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Patto Stato-mafia, re Giorgio alla corte: 'Ripensateci' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Domenica 24 Novembre 2013 11:37
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - 22 novembre 2013

La sua testimonianza nel processo sulla trattativa mafia-Stato è ormai ufficialmente ammessa, ma Giorgio Napolitano ha giocato d’anticipo, riferendo “dettagliatamente” alla Corte d’assise di Palermo le sue “limitate conoscenze” sul capitolato di prova nel quale dovrebbe essere sentito. Per questa ragione, il capo dello Stato ha chiesto ai giudici “che si valuti ulteriormente l’utilità del suo reale contributo”, citando esplicitamente l’articolo 495 del codice di procedura penale, che al comma 4 prevede come “sentite le parti, il giudice può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risultano superflue”.

È QUESTO, in sintesi, il contenuto della lettera che l’inquilino del Colle ha inviato giovedì 31 ottobre al presidente Alfredo Montalto e che è stata poi recapitata nella cancelleria della Corte d’assise di Palermo lo scorso 7 novembre: ieri, nell’aula bunker dell’Ucciardone, Montalto ne ha riassunto il senso, annunciando che il documento verrà depositato entro oggi affinché le parti processuali possano conoscerlo e valutarlo.

Nel processo dove il procuratore di Palermo Francesco Messineo è tornato in aula a fianco dell’aggiunto Vittorio Teresi e dei suoi sostituti, si profila dunque la possibilità che la discussione sulla deposizione di Napolitano ricominci da capo, probabilmente non appena sarà concluso l’esame del pentito Nino Giuffrè, che è iniziato ieri e prosegue anche oggi. Con la sua lettera, infatti, il capo dello Stato, “pur manifestando la propria disponibilità”, e dunque senza sottrarsi formalmente alla testimonianza, di fatto, chiede alla Corte un ripensamento sulla decisione di chiamarlo sul banco degli imputati, spingendosi a suggerire la norma del codice di rito che offre lo strumento giuridico per agire, e cioè revoca dell’ordinanza. Ma su cosa Napolitano ha tenuto a far sapere di possedere conoscenze limitate”? Il tema della testimonianza sono i timori che il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio riversò nella lettera indirizzata al capo dello Stato il 18 giugno del 2012 (poco prima di morire stroncato da un infarto), alludendo a “indicibili accordi” che lo avrebbero visto agire come un “utile scriba” tra l’89 e il ‘93. L’ipotesi della Procura di Palermo è che nel ‘93, quando lavorava con Liliana Ferraro all’Ufficio studi degli Affari penali di via Arenula, D’Ambrosio potrebbe aver avuto un ruolo, anche se inconsapevole, nelle manovre che portarono alla nomina di Francesco Di Maggio ai vertici del Dap, l’ufficio chiamato a gestire il 41-bis: nomina ritenuta cruciale nell’ambito del dialogo tra i boss e le istituzioni.

Ieri, intanto, l’udienza è stata interamente dedicata alla deposizione di Giuffrè. In apertura, Messineo ha espresso solidarietà “a nome di tutta la Procura di Palermo” al pm Nino Di Matteo (assente dall’aula), minacciato da alcune recenti esternazioni del boss Totò Riina, e agli altri rappresentanti dell’accusa nel processo sulla trattativa. Sostegno ai pm per le minacce è stato offerto anche dal presidente Montalto a nome della Corte, e dall’avvocato Pino Di Peri (difensore di Marcello Dell’Utri) anche a nome dei colleghi.

PER LO STESSO motivo, nel bunker dell’Ucciardone, è arrivato anche don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera (parte civile nel processo) con una folta schiera di giovani provenienti da tutta Italia che hanno affollato il settore destinato al pubblico. “Siamo qui – ha detto don Ciotti – per far sentire a Di Matteo e ai pm della trattativa che non sono soli”.

Nei loro interventi di solidarietà sia Messineo sia Di Peri e il presidente Montalto hanno ripetuto più volte la parola “serenità”, sottolineando il concetto che in aula si celebra un “dibattimento normale”.

Poi il microfono è passato a Giuffrè che ha parlato per sette ore di fila, ricostruendo le vicende di Cosa Nostra nella stagione della trattativa, a partire dall’uccisione nel ‘92 di Salvo Lima, voluta da Riina paragonato da Giuffrè a Mao Tse-Tung: “L’idea era: colpirne uno per educarne cento, è stato un segnale mandato a tanti altri politici, primo fra tutti Andreotti, ma anche Martelli e altri”.

Fino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel ‘94: “In Cosa Nostra ci adoperammo tutti per dare una mano a Forza Italia, la forza politica che allora stava nascendo – ha detto – Dell’Utri era in contatto con Brancaccio e coi fratelli Graviano”.

FU ALLORA, ha detto Giuffrè, che Provenzano decise di dire basta agli attacchi allo Stato e di avviare la “strategia della sommersione”. Riina era stato arrestato da poco “e nel nostro gruppo si pensava che qualcuno lo avesse venduto – ha detto il pentito – e che non avessero disposto la perquisizione nella sua abitazione per non trovare documenti”.

Per poi ribadire: “In Cosa Nostra c’era il sospetto che Provenzano e la moglie avessero rapporti con gli ‘sbirri’, cioè con le forze dell’ordine’’.


di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Da Il Fatto Quotidiano del 22/11/2013)






Firenze, Galleria degli Uffizi - 27 maggio 1993






 






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