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Il pm Di Matteo: "Amnistia? Un aiuto alla mafia. Possibile un ritorno alle stragi" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Lamperti   
Giovedì 17 Ottobre 2013 16:34
Nino Di Matteo
di Lorenzo Lamperti - 17 ottobre 2013

INTERVISTA ESCLUSIVA AL PM DI PALERMO

Nel giorno della decisione dei giudici di Palermo di far testimoniare Napolitano al processo Stato-mafia, il pm che ha condotto l'inchiesta, Nino Di Matteo, rompe il lungo silenzio con un'intervista ad Affaritaliani.it: "Rispetto a 20 anni fa si è indebolita solo l'ala militare, la mafia continua tuttora a infiltrarsi nelle istituzioni e a condizionare le decisioni politiche, dagli enti territoriali sino ai piani alti". Duro attacco alla politica: "All'apparenza sono tutti antimafia ma nella realtà si fa molto poco. Senza la politica Cosa Nostra sarebbe una banda criminale comune a tante altre". Sull'amnistia: "Sarebbe un aiuto alla mafia". Sulla magistratura: "Vogliono burocratizzarla e renderla innocua. Ma una parte dei pm è politicizzata". A Di Matteo continuano ad arrivare minacce di morte: "Chi esclude un ritorno a una strategia stragista non conosce la storia". E su Napolitano: "La sua testimonianza è pertinente come quella delle altre 175 persone citate".

 

Antonino Di Matteo, una studio dell’Università Bocconi di Milano afferma che ogni cinque indagati per mafia c’è un imprenditore. È questa oggi l’emergenza quando si parla di mafia?

Oggi a 20 anni dalle stragi possiamo dire che dopo l’azione repressiva ai danni della mafia militare serve un salto di qualità. Bisogna cambiare marcia per riuscire a recidere il legame che la mafia ha tuttora con l’imprenditoria, la politica e le istituzioni. I dati di questa ricerca non mi sorprendono perché la mafia è sempre più imprenditrice e sempre più in grado di ripulire il denaro delle proprie attività più tipicamente criminali attraverso altre attività apparentemente lecite.


In che modo si può recidere questo legame tra mafia e mondo imprenditoriale e politico?

Lo Stato dovrebbe rendersi conto della centralità del problema e punire più duramente i rapporti esterni con la mafia. Purtroppo manca una visione unitaria. Fenomeni come l’abuso d’ufficio, la turbativa d’asta o la corruzione sono solo apparentemente estranei alla criminalità organizzata. Sono invece il grimaldello che la mafia utilizza per arrivare ai “piani alti”.

La politica ha dotato la magistratura di tutti gli strumenti possibili per contrastare la mafia?

Non credo che il salto di qualità di cui parlavo prima si possa fare continuando a punire solo i reati tipicamente mafiosi. Servono strumenti più adeguati per punire anche la connivenza. Bisognerebbe rivedere le leggi in termini di reati contro la pubblica amministrazione, appalti e voto di scambio.

Il procuratore Antimafia Franco Roberti ha detto che la mafia sarà sconfitta “se lo Stato lo vorrà davvero”. Questo significa che ci sono pezzi di Stato che non vogliono che la mafia venga sconfitta?

All’apparenza tutti sbandierano la propria volontà di combattere la mafia. Ma nella realtà negli ultimi anni e con gli ultimi governi si è fatto molto poco. Non si è voluto andare al di là del contrasto all’ala militare. Sarebbe invece fondamentale un impegno verso l’alto…

Più volte si è detto che la forza della mafia, e di Cosa Nostra in particolare, sta nei rapporti con la politica e nella possibilità di ricattarla. Quanto è forte oggi Cosa Nostra?

Rispetto a 20 anni fa è diminuita la forza militare di Cosa Nostra. E questo grazie esclusivamente all’impegno di magistratura e forze dell’ordine. Ma non è diminuita la forza economica, imprenditoriale e di penetrazione nel mondo politico. La mafia continua a infiltrarsi nelle istituzioni, partendo dagli enti territoriali per poi arrivare al tentativo di condizionare scelte politiche più alte e centrali. D’altra parte, grazie alle testimonianze dei collaboratori di giustizia, sappiamo che anche lo stesso Riina lo ha sempre saputo: senza i legami con la politica Cosa Nostra sarebbe stata una normale banda criminale, comune a tante altre.

Il Presidente della Repubblica ha lanciato l’ipotesi di amnistia e indulto per svuotare le carceri. Lei sarebbe d’accordo?

