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Il testimone e la dinamite PDF Stampa E-mail
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Scritto da Adriana Stazio   
Domenica 20 Ottobre 2013 17:00
di Adriana Stazio - 18 ottobre 2013

Oggi vi racconterò una storia che nessuno ha mai raccontato veramente, una storia che sarà rimasta oscura alla maggior parte di voi: quella della dinamite trovata nel giardino di Massimo Ciancimino. Venerdì scorso si è chiusa l’udienza preliminare del processo che vede imputato il supertestimone della trattativa con l’accusa di trasporto e cessione di esplosivo (artt. 1 e 4 della legge 895/67) e così la vicenda è tornata alle cronache. Cosa è successo veramente in quell’aprile 2011? Che ci faceva Massimo Ciancimino con la dinamite nel giardino? Grazie alla disinformazione dei media, ma anche al chiuso della camera di consiglio in cui si svolge l’udienza preliminare, pochi ne hanno un’idea. Agli occhi della gente Massimo Ciancimino è passato come una sorta di bombarolo che per oscuri motivi se ne andava in giro per l’Italia con pacchi di dinamite per poi “seppellirla” nel suo giardino. All’improvviso il supertestimone della trattativa, la cui credibilità come vedremo era già stata colpita nei mesi precedenti con una micidiale campagna mediatica, diventava contemporaneamente un calunniatore taroccatore di documenti e un pericoloso dinamitardo. I fatti sono invece molto più semplici e logici. Per conoscerli basta leggere gli interrogatori resi dallo stesso Massimo Ciancimino, che costituiscono la fonte dell’accusa di cui oggi risponde davanti al gup di Palermo. Perché una cosa è bene precisare subito, che se non avesse lui stesso raccontato tutto ai magistrati, nessuno avrebbe saputo niente e oggi non ci sarebbe nessun processo. Prendiamo la macchina del tempo e torniamo indietro ai primi giorni di aprile del 2011.
Massimo è ospite dai suoceri a Bologna. Lui abita con la famiglia a Palermo, ma dal martedì al venerdì sale a Bologna per lavoro. Fa il trader nel settore dell’acciaio con la sua ditta individuale MC trading. Nonostante le fortissime pressioni cui è sottoposto, Massimo fa di tutto per mantenere un equilibrio nella sua vita familiare. Non è un momento facile nemmeno in famiglia: il suocero combatte con una brutta malattia, sta affrontando una pesante terapia. Massimo è solo in casa, i suoceri sono fuori a cena. Ordina online da Zushi, il ristorante giapponese, e aspetta la consegna. Fuori non è ancora buio. Bussano al citofono, guarda l’orologio, si stupisce, sono un po' in anticipo sui tempi previsti, risponde, ma non è il ragazzo delle consegne. Una voce con accento siciliano gli dice: "C'è un pacco per lei, stia attento perché stavolta lo potrà aprire, il prossimo no". Si precipita fuori casa uscendo dal garage, si guarda intorno, non c’è nessuno, ma c’è un pacco, uno scatolone di cartone. Lo trascina dentro e lo apre. C’è uno strofinaccio, una pezza di quelle che si usano in casa. Lo solleva e sotto trova una foto di suo figlio, il piccolo Vito Andrea di sei anni, scattata con il teleobbiettivo a Palermo mentre sale sulla macchina della scorta per andare a scuola uscendo da casa. Chiaro segnale: tuo figlio è sotto tiro, quando vogliamo possiamo colpirlo, oggi il teleobbiettivo è montato sulla macchina fotografica, domani potrebbe essere montato su ben altro dispositivo… C’è una lettera. E sotto ancora ci sono tanti candelotti di dinamite gelatinosa, due telecomandi, una confezione di pile, micce e poi tanti bulloni di ferro. Il sangue va al cervello. Per Massimo il figlioletto Vito Andrea è quanto di più caro ha al mondo, la ragione della sua vita e della sua scelta di aiutare la magistratura per dargli un padre di cui essere fiero e di cui non doversi vergognare come era stato per lui. Non sa cosa fare. Il cuore va a mille, cerca di mantenere a lucidità, cosa impossibile. Ma ci prova. Ha poco tempo perché dopo poche ore sarebbero tornati i suoceri. Cerca di capire se quel pacco sia una bomba o solo un avvertimento. Pensa che se davvero l’intenzione fosse stata quella di ucciderlo il congegno sarebbe stato pronto all’uso, invece i fili erano scollegati e addirittura le pile erano nella confezione invece che nei telecomandi. Massimo ha paura, non sa che fare, si sente in trappola. La pressione fortissima che subisce ormai da mesi se non da anni, il senso d’isolamento si fanno sentire. Ripercorre in pochi secondi nella sua mente le traversie degli ultimi mesi. Facciamo un passo indietro per capire anche noi.

