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Trattativa Stato-mafia, Leonardo Messina: 'Borsellino sapeva di morire' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Simone Ferrali e Martina Cagliari   
Sabato 07 Dicembre 2013 17:34

di Simone Ferrali e Martina Cagliari - 5 dicembre 2013

Mentre si svolgeva il Maxi-processo a Palermo, le indicazioni che ci arrivavano erano che tutto sarebbe finito in una bolla di sapone, che le condanne sarebbero state lievi. Era la percezione dei capi di Cosa nostra, non dei soldatini”. Sono le parole del pentito Leonardo Messina, interrogato questa mattina al processo “Bagarella + altri” (Trattativa Stato-Mafia). Di fronte alla Corte d’assise di Palermo, il collaboratore di giustizia ha parlato dell’ottimismo che Cosa nostra riservava nell’esito finale del Maxi-processo: “Ritenevamo che in Cassazione tutto sarebbe andato bene, che lì fosse buttato giù e che non ci sarebbero stati grandi guai per l’organizzazione”. Le aspettative mafiose erano dovuto alle garanzie ricevute dai politici (Lima ed Andreotti su tutti) ed alla fiducia riposta nell’Ammazzasentenze Carnevale, che avrebbe dovuto presiedere il collegio giudicante della Suprema corte.

Per un criterio di rotazione, introdotto dalla Cassazione su istanza di Giovanni Falcone (che, in quel momento, ricopriva la carica di capo dell’Ufficio Affari Penali al ministero della Giustizia), il processo però non fu affidato al presidente della prima sezione penale Carnevale, ma al giudice Valente. Ciò fece prendere consapevolezza all’organizzazione che le cose non sarebbero andate bene: “Quando in Cosa nostra si capì che il Maxi-processo non sarebbe stato assegnato a Carnevale, la sicurezza sparì e l’ottimismo finì. Le recriminazioni dell’organizzazione ricaddero sul vertice politico nazionale e su quei politici che non avevano mantenuto le promesse”. Fra questi politici, Messina cita Claudio Martelli, ribadendo (in parte) quanto detto da Nino Giuffrè nella scorsa udienza: “C’è stato un momento in Sicilia, in cui Cosa nostra ha scelto di votare i socialisti. Io ho ricevuto l’ordine di votare il Partito socialista. Martelli è andato a dire in tv che non ne sapeva niente, che aveva incontrato solo i dottori. In realtà, aveva incontrato Angelo Siino ed altri. […] Quando Martelli, scavalcando l’ala craxiana, è arrivato al potere non ha mantenuto le promesse…”. Promesse non mantenute neanche dal Divo, Giulio Andreotti, sul quale il pentito spende qualche parola: “Su di lui c’era chiacchericcio all’interno di Cosa nostra. Durante le riunioni venne detto che era un uomo d’onore. […] Lillo Rinaldi, che frequentava Piddu Madonia, disse che Andreotti era ‘punciutu’ (affiliato, ndr)”. Rito di affiliazione o meno, Andreotti è stato ritenuto colpevole (si è salvato dalla condanna solo grazie alla prescrizione) del reato di associazione a delinquere (416 c.p.. Il reato di associazione mafiosa, art. 416-bis, fu introdotto solo nel 1982) fino al 1980.

 

Sollecitato dalle domande del sostituto Nino Di Matteo, Messina ha parlato anche del rapporto che vi era tra le varie organizzazioni mafiose italiane: “Mi riferirono che c’era una commissione nazionale, una struttura che deliberava tutte le decisioni più importanti ed evitava la guerra continua tra le varie mafie. In commissione sedevano i rappresentanti delle organizzazioni criminali”. Altri legami vitali per Cosa nostra erano quelli con la politica. Sul finire del ’91, la Mafia aveva rotto i rapporti con i referenti storici, che non erano riusciti a mantenere le attese. In quei mesi, l’organizzazione decise di spingersi oltre alla semplice ricerca di nuovi politici avvicinabili, tentando di “farsi Stato: “Quando Umberto Bossi venne a Catania, dissi a Borino Miccichè (il referente mafioso di Messina, ndr): ‘Questo parla sempre male di noi meridionali. Vado e l’ammazzo‘. Lui mi fermò e mi spiegò che ‘quello’ era ‘un nostro amico’, ‘un pupo’. Mi disse che l’uomo forte della Lega era Miglio, che era in mano ad Andreotti. Aggiunse che la Mafia si sarebbe fatta Stato. Questa era la tattica dei Corleonesi: creare una Lega del sud per fare uno Stato del Sud”. Cosa nostra voleva spaccare in due l’Italia, per potere controllare il meridione insieme alle altre organizzazioni mafiose: “Lo Stato italiano, dicono i mafiosi, è nato non dalle rivolte popolari, ma dalla volontà della mafia, della massoneria e della Chiesa. In quel momento (sul finire del ’91, ndr), l’organizzazione voleva tornare alle origini: indipendenza significa amministrazione del potere”. Per dar vita al progetto separatista, la Mafia siciliana era disposta ad “acquistare dalla ‘ndrangheta una grossissima partita di armi, investendo circa 2 miliardi di lire. L’operazione, qualora si fosse fatta, sarebbe stata finanziata in parte con i soldi di Cosa nostra ed in altra con quelli “delle entità pronte a finanziare il progetto”.