Credo che amnistia e indulto sarebbero un grave errore. Contribuirebbero a minare la certezza del diritto e diffonderebbero una prospettiva di impunità, dando così un aiuto più o meno diretto alle mafie. Certo, c’è il sacrosanto diritto dei detenuti di ricevere un trattamento adeguato, ma questo non può passare attraverso un’impunità che renderebbe innocua la macchina repressiva. Il rischio è che si diffonda una mentalità secondo la quale il delitto paga.

Si parla spesso di “guerra” tra politica e magistratura. Lei in un suo libro parlò piuttosto di “assedio” dei politici ai magistrati. A che punto siamo oggi, questo “assedio” è ancora in atto?

Continuo a sostenere che la cosiddetta “guerra” altro non sia che un attacco sistematico e organizzato con molta abilità nei confronti di una parte della magistratura. Quella magistratura, cioè, che si ostina a pensare che la legge debba essere uguale per tutti e non debba essere modellata per convenienza politica. Purtroppo larga parte della politica vorrebbe burocratizzare la magistratura, trasformandola e gerarchizzandola, rendendola più innocua e controllabile. Credo sia quanto mai attuale e urgente la battaglia per mantenere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Una battaglia che dovrebbe essere fatta propria da tutti i cittadini che hanno a cuore la giustizia.

Lei ha parlato di attacchi a “una parte della magistratura”, quella che fa il proprio dovere. Questo significa che c’è anche una parte di magistratura che guarda più al proprio interesse personale?

Credo che una parte della magistratura sia politicizzata. Attenzione però, politicizzata non nel senso che s’intende di solito. La magistratura politicizzata non coincide con l’apparenza mediatica. Una parte di magistrati non appare, non si espone, non partecipa al dibattito pubblico e però va a braccetto con il potere. Sono quei magistrati che non disturbano nessuno, si girano dall’altra parte per avere vantaggi nella propria carriera. Fanno riferimento a politici o al componente laico o togato del Csm di turno. Ecco, sono quelli che devono preoccupare, non certo quelli che prendono parte, nei limiti di quanto gli è consentito, al dibattito pubblico.

Il risultato è che i pm che indagano sulla mafia o su altri temi delicati rischiano di venire isolati. C’è la sensazione che toccando certe inchieste si possa essere delegittimati?

Per un magistrato che ha giurato sulla Costituzione questo è un rischio che va messo in conto. Un pm consapevole sa che nel nostro Paese indagare sulla zona grigia della mafia o su altri temi delicati significa andare incontro al rischio di restare isolati. Credo però si debba continuare a svolgere il proprio lavoro con serenità e coraggio. Per fortuna negli ultimi anni è cambiata la consapevolezza dell’opinione pubblica. Oggi la gente è più vicina ai pm che senza compromessi cercano la verità.

Nel 1994 la mafia abbandonò la strategia stragista per entrare in un periodo di quiete apparente. Parlando a livello ipotetico, che cosa potrebbe spingerla a tornare a una stagione di bombe?

Non parlo di indagini in corso, ma faccio un riferimento storico. Da sempre, quando si parla di mafia, si sono alternati periodi di basso profilo ad altri di improvvisi mutamenti di rotta. È successo così nel 1963, con la prima ondata di attentati eccellenti e la calma seguita alla repressione dopo la strage di Ciaculli. Nel 1971 si tornò all’attacco frontale con l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione. Chi oggi esclude un possibile ritorno a una strategia stragista mostra di non conoscere la storia.

Perché è così importante che il presidente Napolitano venga ascoltato come testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo?

Per gli stessi motivi che ho affermato in aula nell’udienza dello scorso 26 settembre. Riteniamo pertinente la sua testimonianza come quella delle altre 175 persone citate.

Via D’Amelio, ma anche Piazza Fontana e tante altre. Sembra che in Italia ci sia un doppio livello intoccabile. Possibile che debbano restare così tanti punti oscuri nella nostra storia recente? Di chi è la colpa?

Non posso parlare di indagini singole, dico solo che abbandonare inchieste che cercano verità legate alle stragi o altri punti neri della storia italiana sarebbe un errore imperdonabile. Con tutti gli elementi che sono emersi a rafforzare le ipotesi di elementi esterni alle mafie in qualche modo coinvolti in questi eventi smettere di indagare costituirebbe un gravissimo regalo alle mafie e al terrorismo. Credo che la ricerca della verità, e di una verità completa, sia un dovere etico e morale.


da: AffariItaliani.it

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