Massimo Ciancimino è il testimone chiave nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Dal 2008 racconta alle procure di mezza Italia tutto ciò che ha appreso da suo padre, Vito Ciancimino, politico democristiano che è stato dagli anni ’70 fino in pratica alla morte nel 2002 l’anello di congiunzione tra mafia, istituzioni, servizi e molto altro, parte e protagonista di un sistema di cui il figlio Massimo non aveva mai voluto far parte ma che suo malgrado aveva dovuto subire e che ora racconta ai magistrati aiutandoli a far luce su decenni di storia italiana. La testimonianza di Massimo Ciancimino si è subito rivelata non gradita a chi nella custodia dei segreti del nostro Paese e della nostra democrazia anomala ha la sua mission, nonché a tutti quei poteri e potenti che erano toccati dal semplice racconto della verità: Nano, il figlio di don Vito, parlava con i pm e tremava mezza classe dirigente siciliana e italiana. Subito cominciano intimidazioni e minacce. La sua vita è stravolta, deve lasciare per un periodo la sua Palermo, nel 2009 gli viene assegnata la scorta, che l’anno successivo in seguito ad altre gravi minacce verrà data anche a suo figlio e sua moglie. Massimo Ciancimino aveva toccato non solo il terzo livello ma aveva osato arrivare al quarto: “Vedi Massimo, Buscetta aveva paura di fare i nomi del terzo livello, il signor Franco rappresenta il quarto” gli diceva don Vito per non rispondere alle domande del figlio sul signor Franco, avvertendo quel ragazzo che considerava un inguaribile idealista che se un giorno avesse voluto raccontare certe cose, se gli fosse andata bene lo avrebbero fatto passare per pazzo. Ma Massimo non aveva mai ascoltato i consigli di suo padre, era stato sempre il figlio ribelle. Sembrava che nessuno avrebbe potuto fermarlo, consegnava ai pm centinaia di documenti, riempiva centinaia di verbali, era un fiume in piena. Man mano che va avanti sente di potersi fidare sempre più di questi magistrati e arriva a identificare vari uomini dei servizi segreti, fino a fare il nome del potentissimo Gianni De Gennaro, allora capo dei servizi.

Man mano che va avanti con i magistrati però le minacce aumentano e cresce anche un clima di forte delegittimazione. L’inchiesta va troppo in alto, mette in fibrillazione i palazzi del potere, si studiano le contromisure per limitarne i danni e fermarla. Finché in un crescendo improvviso il supertestimone viene trascinato in una spirale da incubo: a dicembre 2010 in pochi giorni si ritrova accusato dalla procura di Caltanissetta di calunnia a De Gennaro e Narracci (altro potente soggetto dei servizi) mentre contemporaneamente escono sui giornali alcuni stralci di un’intercettazione ambientale con un personaggio presentatogli dal suo commercialista che aveva incontrato per affari alcuni giorni prima a Verona e che veniva indicato dalla stampa come un soggetto legato alla cosca calabrese dei Piromalli. Stralci di conversazione riportati in modo suggestivo per far credere ad un’operazione di riciclaggio del famoso tesoro di Ciancimino. Il prefetto di Palermo chiede la revoca della scorta per il testimone, annunciando la cosa ai giornali con grande enfasi; non riesce a ottenerla dal comitato provinciale di Palermo, che ritiene il pericolo di vita per Ciancimino reale e attuale, e allora alla vigilia di Natale scrive addirittura al ministro dell’Interno Maroni per chiedere la revoca della scorta a livello centrale. Così la questione passa in mano all’organismo ministeriale, l’Ucis, che si pronuncerà solo il 14 aprile 2011 confermando la scorta.

