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L'ombra di Calogero Mannino dietro i misteri sul fallito attentato a Rino Germanà PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Bongiovanni   
Giovedì 24 Ottobre 2013 21:05
di Giorgio Bongiovanni - 24 ottobre 2013

Palermo. “Se non è stato un miracolo, di certo si è trattato di un episodio fortunato”. Era il 2 ottobre del 2012 quando Rino Germanà aveva raccontato al Festival della Legalità la storia del fallito attentato nei suoi confronti consumatosi il 14 settembre del 1992 a Mazara del Vallo (Tp).
Poliziotto di razza, classe 1950, a trentaquattro anni era stato nominato dirigente del commissariato di Mazara del Vallo. Germanà era diventato capo della Squadra Mobile di Trapani nel 1987 proprio nel periodo in cui Borsellino aveva assunto l’incarico di procuratore di Marsala. Magistrato e poliziotto si erano quindi ritrovati a lavorare accanto in alcune indagini. Successivamente era stato proprio Paolo Borsellino a chiedere la sua applicazione alla Criminalpol di Palermo per effettuare indagini sulla mafia del Trapanese. “A raccontarla – aveva specificato Germanà durante l’incontro di Villa Filippina – può sembrare una scena da film: il lungomare Fata Morgana di Tonnarella, io che torno verso casa, una macchina mi affianca e dal finestrino spunta un fucile. Arriva il primo sparo”. “Dopo il primo colpo ho guadagnato qualche metro verso la spiaggia, con una ferita alla testa. I miei aguzzini sono scappati, ma ci hanno ripensato e sono tornati indietro per sparare di nuovo. Quando ti sparano non è come nei film: tu ti muovi per schivare i colpi, ma questi arrivano e non capisci nulla. A quel punto, aiutato dai bagnanti, mi sono buttato in acqua. La macchina è tornata per la terza volta, sparando verso di me e le persone che avevo intorno: non riescono a colpire e fuggono via per l'ultima volta”. Quello stesso giorno a Germanà era arrivata la chiamata dell’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino, che gli aveva  preannunciato il suo immediato trasferimento a Roma.

