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Salvatore Borsellino: 'Con le minacce vogliono colpire il processo sulla trattativa Stato-mafia' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Rossella Guadagnini   
Mercoledì 20 Novembre 2013 23:28
di Rossella Guadagnini - 19 novembre 2013

"Non ho paura delle azioni dei malvagi ma del silenzio degli onesti" ha detto Martin Luther King. Totò Riina dal carcere chiede la morte di un pm e ne minaccia altri: cosa fanno le istituzioni? Ad esempio, il ministro di Giustizia, Annamaria Cancellieri, il neopresidente della Commissione bicamerale Antimafia, Rosy Bindi, il capo della Dia, Arturo De Felice? Che risposta daranno, che provvedimenti prenderanno? Intanto abbiamo chiesto a Salvatore Borsellino, leader del Movimento delle Agende Rosse, a che punto stanno le cose. In questi giorni, infatti, la sua associazione, unitamente a molte altre aderenti, ha organizzato cortei, flash mob e manifestazioni in tutta Italia per solidarietà nei confronti del pm Di Matteo, dei giudici del pool di Palermo e dell’avvocato Fabio Repici, anch’egli minacciato.

Le recenti invettive di Riina sono un fatto nuovo? Lei come lo valuta?
Io do un’interpretazione diversa da quella che sta circolando. Che Riina minacci Di Matteo è una cosa ‘scontata’. Lo Stato e i magistrati che lo rappresentano dovrebbero essere il nemico della mafia. Riina lo ha fatto altre volte, in diverse occasioni.
Tuttavia credo che le sue minacce vengano agitate in questo momento per un altro scopo: Di Matteo e il processo che ha istruito a Palermo rappresentano un pericolo per i centri di potere, per coloro che hanno condotto, ai tempi, la trattativa e per coloro che, oggi, formano la classe dirigente del nostro Paese dell’uno e dell’altro schieramento. Di Matteo si è cercato di fermarlo in ogni maniera: lo ha cercato di fare anche la più alta delle istituzioni, attraverso il conflitto di attribuzioni, il Csm che ha avviato un’indagine disciplinare a carico del magistrato e così via. A me pare che questa sia solo un’altra maniera di attaccarlo, dato che, in relazione a queste minacce, si è ipotizzato il suo trasferimento in una località segreta, proprio come venne fatto per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ai tempi del maxiprocesso. Era stata una resa dello Stato, quella, che ammetteva di non poter proteggere i suoi uomini.

E quindi?
Lego dunque queste minacce a un disegno più ampio. C’è un processo in corso per l’esplosivo che Massimo Ciancimino ha detenuto illegalmente e trasportato fino a Palermo. Ciancimino potrebbe aver agito così a causa delle minacce ricevute da un personaggio appartenente ai servizi segreti che lui ancora non ha identificato in pubblico. Forse potrebbe finalmente dire quello che finora non ha detto: ma lui si fida solo di Nino Di Matteo, con altri non parlerebbe. Allontanare Di Matteo vuol dire allora non consentire che Ciancimino possa rivelare quanto sa, avvalendosi invece della facoltà di non rispondere. Togliere di mezzo Di Matteo potrebbe bloccare questa possibile resipiscenza di Ciancimino e dare un colpo mortale al processo, fare quello che finora non si è riusciti a fare.

Cosa occorrerebbe fare?
Come mai non si prendono provvedimenti per una protezione efficace a tutto il pool, compresi gli altri componenti che potrebbero essere più indifesi? Se si alza la protezione nei confronti Di Matteo, chi vuol colpire può dirigersi su bersagli meno protetti. Come mai non si usa il bomb jammer, un dispositivo di disturbo elettronico, già a suo tempo richiesto da Falcone e attualmente usato per difendere il presidente della Repubblica, il ministro dell’Interno e Silvio Berlusconi, a quanto mi risulta? Un apparecchio che avrebbe impedito il compimento degli attentati di Capaci e via D’Amelio, per come sono avvenuti, rendendo impossibile l’uso del telecomando a distanza per l’esplosivo.

Perché oggi è tanto importante manifestare in difesa dei magistrati?
Per cercare di far sentire loro la solidarietà della gente: un gesto che di sicuro apprezzano. Lo apprezzavano anche Paolo e Giovanni, quando dicevano “Adesso la gente fa il tifo per noi”. Per persone che rischiano la vita e vivono sotto costante minaccia è importante la vicinanza delle persone. Invece è pericolosissimo il silenzio delle istituzioni, dello Stato. “Si muore quanto si è soli” sosteneva Falcone. Visto che anche noi siamo lo Stato, dobbiamo fare quello che siamo in grado di fare, in modo che almeno una sua parte sia al fianco dei magistrati, faccia sentire loro la propria presenza. Abbiamo esaminato anche l’ipotesi di costituire noi stessi una scorta civica che possa essere presente, almeno simbolicamente, laddove lo Stato non risulta esserlo abbastanza.