Quelli successivi furono mesi molto difficili per Massimo Ciancimino. Si sentiva solo, non protetto adeguatamente da uno Stato in cui sentiva di potersi fidare solo di pochi uomini che stavano dimostrando di voler andare fino in fondo e di non voler stoppare le sue dichiarazioni scomode. Gli tornavano sempre in mente le parole di suo padre e aveva paura, perché per lui la più devastante e amara sconfitta sarebbe stata quella di essere costretto a dargli ragione, che è inutile mettersi contro un sistema ben rodato e imbattibile e bisogna farsi i fatti propri. Aveva ben capito di essere finito in un trappolone e sebbene non avesse idea della ragnatela che gli stavano tessendo attorno, aveva la motivata convinzione che non era finita lì, che il peggio doveva ancora avvenire. Aveva una grande paura per la sua famiglia, per il suo bambino che frequentava solo la prima elementare. Non aveva amici con cui potersi confidare, in tanti gli chiedevano “ma chi te lo ha fatto fare?”

Nel frattempo da un po’ di mesi ogni tanto si faceva vivo un personaggio che si era avvicinato la prima volta alla presentazione del libro “Don Vito” a palazzo Steri nell’aprile 2010. Si era presentato come un vecchio conoscente di suo padre, con il nome di Rosselli, gli diede anche un biglietto da visita. Disse di essere stato autista del generale Paolantonio. Questo personaggio si mostrava come un amico, una persona che era stata delusa e voleva quindi dargli alcuni documenti del padre di cui era in possesso. Massimo abbocca in quanto la storia è verosimile e alcuni di questi documenti già li conosceva avendone altre copie o avendoli già visti ed erano effettivamente corrispondenti. Non sa che in mezzo c’è una polpetta avvelenata e consegna tutto ai magistrati. Lo stesso soggetto gli dava informazioni sulle pressioni e le manovre che c’erano dietro la sua incriminazione e la fuoriuscita delle intercettazioni di Verona e, mentre si assicurava che il testimone avesse consegnato anche il documento che avrebbe permesso di risalire alla manomissione di quello in cui era stato inserito il nome “De Gennaro”, nell’ultimo incontro gli parlò di un attentato in preparazione contro di lui, affermando che era stata decisa la sua eliminazione e che sarebbe avvenuta in modo eclatante. Questo è il clima in cui bisogna inserire le vicende che stiamo raccontando.

Ritorniamo a quella sera di aprile. Ormai fuori è buio. Massimo osserva la dinamite, rigira tra le mani la foto di suo figlio, legge quelle righe deliranti in cui tra l’altro gli viene intimato di non denunciare nulla altrimenti a pagare sarà suo figlio. Pensa al da farsi. Altre volte nell’ultimo periodo aveva avuto minacce e non le aveva denunciate per paura di non essere creduto e per non creare altre tensioni in famiglia. Una lettera minatoria con proiettile accluso. Cose a cui non aveva mai dato reale peso perché la sua idea è sempre stata che se ti vogliono ammazzare non ti mandano il preavviso. Ma stavolta è diverso. Come abbiamo detto si convince che anche questo pacco non sia stato confezionato per esplodere, che non abbia altro scopo che spaventare, minare l’equilibrio familiare. Non si tratta di un attentato, ma di un pesante avvertimento. Solo che stavolta c’è un pacco di dinamite, un materiale pericoloso. Dovrebbe denunciare nonostante la minaccia di ritorsioni su suo figlio. Ancora una volta dovrebbe affidare se stesso e la sua famiglia allo Stato. Ma