Di quel fallito attentato ad opera del Gotha di Cosa Nostra (Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro), si è parlato oggi durante l’audizione di Rino Germanà al processo sulla trattativa Stato-mafia. La storia di quell’agguato rientra a tutti gli effetti tra le vicende di mafia mai del tutto chiarite. All’epoca Mazara del Vallo era un importantissimo centro nevralgico della mafia siciliana, “Totò Riina da lì comandava il mondo” aveva raccontato il pentito Vincenzo Sinacori. Germanà, da capo della Squadra Mobile, stava andando a toccare “ibridi connubi” tra mafia, politica e massoneria e per questo andava fermato. Al processo per il suo tentato omicidio il pm Andrea Tarondo (che a suo tempo ha chiesto e ottenuto le condanne per mandanti ed esecutori di quell’agguato) aveva manifestato la propria convinzione che una “manina” avesse scritto il trasferimento di Germanà a Mazara del Vallo quasi a consegnarlo nelle mani dei killer più efferati di Cosa Nostra. Nel periodo dell’agguato il funzionario di polizia si stava occupando, tra l’altro, di un’inchiesta su mafia e Banca Sicula e di alcune indagini che in certo qual modo avevano sfiorato l’ex ministro Dc, Calogero Mannino (attualmente imputato per la trattativa, ma giudicato separatamente col rito abbreviato). E proprio su questo fronte il pm Nino Di Matteo ha voluto chiedere alcuni approfondimenti al dott. Germanà.
Nell’aprile del 1992 (nel periodo in cui Germanà era applicato alla Criminalpol di  Palermo) i pm della Procura di  Marsala (Tp) Alessandra Camassa e Massimo Russo gli avevano chiesto di svolgere una delicata indagine che prendeva spunto da una relazione del giudice Salvatore Scaduti, presidente della Corte di Assise del processo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. “I pm Camassa e Russo mi convocarono e mi consegnarono una delega che conteneva diversi capitoli di indagini – ha specificato in aula Germanà –. La consegnai intorno  al 20 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci. Punto nodale della delega era identificare un parlamentare di nome Enzo, riconducibile a un’azione che tendesse a influenzare l’esito del  processo per l’omicidio Basile, che si era risolto con un incontro promosso dal notaio Pietro Ferraro nei confronti di Scaduti. Dovevo identificare questo parlamentare di nome Enzo”. “Il notaio era stato sollecitato da un parlamentare di nome Enzo di area ‘manniniana’. Bisognava trovare dei  riscontri. Io ho iniziato a fare degli accertamenti. E così abbiamo iniziato a individuare i parlamentari di nome Enzo”. Germanà ha proseguito sottolineando che nella su ricerca “si faceva cenno anche alla massoneria”. “Nella rosa dei parlamentari di nome Enzo il  fascicolo era arrivato a Marsala perchè si era arrivati a un certo Enzo Culicchia. Mi sono così mosso in questa direzione”. “Nel corso delle  indagini – ha proseguito il questore di Piacenza – avevo individuato l’area massonica perchè il notaio Pietro Ferraro era stato un Gran maestro della massoneria. Le pregresse acquisizioni su massoneria mi sono servite, poi ho ottenuto riscontri sull’appartenenza massonica del notaio”. “Un giorno venni avvicinato dal segretario di Culicchia, che mi  disse che non era Culicchia l’Enzo che cercavamo, ma era Enzo Inzerillo il parlamentare ‘manniniano’ trombato”. La storia ricorda che Inzerillo era un fedelissimo di Calogero Mannino, nonché senatore Dc eletto nel collegio di Brancaccio a Palermo e poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo la presentazione del rapporto “venni chiamato dal vice capo polizia, il prefetto Luigi Rossi, che mi voleva parlare. Mi fece una domanda. Mi chiese cosa c’era su Mannino in quel rapporto; c’era un timore reverenziale (da parte del prefetto Rossi, ndr), gli dissi: ‘mi dia tempo di  ricontrollare le carte’. Così feci, ma intanto il dottor Di Costanza mi disse che aveva mandato il rapporto a Roma”. Alla domanda di Nino Di Matteo se avesse mai chiesto spiegazioni al prefetto Rossi sulle ragioni dell’urgenza di quella convocazione e sulla richiesta su Mannino, Germanà ha risposto: “Non ho mai chiesto successivamente né al  dottore Di Costanzo, né al Prefetto Rossi”. “Poco prima di essere trasferito a Mazara, Mannino aveva chiesto di incontrarmi, tramite un mio cugino, Virginio Amodeo, ma non andai”. E di quell’incontro non se ne fece nulla.
Come è noto per la procura di Palermo il ruolo di Calogero Mannino è determinante nell’avvio della trattativa tra Stato e mafia. Il “timore reverenziale” del Prefetto Rossi su un possibile coinvolgimento dello stesso Mannino in un’indagine su mafia e politica è alquanto emblematico e lascia intravedere tanti buchi neri. Che ancora devono essere esplorati.

La testimonianza di Susanna Lima
Dopo una pausa di diversi minuti per far prendere i medicinali a Totò Riina, l’udienza è proseguita con l’audizione di Susanna Lima. “Ho incontrato l’on. Andreotti – ha raccontato la figlia dell’eurodeputato ucciso dalla mafia – tra aprile e maggio del 1992 e con lui ho parlato dell’omicidio di mio padre. Ma ho incontrato e parlato anche con numerosi politici locali. Non ebbi opportunità di incontrare Andreotti al funerale di mio padre. Seppi che lui voleva incontrarmi e ciò avvenne a palazzo Giustiniani a Roma in quel periodo”. Rispondendo alle domande del Pm Roberto Tartaglia, Susanna Lima ha specificato: “Mi chiese se avevo notizie dell'omicidio, appena entrata. E se avevo notizie di un qualche coinvolgimento di Vito Ciancimino. Dissi che non ne avevo idea”.
Il prossimo 7 novembre verranno sentiti in videoconferenza i collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovanbattista Ferrante.

Giorgio Bongiovanni (AntimafiaDuemila)




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