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Trattativa: 'Dalla Chiesa ucciso per conto di Craxi ed Andreotti' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Simone Ferrali e Martina Cagliari   
Venerdì 08 Novembre 2013 17:59

Trattativa-Stato-Mafia-1-300x225di Simone Ferrali e Martina Cagliari - 7 novembre 2013

Mi sento abbandonato dallo Stato. Sono 17 anni che faccio processi e non mi sono mai lamentato, ma adesso non ce la faccio più”. Si è aperta con uno sfogo la testimonianza del collaboratore di giustizia Francesco Onorato, uno dei due testi interrogati questa mattina davanti alla Corte d’assise di Palermo. Onorato, uomo del mandamento di Partanna-Mondello, è stato arrestato nel novembre 1993 dopo un anno di latitanza. Nel settembre del 1996, ha iniziato a collaborare con la giustizia e si è autoaccusato dei delitti commessi, per i quali non era neanche indagato (fra questi gli omicidi Lima, Badalamenti, D’Agostino e Piazza, ed il fallito attentato dell’Addaura). La scorsa settimana, il pentito ha ricevuto un’ordinanza di revoca della detenzione domiciliare, per aver rincasato con qualche minuto di ritardo (può allontanarsi dall’abitazione otto ore al giorno per recarsi al lavoro), nonostante esso fosse stato regolarmente segnalato alla Procura. L’ordinanza è stata consegnata al collaboratore pochi giorni dopo il suo annuncio di rivelare alcuni episodi inediti in merito alla Trattativa. Forse, Onorato si riferisce (anche) a questo quando dice di sentirsi “abbandonato dallo Stato”.

 

Abbandonato, ma non intimidito. In apertura di deposizione, il collaboratore ha raccontato come è maturata la strategia stragista di Cosa nostra, a seguito della sentenza della Cassazione sul Maxiprocesso (30 gennaio 1992): “Riina avrebbe ammazzato tutti i politici dopo la sentenza del Maxiprocesso, ma seppi da Salvatore Biondino che c’era una lista prioritaria di persone da uccidere”. I primi due obiettivi da colpire erano Salvo Lima, Andreotti ed i loro figli. Nella lista però comparivano anche “Germanà, Vizzini, Calogero Mannino, i cugini Salvo, Ferruzzi, Gardini e Martelli”. Il pentito si sofferma proprio su quest’ultimo: “Siamo stati noi a far eleggere Martelli come ministro della Giustizia. Nel 1987 avevamo finanziato la sua campagna elettorale con 200 milioni di lire. Fui io, da reggente della famiglia di Partanna-Mondello, a prendere i 200 milioni dalla cassa. Lo finanziammo perché si diceva che faceva uscire i mafiosi dal carcere E poi mantenne le promesse, perché fece dare gli arresti ospedalieri ad alcuni mafiosi”.

 

La deposizione di Onorato è proseguita con un durissimo attacco allo Stato: “Quando vedo Riina che accusa Violante…quando accusa lo Stato…ha ragione! C’è stata sempre la convivenza (tra Stato e mafia, ndr). Riina, quando accusa lo Stato nelle interviste, ha ragione, perché poi lui è stato abbandonato. Ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa…il signor Craxi e il signor Andreotti che si sentivano il fiato sul collo…Dalla Chiesa non dava fastidio a Riina, dava fastidio ad altri. Prima a Riina (i politici, ndr) gli hanno fatto fare quello che voleva e poi si sono nascosti…”. Secondo Onorato, anche l’omicidio Mattarella fu commissionato dalla politica.

 

Sempre nell’ambitodei rapporti mafia-politica, il pentito ha parlato di un incontro convocato da Riina al ristorante Perla del Golfo di Palermo, al quale sarebbero stati convocati “Lima, Mannino, Vizzini e i Salvo”. Al rendez-vous non avrebbe partecipato però il braccio destro di Andreotti (per quanto riguarda gli altri, Onorato non sa riferire): “Seppi da Biondino che Lima aveva dato buca”.