a chi denunciarla? La competenza è della procura di Bologna, sa che il dott. Giovannini non gli aveva mai creduto per tutte le passate minacce ricevute in quella città. Avrebbero detto che se l’era mandata da solo per non perdere la scorta, non gli avrebbero creduto. I giornali lo avrebbero nuovamente attaccato, cosa che avrebbe aggiunto altre tensioni in famiglia come se non bastasse la notizia in sé di questa odiosa minaccia. E poi è terrorizzato per suo figlio. Il sig. Rosselli gli aveva preannunciato un attentato eclatante nei suoi confronti, arriva invece questa dinamite con una chiara minaccia per il suo bambino. Massimo non riesce a decifrare quello che gli sta capitando da mesi, vive nella costante paura ma non riesce a immaginare quali siano le reali forze in gioco e cosa stiano tramando, in che modo verrà ancora colpito. Rosselli in qualche modo gioca ad accrescere la sua paura e il suo senso di isolamento. L’unico pensiero che lo guida in quel momento, mentre osserva quella dinamite, è quello di proteggere il suo bambino. Non ha paura per la sua vita, ma suo figlio non lo devono toccare. Massimo Ciancimino è un testimone praticamente inattaccabile, non ha paura per sé, non è ricattabile, non ha scheletri nell’armadio, è pronto anche a pagare per comportamenti passati che lui stesso racconta alla magistratura e che potrebbero configurare dei reati. Ma ha un tallone d’Achille: la sua famiglia. Sanno che è quello il punto in cui colpirlo per farlo sbagliare. Il messaggio è chiaro e gli rimbomba nella testa: butta tutto, se denunci faremo del male a tuo figlio. Qualsiasi padre difronte a un messaggio del genere perderebbe il lume della ragione. Sente di non essere realmente tutelato dallo Stato. Sa anche che quella dinamite non proviene certo dalla mafia, ma da ambienti istituzionali, da quello stesso Stato che dovrebbe proteggerlo e proteggere suo figlio. Sa che nonostante sia un testimone tra i più esposti, nonostante la scorta e tutte le misure di sicurezza, sono riusciti a consegnarli quel pacco di dinamite a casa dei suoi suoceri. Conosce la potenza dei suoi nemici, sta vivendo sulla sua pelle le contraddizioni e la debolezza di chi invece dovrebbe tutelarlo. E poi c’è la paura che gli tolgano suo figlio. E’ una cosa che lo terrorizza. Già nel 2009 in seguito alle prime pesanti minacce, spaventata per l’incolumità del bambino, la moglie aveva presentato istanza di divorzio: il padre avrebbe potuto vederlo solo in presenza degli assistenti sociali. Per lui sarebbe stato devastante. La crisi familiare era rientrata e Massimo da allora aveva sempre fatto di tutto per scongiurare il ripetersi di episodi simili, anche se ciò avesse significato danneggiare se stesso. Ora pensa a quello che sarebbe successo in famiglia rendendo nota questa nuova pesante minaccia riguardante il figlio, una foto scattata con un teleobiettivo accompagnata da chili di dinamite. Intanto avrebbe nuovamente investito la famiglia dei problemi conseguenti dalle sue scelte, con il suocero che affrontava un momento così difficile. La moglie è figlia unica e per i suoceri Vito Andrea è l’unico nipote. Ricorda bene Massimo come dopo il suo primo avviso di garanzia nel 2005 il suocero per lo choc fosse stato colpito da un TIA, un’ischemia transitoria. E se poi la moglie e la suocera spaventate per il bambino avessero di nuovo pensato a sottrarglielo? Come poteva vivere senza il suo Vito Andrea?

