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Ass. Naz. Schifati PDF Stampa E-mail
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Scritto da Marco Travaglio   
Domenica 27 Ottobre 2013 17:08
di Marco Travaglio - 27 ottobre 2013

Ma che gli dice il cervello ai vertici dell’Associazione nazionale magistrati? Ieri, a disquisire di “Giustizia e politica” al loro congresso nazionale, hanno invitato Renato Schifani, indagato per mafia a Palermo. La Procura aveva chiesto di archiviarlo per decorrenza dei termini per indagare, pur avendo raccolto accuse di pentiti molto credibili e accertato i rapporti con uomini d’onore. Senza contare l’imbarazzante elogio di Riina (“Schifani una mente è!”) in un colloquio in carcere nel 2008. Ma il gup Piergiorgio Morosini aveva riaperto la partita, ordinando nuove indagini tuttora in corso. Ieri questo bel personaggio troneggiava al congresso Anm accanto all’inseparabile Anna Finocchiaro, che fa coppia fissa con lui da quando, alla sua elezione a presidente del Senato nel 2008 (grazie anche all’incredibile astensione del Pd), lo applaudì e lo baciò sulla guancia. Ai magistrati e giuristi presenti al tavolo dei relatori, da Patrono a Spataro, da Berruti a Ferrajoli, va la piena solidarietà per l’imbarazzo che devono aver provato. Nessuno, in sala, ha posto il problema dell’opportunità di quella presenza, a parte la nostra Antonella Mascali, cui veniva risposto con un certo fastidio che Schifani non era lì come indagato per mafia, ma come capogruppo Pdl in Senato. Come se i due ruoli fossero scindibili. È vero che non è facile trovare un dirigente del Pdl sprovvisto di almeno un avviso di garanzia; ma forse, cercando bene, un non indagato si poteva trovarlo. O almeno un indagato ma non per mafia, ecco.
Ora però Schifani è passato tra i buoni, perché ha mollato B. che l’aveva creato dal nulla in tandem con Alfano. Insomma, è la nuova architrave del governo Letta-Napolitano. E le larghe intese che ammorbano l’Italia vanno a inquinare anche l’Anm, che dovrebbe occuparsi d’altro. Per fortuna il giudice Morosini, trattenuto a Palermo da impegni di lavoro, non era presente in sala: altrimenti avrebbe potuto ascoltare la lezioncina del suo indagato. Al congresso mancava anche il pm Nino Di Matteo, che indaga su Schifani e sulla trattativa Stato-mafia, guarda caso bersagliato da continue minacce di attentato. Forse non voleva incontrare, oltre a Schifani, certi “colleghi” della Procura della Cassazione e del Csm che da oltre un anno fanno a gara nell’isolarlo con inaudite azioni disciplinari.

Almeno l’Anm, il sindacato dei magistrati, avrebbe potuto compiere il bel gesto di invitarlo per rompere l’asfissiante isolamento. Come ha fatto con Alessandra Galli, la giudice del processo Mediaset insultata da B.. Ma, com’è noto, Di Matteo è detestato anche dai partiti di centro e di sinistra, avendo chiesto e ottenuto (dallo stesso Morosini) il rinvio a giudizio di Dell’Utri (Pdl), Mannino (Udc) e Mancino (Pd) per la trattativa. Ed è inviso anche al Quirinale, che gli ha scatenato il conflitto alla Consulta per aver osato intercettare Mancino mentre parlava con Napolitano e il suo consigliere D’Ambrosio per condizionare le indagini tramite il Pg Gianfranco Ciani. Insomma, anche per l’Anm, B. non può attaccare la magistratura, ma il Quirinale sì. Infatti l’Anm non ha invitato Di Matteo, ma Ciani, che ha subito proposto e ottenuto una standing ovation per D’Ambrosio, per la gioia di Napolitano seduto in prima fila. È lo stesso Ciani che, per ordine del Colle, convocò Grasso per parlare dell’avocazione dell’inchiesta sulla trattativa; poi, in conflitto d’interessi, avviò l’azione disciplinare contro Di Matteo; e ora deve testimoniare al processo, come il capo dello Stato. Alla fine il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, già commensale di Previti, s’è scagliato contro i magistrati che si candidano (uno a caso: Ingroia), i “processi mediatici”, il “populismo giudiziario” che scambia “la giustizia per uno show o un carro di carnevale”. E ha invitato a chiudere “lo sterile match frontale tra politica e giustizia”. E mentre lo diceva, forse senza neppure accorgersene, faceva molta più politica di qualunque magistrato candidato. Una politica di larghe intese, l’unica ormai consentita in questo povero paese.


Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2013)





26 ottobre 2013, XXXI Congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati
Tavola rotonda: Giustizia, politica e governo autonomo della magistratura. Modera Massimo Giannini,
partecipano Giuseppe Maria Berruti, Luigi Ferrajoli, Anna Finocchiaro, Antonio Patrono,
Renato Schifani (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa)
, Armando Spataro











La mafia, Schifani e il verbale del 1993

di Fabrizio Gatti (L'Espresso, 30 settembre 2013)
 
 
Nell’anno delle stragi, il 1993, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, e il costruttore di fiducia dei terroristi di Cosa nostra stavano dalla stessa parte.

Lo rivela un verbale del Genio civile di Palermo. Il documento ci ricorda oggi che il 4 novembre di vent’anni fa, appena cinquanta giorni dopo l’omicidio di don Pino Puglisi e pochi mesi dopo gli attentati a Roma, Firenze e Milano, Schifani curava gli affari spericolati di un imprenditore: lo stesso costruttore che Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, allora imprendibili boss della mafia siciliana, consideravano così vicino da sceglierlo per l’acquisto di un appartamento-bunker dove trascorrere la latitanza. Un passato che ovviamente non appare nel curriculum ufficiale dell’attuale presidente dei senatori Pdl e stretto alleato di Silvio Berlusconi nel ricatto in corso contro il Parlamento.

Il 4 novembre 1993, il giorno in cui Renato Schifani e il costruttore Pietro Lo Sicco rivelano nero su bianco la loro collaborazione, non è un giorno come tutti gli altri. È anche il primo compleanno che la piccola Nadia Nencioni, morta con la sorellina di 50 giorni, i genitori e uno studente nella strage di via dei Georgofili a Firenze, non ha potuto festeggiare. Proprio quel giovedì Nadia avrebbe compiuto 9 anni.

Una coincidenza che rende ancor più stridente il ruolo della futura seconda carica della Repubblica, allora semplice avvocato d’affari. Perché quel giovedì, mentre l’Italia ancora piange le sue vittime e altri italiani rischiano la vita nelle indagini sui carnefici, Schifani e il palazzinaro di fiducia dei terroristi della mafia sono schierati dalla stessa parte. La loro collaborazione non è un incontro casuale. Ma prosegue almeno fino all’autunno 1996, come dimostra un ricorso in favore del costruttore Lo Sicco presentato al Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia da Schifani con i colleghi Nunzio Pinelli e Francesco Mormino. In quel periodo l’avvocato d’affari è già senatore. Viene eletto per la prima volta in Parlamento proprio nel ‘96, nel collegio siciliano di Corleone.

Negli anni successivi Pietro Lo Sicco, un ex benzinaio di Palermo che in poco tempo grazie alle sue conoscenze ai vertici della mafia si ritrova a gestire un impero immobiliare, verrà condannato per concorso esterno a Cosa nostra. E anche per corruzione di un assessore e concorso in truffa ai danni del Comune, per la costruzione di un gigantesco condominio di lusso a Palermo, in via del Bersagliere, vicino allo stadio della Favorita. Lo stesso palazzo dove tra le stragi del 1992 e del ‘93, proprio per la fiducia nei confronti di Lo Sicco, va a nascondersi per alcune settimane Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il telecomando dell’attentato a Capaci. Anche Leoluca Bagarella, il capo dei capi dopo l’arresto di Totò Riina, si rivolge al cliente di Schifani per cercare casa. Bagarella, allora super ricercato, visita i nuovi appartamenti e rinuncia all’acquisto solo quando viene a sapere che lì ha già trovato rifugio Brusca. Ma i contatti del costruttore con i vertici di Cosa nostra non si fermano a Brusca e Bagarella.