Ma non è un compito che spetterebbe alle istituzioni?
C’è una doppia valenza nella nostra iniziativa: far sentire la voce dell’opinione pubblica nei confronti del silenzio dello Stato e far sentire il nostro appoggio ai servitori dello Stato che lo Stato non sa tutelare. È stata chiesta anche una sessione straordinaria all’interno della Commissione bicamerale Antimafia per esaminare in particolare il periodo delle stragi del ’92-’93. Ma non ci si può aspettare gran che. La neo presidente, Rosy Bindi, ha dichiarato a suo tempo di non sapere molto di mafia e nel corso della campagna elettorale non ha mai affrontato il problema della criminalità organizzata. Sarebbe necessario anche che si riunisse immediatamente il comitato provinciale per la Sicurezza pubblica di Palermo e Messina. Ma finora niente è accaduto.

Lei parla di Nino Di Matteo, di Roberto Scarpinato, che sono magistrati, ma anche di Fabio Repici, che invece è un avvocato.
Non abbiamo circoscritto il nostro obiettivo al solo Di Matteo, ma abbiamo considerato tutti gli altri pm del pool che sono addirittura più a rischio. Giovani come Roberto Tartaglia rappresentano un anello più debole. La loro scorta non è neanche stata elevata di livello. Ma le minacce che arrivano da esponenti mafiosi sono indirizzate anche a un avvocato che difende i familiari delle vittime, Fabio Repici, che ha ricevuto pesanti intimidazioni in aula da parte di Rosario Pio Cattafi. La mafia non è limitata alla sola Palermo; ci sono santuari mafiosi ancora poco sotto osservazione, come Barcellona Pozzo di Gotto, dove ha operato Cattafi e Nitto Santapaola, lo stesso personaggio che ha avuto un suo ruolo nella strage di Capaci e via D’Amelio.

Per lei l’impegno civile viene naturale, dopo quanto le è toccato in sorte. Ma gli altri italiani, quelli che non sono siciliani, che non hanno parenti uccisi, feriti o minacciati dalla criminalità, in che modo si dovrebbero sentire coinvolti in questa lotta contro la criminalità, perché si dovrebbe interessare a questioni di mafia?
La mafia ci riguarda tutti. Non credo assolutamente che riguardi i soli magistrati che se ne occupano e i parenti delle vittime. Se fosse rimasto in vita Paolo Borsellino probabilmente gli ultimi 20 anni di storia italiana sarebbero stati diversi. Stragi e complicità, silenzi e trattative sarebbero state le stesse? Non credo. La trattativa Stato-mafia di cui si parla oggi è solo una delle tante avviate negli anni dalle nostre istituzioni. E’ il peccato originale su cui si fonda la nascita della Seconda Repubblica e i suoi equilibri, dovuti a una vera e propria congiura del silenzio. Di trattative ne sono state portate avanti diverse, fin dai tempi di Portella della Ginestra e non solo quella che salvò la vita ad alcuni potenti della Dc, che erano nella lista delle persone da uccidere, dopo Salvo Lima. Così fu assassinato non chi era nell’elenco, ma Paolo Borsellino, che a questa trattativa si oppose.

Che accadde dopo?
Poi furono individuati nuovi centri di potere, nuovi partiti emergenti. Per cui venne messa da parte l’idea di una formazione direttamente gestita dalla mafia, Sicilia Libera, e si decise di appoggiare quella forza politica che ha poi dominato la scena negli ultimi due decenni. Queste non sono cose che riguardano solo le famiglie delle vittime della criminalità mafiosa. Una parte degli italiani è ben consapevole delle connivenze tra politica e Cosa nostra, tanto che la risposta popolare ottenuta dai movimenti antimafia, che hanno a cuore soprattutto la verità e la giustizia, è spontanea. In tutte le città vengono portate avanti manifestazioni. Certo, sarebbe necessario che la solidarietà fosse testimoniata a un livello molto più alto, tuttavia l’ampia adesione dimostrata alle nostre iniziative dimostra che il problema è sentito dalla parte sana del Paese che ne ha coscienza.

E’ cambiato il clima in questi ultimi anni?
C’è di sicuro una maggiore sensibilità, nei miei incessanti giri per tutto il Paese riscontro che il problema è avvertito a livello soprattutto dei giovani, mentre gli adulti sono più rassegnati. Non trovo corrispondenza, invece, a livello della politica e delle istituzioni. La criminalità organizzata non rappresenta per loro un’emergenza a quanto pare. Diventerà emergenza se ci saranno nuove vittime da piangere. Allora la situazione cambierà, come cambiò nel ’92. Ma noi abbiamo bisogno di magistrati vivi.