Tutti questi pensieri si affollano nella sua testa. In quel momento non è lucido, ma non ha tempo e non ha nessuno con cui confidarsi e consigliarsi. E’ solo. Sa che ogni scelta può essere quella sbagliata. Forse vogliono proprio che denunci per colpirne ancor più l’attendibilità e per distruggere l’equilibrio della sua famiglia. O forse invece non vogliono che lo faccia e non dare retta a quello che dice la lettera può significare mettere seriamente a rischio la vita di suo figlio, visto che nessuno a Bologna avrebbe preso sul serio i pericoli e che invece i media l’avrebbero ancora massacrato. Allora decide che la cosa più importante è proteggere suo figlio e quindi sceglie di non denunciare. Butta i bulloni e il materiale elettrico nel cassonetto della spazzatura, distrugge la lettera di minacce e la foto di suo figlio, poi prende le buste nelle quali era contenuta la dinamite, le mette sotto all’acqua per diminuirne la potenza esplosiva e la pericolosità. Che farne? Pensa che la dinamite scollegata dai congegni e bagnata sotto l’acqua non possa esplodere o autoinnescarsi, ma ha paura che gettandola nel cassonetto la pressione dovuta all’autocompattatore possa causare un’esplosione e mettere in pericolo gli operatori ecologici. Pensa allora che l’unico modo per disfarsene in modo da essere sicuro di non mettere a rischio l’incolumità pubblica, sia buttarla a mare. Ma a Bologna non c’è il mare e poi lui è scortato, non può uscire mai da solo. Per questo decide che l’unica cosa è portare il pacco in macchina e buttarlo a mare nell’unico momento in cui può sfuggire al controllo della scorta, cioè sul traghetto che attraversa lo stretto di Messina. Quindi mette il pacco nella sua macchina parcheggiata alquanto lontana da casa dei suoceri, un Defender che doveva portare a Palermo per venderlo.

Ma le cose non sono così semplici, passa una settimana e arriviamo a giovedì 14, nel frattempo Massimo ancora in preda alla paura cerca di parlare con l’unico uomo dello Stato di cui si fida fino in fondo, il pm Nino Di Matteo. Telefona al suo avvocato e cerca insistentemente di farsi fissare un appuntamento urgente con il magistrato. E’ l’unico con cui ha un vero rapporto di fiducia, sente che è l’unico che gli crederebbe, l’unico nelle cui mani potrebbe mettere la vita di suo figlio. Ma purtroppo gli viene negato l’appuntamento perché a breve, il 26 aprile, è prevista la sua escussione al processo Mori. Anche l’ultima speranza di poter farsi aiutare crolla. Massimo è di nuovo solo, per proteggere suo figlio e la sua famiglia non ha dentro di lui altra scelta che buttare via quella dinamite. Il 15 aprile prende il Defender, lo carica con vari pacchi di pentole e un quadro che deve portare giù a Palermo. Al contrario di quanto hanno erroneamente e tendenziosamente riportato i media, la dinamite non viaggia mai nell’auto della scorta. Arriva a Roma. Domenica 17 aprile deve andare al Festival del Giornalismo di Perugia per parlare del suo libro “Don Vito” con Francesco La Licata, suo coautore. La moglie con il bambino lo raggiunge nella capitale, lasciano il Defender da un amico che abita in campagna e partono insieme per Perugia con la macchina della moglie. Il lunedì si dividono: lui parte per Roma mentre la sua famiglia va a Bologna dove lui li avrebbe raggiunti il mercoledì per partire insieme e trascorrere le vacanze pasquali a Parigi. E’ anche un modo per allontanare la famiglia da Palermo per il giorno della sua deposizione al processo Mori. Infatti era previsto che sarebbe rientrato lui da solo a Palermo il 25, lunedì di Pasquetta, ossia il giorno prima della deposizione. La tensione che vive il giovane Ciancimino in quei giorni è indescrivibile, la paura, l’isolamento, la solitudine, il senso di un’imminente catastrofe. Arrivato a Roma, riprende il Defender e si mette in viaggio per Palermo. Il suo piano fallisce perché il traghetto che prendono gli uomini della sua scorta non è il solito, ha le sponde più alte e non gli permette di buttare il pacco a mare come aveva progettato. Non gli resta che portarsi la dinamite a casa. Il problema è trovare un altro modo per buttarla visto che è sempre seguito dalla scorta. Ricorre a Giuseppe, uno dei pochissimi amici se non l’unico che ancora gli rimane a Palermo e di cui si può fidare. Lo chiama appena arrivato a casa chiedendogli di venire la mattina dopo da lui. Il pacco è molto grosso, così lo divide in due, bagna ancora l’esplosivo e poi mette i due pacchi nel giardino sotto la cisterna dell’acqua, anche se è convinto che non ci sia pericolo tanto è vero che se l’è trasportato in macchina per tanti chilometri. Il giorno dopo spiega all’amico di aver ricevuto questa minaccia e lui accetta di aiutarlo anche conoscendo la situazione familiare di Massimo, sa che avrebbe rischiato di perdere il figlio. Così Massimo gli dà un pacco (senza dirgli che erano due), gli chiede di buttarlo a mare ma gli chiede prima di informarsi da conoscenti nel campo dell’edilizia per capire se fosse davvero dinamite. Perché al momento lui dubita anche di questo. Sui giornali è stato scritto di tutto, anche che le due versioni fornite da Ciancimino e dall’amico sarebbero state discordanti perché poi quest’ultimo racconterà ai magistrati di averla buttata in un cassonetto. Ma in realtà Massimo non sapeva cosa l’amico avesse effettivamente fatto della dinamite.