Il verbale, da allora custodito nell’archivio del Genio civile siciliano, racconta che il 4 novembre ‘93 Lo Sicco, indicato come legale rappresentante della Lopedil costruzioni, la sua impresa, e Schifani, a sua volta indicato come legale della Lopedil, alle 11 del mattino in via del Bersagliere a Palermo incontrano i tecnici del Genio e del Comune per verificare le distanze perimetrali del palazzo da poco costruito. Lo Sicco in quel periodo è accusato di avere ottenuto la licenza edilizia dichiarandosi proprietario di particelle catastali che invece non sono mai state sue. E anche di avere cominciato la demolizione di un caseggiato non suo per far posto al condominio.

Questa volta non è la testimonianza di un pentito ma un documento a rivelare la collaborazione tra il futuro presidente del Senato e un personaggio strettamente in contatto e in affari con la mafia siciliana. Una collaborazione confermata sia da Schifani, sia da Lo Sicco. Al termine del sopralluogo, infatti, i due firmano il verbale. E la loro firma ben leggibile è oggi la prova di quel legame.

Del ruolo dell’attuale capogruppo dei senatori di Berlusconi nella spericolata storia del condominio, che ha ospitato Brusca proprio mentre l’Italia onesta sfregiata dalle stragi gli dava la caccia, parla anche il nipote del costruttore. “L’avvocato Schifani”, dice il collaboratore di giustizia Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio, davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Palermo, “ebbe a dire a me, io suo cliente, che aveva fatto tantissimo… ed era riuscito a salvare il palazzo facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi”. E sempre riferendosi al futuro presidente del Senato, aggiunge: “Io ogni mattina lo andavo a prendere, quasi tutte le mattine lo andavo a prendere e lo accompagnavo all’Edilizia privata, dove lui metteva in atto il suo meraviglioso rapporto con l’assessore per cercare di tamponare la vicenda”.

Un meraviglioso rapporto che ha evitato la demolizione del palazzo ordinata dal Comune. La Corte di cassazione ritiene le dichiarazioni di Innocenzo Lo Sicco “intrinsecamente attendibili e confortate con idonei riscontri”. Mentre nel procedimento contro lo zio per concorso esterno in associazione mafiosa, ancora nel 2006 i giudici d’Appello sottolineano le precedenti frequentazioni del nipote-testimone “con esponenti mafiosi, in particolare i fratelli Graviano”. Cioè l’uomo che quasi ogni mattina accompagnava Schifani all’ufficio Edilizia privata del Comune di Palermo frequentava o aveva frequentato i mandanti delle stragi di Cosa nostra e dell’omicidio di don Pino Puglisi.

In qualunque Paese sinceramente democratico, è inimmaginabile pensare che un professionista che ha fatto così tanto per gli affari di un’organizzazione mafiosa e terroristica possa ricoprire per cinque anni la seconda carica dello Stato. E possa continuare a condizionare la politica nazionale, senza dare spiegazioni ai cittadini. Non escludendo però che tutto questo sia accaduto a sua insaputa, visto che la distrazione pare essere molto diffusa negli ultimi tempi tra alcuni parlamentari, lo scorso inverno quando era ancora presidente del Senato ho rivolto a Renato Schifani cinque domande. Eccole:
1. Come ha conosciuto il signor Lo Sicco?
2. Era al corrente dei contatti del signor Lo Sicco con esponenti di Cosa nostra?
3. Come valuta ora, come uomo e come politico, quella Sua esperienza professionale e il Suo apporto di conoscenza al signor Lo Sicco? Soprattutto nei confronti di quegli italiani che nel 1993 rischiavano la vita o hanno pagato con la vita il loro impegno contro la mafia.
4. Il collaboratore di giustizia, Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio (Cassazione registro generale 3309/2004 sentenza numero 1266 del 27 settembre 2004), La chiama in causa in merito alla Sua attività in favore di Pietro Lo Sicco all’interno del Comune di Palermo, affinché non venisse annullata la concessione ediliza numero 120 rilasciata all’imprenditore per la costruzione del condominio in via del Bersagliere. Che tipo di attività si trattava e come ha valutato le dichiarazioni del signor Innocenzo Lo Sicco?
5. Non ha mai pensato che la Sua assistenza al signor Pietro Lo Sicco abbia indirettamente favorito gli interessi della mafia?
Da allora non sono mai arrivate risposte. Se volete riproporre le domande, questo è l’indirizzo email istituzionale:  renato.schifani at senato.it

di Fabrizio Gatti (L'Espresso, 30 settembre 2013)
 





Il verbale del Genio civile







Le firme di Renato Schifani e del costruttore Pietro Lo Sicco

















 





 













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