 

Il pentito è poi passato a raccontare le fasi dell’omicidio dell’Eurodeputato democristiano, ucciso il 12 marzo 1992: “Fare parte del gruppo di fuoco della Commissione di Cosa nostra era come fare parte della Nazionale di calcio. Ci entravano le persone più valide scelte da Riina tra le varie famiglie. […] Ho organizzato tutta la fase esecutiva dell’omicidio Lima. […] La motocicletta era rubata. […] Appena lo abbiamo visto ci siamo avvicinati alla sua auto. […] D’Angelo, che era con me, era emozionato e li ha sorpassati troppo…quindi mi sono girato ed ho sparato dei colpi di pistola per bloccarli. Poi, sono sceso, ho inseguito Lima e gli ho sparato…”. Onorato colpì a morte l’obiettivo dell’agguato (Lima), ma venne ugualmente rimproverato da Biondino e Riina, per non aver ucciso Alfredo Li Vecchi e Nando Liggio, le persone che viaggiavano sulla stessa macchina dell’Eurodeputato.

 

Il secondo teste ascoltato nell’udienza odierna è stato il collaboratore di giustizia Gianbattista Ferrante, figlio e nipote di altri esponenti della mafia siciliana. Ferrante entrò in Cosa nostra nel 1979, sotto la famiglia di San Lorenzo (Palermo), gestita prima da Pippo Gambino, poi da Salvatore Biondino. Divenuto collaboratore di giustizia nel 1996, confessò di aver partecipato a numerosi delitti in veste di “soldato”: la strage di Capaci, la strage di via Pipitone, l’uccisione dell’europarlamentare Salvo Lima, la strage di via d’Amelio e l’omicidio di Emanuele Piazza, un esponente dei Servizi Segreti.


Nella strage di Capaci ebbe il compito di pedinare il dottor Falcone, nella strage di via d’Amelio invece quello di osservare il passaggio della macchina con a bordo Paolo Borsellino e di avvertire telefonicamente i suoi complici.

Secondo quanto riferito questo pomeriggio dal collaboratore di giustizia, nella sua abitazione si svolsero numerose riunioni tra i vari esponenti di Cosa nostra, tra il 1990 e il 1991. Riunioni alle quali però non partecipò in prima persona, in quanto si limitava a mettere a disposizione la propria dimora ai vertici dell’organizzazione. Ferrante ha raccontato di aver visto alloggiare nelle sue stanze alcuni pezzi grossi di Cosa nostra, tra i quali Totò Riina, Bernardo Provenzano, Carlo Greco, Salvatore Cancemi, Angelo La Barbera e Giuseppe Graviano.


Il collaboratore ha proseguito la sua deposizione citando le eloquenti parole del mafioso Salvatore Biondino: “Bisognava pulirsi i piedi di tutte quelle persone che avevano parlato a sproposito”. Un’espressione indirizzata ai politici che vennero meno agli accordi stipulati con Cosa nostra, dopo la sentenza di Primo grado del Maxiprocesso (1987), tradendo l’attesa dei capimafia.

 

Cosa nostra doveva vendicarsi della “presa in giro” ed iniziò proprio con l’omicidio dell’Europarlamentare Salvo Lima, del quale furono incaricati Ferrante, Biondo, Scalici, Onorato, D’angelo e Salvatore Biondino.

 

Dopo Lima, vennero indicati anche altri politici da uccidere, ma Ferrante ha affermato di ricordare con sicurezza solo il nome dell’ex ministro, Calogero Mannino (nei verbali di alcune precedenti dichiarazioni, il pentito fece anche i nomi anche di Purpura e Vizzini).

 

La Corte ha aggiornato l’udienza al 21 novembre, udienza nella quale verrà ascoltato il pentito Antonino Giuffrè.


Simone Ferrali e Martina Cagliari (news.you-ng.it)


 

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