Arriviamo così al fatidico 21 aprile. Massimo torna a Bologna a prendere la sua famiglia, pensa che l’altro pacco l’avrebbe buttato tornato da Parigi. Si mettono tutti in macchina per partire per le vacanze pasquali, seguiti dalla scorta. Vengono fermati sull’autostrada e lui viene portato alla questura di Parma per un fermo urgente disposto dalla procura di Palermo. Gli crolla il mondo addosso. Non capisce l’accusa di calunnia, non riesce a capire come un documento sia risultato contraffatto. Non capisce niente di quello che sta succedendo. Non capisce perché questo fermo urgente per un reato come la calunnia. Perché ciò avvenga da parte della Procura con cui sta collaborando. Era sotto scorta anche all’estero, sarebbe bastato convocarlo urgentemente per chiedergli spiegazioni. Capisce solo di essere caduto in un qualche trappolone ancora più micidiale di quello del dicembre 2010. Sa che quando c’è di mezzo il nome di De Gennaro tutto può succedere, lo avevano avvisato in tanti, ma lui aveva sempre risposto che la verità non può avere limiti di convenienza, o è tutta o non è. Ha tanta paura per la sua famiglia che è rimasta fuori, da sola, mentre lui è rinchiuso con lo strazio nel cuore di essere stato arrestato davanti agli occhi in lacrime di suo figlio, una ferita la cui cicatrice rimarrà per sempre. Paradossalmente però in quella cella del carcere si tranquillizza: è tutto finito, le minacce, le scelte da prendere, la paura di quello che può succedere, l’ansia di evitare nuove trappole. Ora non dipende più nulla da lui, è in un posto dove non può succedergli più niente. Il giorno dopo viene interrogato dai pm di Palermo. Ha molta paura, è in stato confusionale, non racconta la verità su Rosselli perché ha paura per la sua famiglia, non ha capito il ruolo di questo soggetto in tutta questa storia e la sua potenza. Lo farà al successivo interrogatorio. Sa che a casa sua già c’è stata la perquisizione e la dinamite non è stata trovata. Ma pur essendo cosciente di confessare un reato che certo non avrebbe alleggerito la sua posizione, decide di dire la verità, di credere ancora che la cosa giusta sia fidarsi della giustizia. Gli unici magistrati di cui si fida, nonostante l’abbiano arrestato in quel modo eclatante e per lui inspiegabile, sono lì a interrogarlo. Spera che possano proteggere la sua famiglia. Così racconta di questa minaccia subita, della dinamite e indica il luogo dove l’ha messa in giardino, non seppellita come hanno riportato tutti i giornali. Però non vuole coinvolgere il suocero, vuole proteggerlo sapendo come è malato e quindi fa una stupidaggine: dichiara di aver ricevuto la dinamite a Palermo anziché a Bologna; in quel momento non gli sembra un fatto così fondamentale, dopotutto la sostanza non cambiava. Dopo qualche settimana però, difronte agli sforzi che gli inquirenti fanno invano per trovare riscontri al suo racconto, decide ancora una volta di dire la verità anche se gli avvocati lo avvertono che la sua posizione sarebbe peggiorata, in quanto gli sarebbe stato contestato un nuovo reato, il trasporto della dinamite. Non è questo che gli interessa, vuole solo dire la verità, ma la sua unica paura è fare del male alla sua famiglia e coinvolgere suo suocero. Durante l’interrogatorio da lui stesso richiesto in cui fornisce la nuova versione, varie volte supplica i magistrati di lasciar stare suo suocero, non interrogarlo, non dargli altri stress. Ovviamente nel momento in cui dice la verità accade quello che si aspettava: i giornali lo fanno passare per un bombarolo, insinuando che la dinamite se l’era procurata lui per simulare un attentato. Eppure è un’accusa che non regge alla logica, che difatti nessun inquirente ha mai ipotizzato. Se avesse voluto simulare una minaccia, avrebbe semplicemente chiamato la polizia per denunciarla. Invece che fa? Si procura la dinamite e poi la butta? A che pro? Solo per un caso non era riuscito a disfarsi di tutto l’esplosivo al momento dell’arresto, evento peraltro che mai avrebbe potuto prevedere.

