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Milano si inchina a Lea la figlia: 'Martire di mafia onorate il suo coraggio' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Attilio Bolzoni   
Venerdì 18 Ottobre 2013 19:53
di Attilio Bolzoni - 18 ottobre 2013

Figlia di un boss, sorella di un boss e sposa di un boss, volevano cancellarla per sempre dalla faccia dalla terra. Aveva parlato. Volevano farla diventare niente, cenere. Di lei sono rimasti duemilaottocentododici frammenti ossei recuperati in un tombino.

Scomparsa nel silenzio, uccisa con il fuoco in una Milano indifferente, una donna calabrese viene celebrata quattro anni dopo in quella stessa città che l’aveva inghiottita. Domani Lea Garofalo sarà ricordata con un funerale laico e solenne, a due passi dal Duomo.
Storia di Lea. E di sua figlia Denise, che doveva avere il destino della madre perché aveva parlato anche lei e il padre aveva deciso come decidono quelli della sua razza. E dei Cosco di Petilia Policastro, uomini di ’ndrangheta e di vendette. Storia anche di una Milano che s’inchina davanti al coraggio di una ragazza che non ha fatto finta di non vedere e di non sentire. “Lea, figlia di Milano”, ha titolato un quotidiano locale. Quattro anni, quattro anni che sembrano un secolo.

Che cosa pensavano questi Cosco? Che sarebbero stati al riparo, intoccabili per l’eternità? Pensavano che i resti di Lea non si sarebbero trovati mai, che quella donna era solo e soltanto “loro”, un affare di famiglia?
Domani la vita e la morte di Lea, torturata e poi bruciata alle spalle di un capannone alle porte di Monza nell’autunno del 2009, entra in una cerimonia pubblica, diventa memoria, le bandiere del Comune di Milano — che già si è costituito parte civile nel processo contro gli assassini — e quelle di Libera, il sindaco Pisapia e don Luigi Ciotti, l’associazione partigiani d’Italia, gonfaloni dal Molise, dal Piemonte, dalla Calabria, dalla Brianza. Tutti in piazza Beccaria, alle dieci del mattino. Ci sarà, confusa fra la folla, anche Denise, la figlia di Lea, anche lei testimone di giustizia come la madre. Dal suo rifugio segreto lancia un appello, vuole in tanti a Milano domani. Otto righe che dicono tanto, tutto: “Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione. Il suo funerale pubblico, al quale vi invito, è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e uomini chehanno rischiato e continuano a mettersi in gioco per la propria dignità e per la giustizia di tutti”.
Quel che rimane di Lea Garofalo è arrivato ieri l’altro all’obitorio civico di Milano, in una teca di zinco. Il primo a parlare a questifunerali così speciali per Lea e per Milano sarà Luigi Ciotti: «Abbiamo un debito con lei, abbiamo un debito con chi non c’è più e con chi è rimasto solo, ma il nostro problema più grande resta un altro: chi guarda e sta in silenzio,chi lascia fare».
Era cominciata così — lasciando fare — la spaventosa fine di Lea. Giovanissima, negli Anni Novanta, si era innamorata di Carlo Cosco, un suo paesano, tutti e due della provincia di Crotone. Emigrano insieme a Milano, lui comincia a frequentare gli spacciatori di Quarto Oggiaro, uno dei tanti gironi della ’ndrangheta esportata in Lombardia. Intanto nasce Denise, e intanto Carlo Cosco diventa sempre dipiù un piccolo capo del crimine. Dopo qualche anno, Lea non ce la fa più. E lo lascia. Decide anche di collaborare con i giudici, raccontando le trame e i delitti dei suoi parenti (padre e un fratello uccisi) e quelli dei Cosco. Una pentita. E da pentita scompare per molto tempo. Poi, un giorno, Carlo Cosco viene a sapere dove abita — a Campobasso — e le manda un sicario, Massimo Sabatino, travestito da idraulico. Lea è con Denise, si salvano. È il maggio del 2009. Ma pochi mesi dopo cade in un’altra trappola. Carlo Cosco chiede di rivederla «per amore di nostra figlia», lei accetta. È la sera del 24 novembre del 2009. È l’ultima sera di Lea.
Milano, zona Arco della Pace, ore 18,30. Le telecamere dei negozi sono puntate sulle strade e riprendono in diretta il rapimento, una lupara bianca nel centro della città. Lea — che ha trentacinque anni — passeggia insieme alla figlia Denise — che di anni ne ha diciassette — in attesa di Carlo Cosco. Ore 18,35, madre e figlia si separano, Denise va con il padre e Lea si allontana verso la stazione centrale. Ore 18,37, Leaviene ripresa per l’ultima volta dalle telecamere in fondo a Corso Sempione. Un attimo dopo la caricano su un furgone. Da quel momento Lea non esiste più.
«È in vacanza in Australia», dicono gli avvocati dei Cosco, quando arriva una denuncia «per sequestro di persona». Lea è già morta. Portata in un magazzino, seviziata e “interrogata” dal padre di sua figlia per scoprire cosa aveva raccontato ai magistrati, poi la uccidono. In un primo momento Carlo Cosco prova a difendersi dicendo che non è stato un omicidio di ’ndrangheta ma d’impeto, che i pentiti «stanno costruendo castelli di sabbia». In un primo momento gira anche la voce che Lea sia stata sciolta nell’acido, ma la verità su di lei affiora all’improvviso. Con un racconto dell’orrore di Carmine Venturino, un ragazzo che il padre di Denise ha spinto a corteggiare la figlia. Per controllarla, spiarla. Poi i due si fidanzano. Poi ancora Carmine confessa come è stata uccisa veramente Lea: legata, strangolata, bruciata in un bidone. I suoi resti ritrovati in quel tombino, un anno fa. Carlo Cosco voleva anche la morte della figlia, Denise stava parlando anche lei. Un’altra ribelle che Milano vuole onorare.

 

La Repubblica







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