Dite che bisogna scegliere da che parte stare, di qua o di là: è un’estremizzazione dello ‘scontro’ in direzione politica?
Non è un’estremizzazione, purtroppo è la realtà. E’ necessario dichiararsi ora. Una delle questioni critiche è proprio il silenzio. Il silenzio delle istituzioni e dei partiti. Bisogna stabilire se questi magistrati sono un corpo estraneo al nostro Paesi e quindi debbono essere fermati e addirittura eliminati, oppure se debbano essere supportati da tutto il Paese e da tutte le istituzioni. La parte sana della magistratura è una garanzia della nostra democrazia e ha supplito a lungo alle carenze della politica.

Cosa ne pensa della sentenza del processo Mori?
Sciascia diceva che lo Stato non può processare se stesso. Ma oggi ha cominciato a farlo. Era necessario. Tuttavia la mia grande paura è che poi lo Stato assolva se stesso, com’è avvenuto nel caso della sentenza del processo Mori, dove si afferma che il fatto “non costituisce reato”. Cioè non è reato, che nonostante fosse possibile catturare Bernardo Provenzano, ciò non sia accaduto in quanto si è scelto di agire altrimenti? Temo che anche nel processo sulla trattativa, che coinvolge pezzi dello Stato e delle istituzioni, come esponenti politici, ministri e rappresentanti delle Forze dell’Ordine, alla fine venga deciso che il fatto non costituisce reato. Che si dica cioè che la trattativa sì, c’è stata, perché innegabile, ma comunque non è un reato, in virtù di una superiore ragione di Stato. Era necessario salvare la vita di alcuni, anche se questo significava sacrificare la vita di altri.

Come mai difende Massimo Ciancimino?
Non lo difendo. Ciancimino è una persona che ha una spinta – a mio avviso – sincera a cambiare le cose, perché suo figlio non si debba vergognare di lui. Così mi ha detto e io gli credo. So che senza di lui non si sarebbe potuto mettere in piedi il processo sulla trattativa. Lo incontro anche perché lui professa un grande rispetto verso la mia lotta, spero di poterlo spingere ad aprirsi a una piena e completa collaborazione con i giudici. In molti cercano di screditarlo, ma non si sarebbe potuto parlare del ‘papello’ senza di lui. Non bisogna gettare via l’acqua con tutto il bambino, come hanno scelto di fare altre procure. Le sue osservazioni vanno vagliate attentamente, sì, ma bisogna considerare che lui ha fatto una scelta dirompente. C’erano persone che prima lo ossequiavano e ora si voltano dall’altro lato, quando passa. E vive col terrore che gli uccidano il figlio.

Il capo dello Stato testimonierà al processo sulla trattativa.
Sì, testimonierà. Purtroppo, però, potrà testimoniare solo sul passo della lettera di Loris D’Ambrosio e solo su questo. E anche su questo ha già detto di poter parlare nei limiti del poco che sa. Ma lui è un testimone eccellente, privilegiato per via degli incarichi istituzionali che ha ricoperto negli ultimi cinquant’anni. E sarebbe in grado di testimoniare a ben altro livello, proprio come avrebbe fatto un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, se fosse ancora in vita.

Se potesse chiedere una cosa a Rosy Bindi cosa chiederebbe?
Di portare avanti il discorso avviato dal suo predecessore, Giuseppe Pisanu, che – per la prima volta – aveva parlato di stragi e trattative, anche se poi la conclusione della relazione finale della Commissione è stata deludente. Le chiederei, visti i poteri di cui dispone, di fare piena luce sui segreti terribili di questa Seconda Repubblica: è un grave impegno.

E al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha detto di volere varare una commissione parlamentare sulle stragi irrisolte nel nostro Paese, cosa chiederebbe?
Come ex magistrato gli chiederei di compiere delle azioni tali da far dimenticare che fu fatto procuratore nazionale antimafia in danno a Gian Carlo Caselli e di aver accettato quel ruolo malgrado irregolarità e mancanza di trasparenza che c’erano state. E gli chiederei anche di farci dimenticare, attraverso le sue iniziative, una sua affermazione relativa a Berlusconi, al quale – a suo avviso – andava appuntata una medaglia sul petto per l’attività svolta contro la criminalità mafiosa. Lui è un siciliano.


Sul sito 19luglio1992.com l'elenco aggiornato delle città in cui sono in programma, fino al 24 novembre, le iniziative pubbliche per esprimere solidarietà al pm Nino Di Matteo, all'avvocato Fabio Repici e al pool di magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia.


Rossella Guadagnini (MicroMega, 19 novembre 2013)











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