L’11 novembre prossimo si terrà il processo con il rito abbreviato. Massimo Ciancimino prenderà una condanna e rischia di tornare in carcere, dopo aver scontato per questa storia già oltre sei mesi e mezzo di carcerazione preventiva. Questo per aver cercato di proteggere suo figlio, per una minaccia che lo ha terrorizzato, subita per il suo aiuto dato alla magistratura, perché volevano fermare la sua testimonianza. Forse è giusto così, ha violato la legge, ma è giusto che un testimone vada in carcere per una minaccia subita? E’ accettabile che la giustizia debba essere più severa con lui per il suo nome ingombrante e per il suo ruolo scomodo di testimone? Lui ha denunciato autoaccusandosi, e ha agito sotto la pressione di una terribile minaccia. Perché la stessa procura sembra sempre preoccupata di voler mostrare una maggiore severità e inflessibilità verso di lui come se il suo essere testimone fosse un’aggravante? O forse lo è il suo nome? E’ possibile che in tutto questo a farne le spese debba essere chi ha deciso di seguire una strada scomoda e coraggiosa? Ma soprattutto chiedetevi: voi al suo posto cosa avreste fatto? Ammesso che avreste avuto il coraggio di arrivare dove è arrivato lui, accusando personaggi così importanti tra cui i meno pericolosi sono i sanguinari capi di Cosa Nostra. Se avete figli pensate a loro prima di rispondere e prima di giudicare. Il suo scopo non era certo quello di delinquere o trarne un vantaggio personale. Ha avuto semplicemente paura. Ed era solo. Lasciato solo da tutti coloro che avrebbero dovuto proteggerlo: lo Stato, ma anche la società civile antimafia che chiede verità e giustizia, che non si era mai fidata fino in fondo del figlio di don Vito, di questo testimone anomalo, e che alla prima seria azione di delegittimazione aveva abboccato tirandosi indietro. Mentre il responsabile delle minacce rimane impunito e se la ride beffardo, il supertestimone si è messo nei pasticci, è passato per una sorta di bombarolo e oggi rischia di tornare in carcere. Un bel colpo per chi lavora per fermare le indagini. Una sconfitta non per Massimo Ciancimino, ma per quello Stato che avrebbe dovuto proteggere un testimone di quella portata dalle intimidazioni, dai trappoloni, dalle delegittimazioni e che dovrebbe assicurare una giustizia giusta, oltre alla verità sulle pagine più buie del nostro Paese. E invece oggi, dopo aver permesso che tutto questo potesse succedere, processa con severità lui per una minaccia subita e non ha fatto chiarezza su niente riguardo quella vicenda: chi è l’autore di quella minaccia? Ha collegamenti con Rosselli? Il sospetto Massimo Ciancimino ce l’ha, tanto che durante l’udienza preliminare ha letto la lettera di minacce che gli è stata recapitata il giorno di apertura del processo sulla trattativa che sembra scritta dallo stesso personaggio, chiedendo di essere interrogato sull’argomento. Rimane altresì oscuro il reale obiettivo di quella gravissima intimidazione, se era ucciderlo, spaventarlo, delegittimarlo se avesse denunciato o altro. Questo è il segnale che si vuole dare ai cittadini? Perché volete convincerci che ancora oggi il silenzio paghi? Non lo accetteremo mai. Ecco perché a noi non sembra affatto che sia giusto così.

Adriana Stazio








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