopo aver subito tutta una serie di pressioni. Addirittura, secondo quanto gli riferì lo stesso, era stato mandato ad una visita medica per farlo passare per pazzo e screditarlo, il che lo spaventò terribilmente e gli fece capire che era meglio desistere e accettare o richiedere lui stesso il trasferimento.

La deposizione prosegue con il racconto del tentativo di far uscire la cosa sui giornali: “Ovviamente intimoriti e spaventati della situazione com’eravamo sia lui che io convenimmo in quel momenti di evitare… anche perché io in quel momento avevo come superiori diretti sempre gli stessi ufficiali. Lui stesso, soprattutto per la mia salvaguardia, disse: “Evitiamo, visto che tu sei ancora lì al reparto, evitiamo di denunciarli apertamente”. Così trovammo l’escamotage, convenimmo insieme di trovare l’escamotage di far divulgare la situazione a mezzo stampa da un quotidiano nazionale e fare in maniera tale, appunto, che venissimo chiamati dall’autorità giudiziaria per denunciare conseguentemente tutti i fatti.” L’idea era di raccontare tutti i fatti solo nel momento in cui il giornalista avesse dato la garanzia di pubblicare la notizia, per non rischiare di esporsi a raccontare vicende così delicate senza ottenerne la pubblicazione. Così, di comune accordo con Angeli, Masi contattò il giornalista dell’Unità Saverio Lodato con cui ebbe un primo incontro interlocutorio senza Angeli. Ma il giornalista probabilmente non si fidò per cui disdisse il successivo appuntamento dicendo che il suo direttore riteneva fosse meglio che si rivolgessero a una testata locale come la redazione palermitana di Repubblica. A questo punto Angeli si spaventò ulteriormente e volle evitare ulteriori tentativi, rendendosi poi di fatto anche irreperibile allo stesso Masi.

Quando è stato a sua volta chiamato a testimoniare, Angeli si è avvalso della facoltà di non rispondere ed è tuttora indagato nel filone madre dell'inchiesta sulla trattativa.

Proprio in questi giorni sta per chiudersi il processo d’appello contro Saverio Masi per tentata truffa, falso materiale e falso ideologico per aver chiesto l’annullamento di una multa contratta con un’auto privata mentre svolgeva gli appostamenti. Una vicenda giudiziaria che non può essere disgiunta dall'altra. Spiega l'avvocato Giorgio Carta, legale di Masi: "Il processo a nostro modo di vedere è fatto ad arte, non è un processo da cui Saverio Masi può temere una condanna di una pena detentiva, essendo incensurato, ma per il tipo di reato comporta la destituzione da carabiniere. Si tratta di fatto di un'eliminazione civile dall'Arma dei Carabinieri: un messaggio fortissimo interno all'Arma". Viene difficile non interpretare il tutto come una punizione esemplare per chi ha osato cercare di fare il proprio dovere fino in fondo e poi ha osato raccontare alla magistratura quanto a sua conoscenza, venendo meno alla regola del silenzio che ha favorito e continua a favorire le carriere di tanti. Una punizione esemplare che sia anche di monito per gli altri.

Mentre scriviamo non sappiamo ancora come andrà a finire, mancano poche ore alla sentenza, prevista per l’8 ottobre. Ci auguriamo che la giustizia trionfi e che il maresciallo Masi venga assolto, in modo che la verità venga ristabilita e che gli sia permesso di rimanere nell’Arma. Anzi che gli sia possibile, una volta conclusa questa vicenda, di ritornare al suo posto nel reparto operativo per cercare e catturare i superlatitanti mafiosi.

(6 ottobre 2013)

Adriana Stazio





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