 

Nel corso della sua deposizione, il pentito si è soffermato anche sulla riunione nella quale si decise di uccidere Giovanni Falcone e Gaspare Mutolo (collaboratore di giustizia). Messina non partecipò a quell’incontro, ma venne a conoscenza dei temi trattatati tramite il suo referente mafioso (Borino Miccichè) e si fece avanti per partecipare attivamente all’attentato (la sua proposta però non fu presa in considerazione). In quella riunione, secondo il collaboratore, i boss non fecero cenno ad un possibile attentato ai danni di Paolo Borsellino, tanto che, durante un breve dialogo, Messina rassicurò il giudice (Messina si pentì nel giugno del ’92 e chiese di essere interrogato da Borsellino. I due si incontrarono più volte) che temeva di morire di lì a poco: “Borsellino, la sera prima di morire, mi disse che non ci saremmo più visti. Sapeva di dover morire. Io gli dissi che nella riunione (nella quale venne deciso di uccidere Falcone, ndr) non era stato fatto il suo nome. Forse sbagliai a rassicurarlo”. La decisione di uccidere il giudice sarebbe quindi maturata in un secondo momento, come prospettato dalla Procura di Palermo.

 

In un altro colloquio informale, Messina ebbe modo di raccontare a Borsellino alcuni particolari importanti su un’altra questione spinosa, ovvero sul sistema degli appalti pubblici e sulla collaborazione tra Cosa nostra ed alcuni imprenditori siciliani: “Loro (i magistrati Lo Forte e Scarpinato, ndr) avevano in corso il processo mafia-appalti, ma io avevo parlato degli appalti con il dottor Borsellino e gli avevo consegnato tutti i documenti della gara di appalto dell’istituto tecnico del geometra”. “Non è vero che gli imprenditori sono tutti vittime della mafia”, ha spiegato Messina: C‘è gente che ci cercava, chi voleva questo e chi voleva quell’altro. Quando prendevo i ribassi andavo nei loro uffici: se era Natale mandavano le cose a casa, questo lo sapevano tutti. Io sono stato da Cosentino a ragionare per una gara d’appalto; era una cosa continua, ci occupavamo di appalti, dove mi mandavano io andavo per cercare il ribasso. Era una cosa per la commissione interprovinciale (di Cosa nostra, ndr), quando mi mandavano un ordine io agivo per conto del mio capo provinciale”.

 

Il collaboratore di giustizia ha concluso la sua deposizione, parlando dell’omicidio del suo referente mafioso, Borino Miccichè, ucciso nell’aprile del ’92: Praticamente lui era un maestro di scuola, ma come tutti gli uomini d’onore… siamo degli assassini principalmente, lui era entrato in contrasto a Pietraperzia con alcune persone e aveva fatto ammazzare un paio di fratelli. Questi fratelli erano i parenti di Luigi Bonocore, un uomo d’onore della famiglia di Ravanusa. Dopo la morte di Miccichè mi è stato comunicato dal carcere dalla mia famiglia che dietro il suo omicidio c’era proprio Bonocore e Terminio Cataldo. Questo mi fece entrare in gran agitazione, perché la mia famiglia era pronta ad uccidere la famiglia di Terminio. In questo contesto, “presi una decisione: dissi che nessuno doveva sparare a nessuno, che ci avrei pensato io. Sono stato in un letto qualche giorno e poi ho preso la mia decisione”. La decisione di collaborare con la giustizia.

 

Nel corso della prossima udienza (11 dicembre 2013), verrà ascoltato l’imputato, nonché pentito, Giovanni Brusca.


Simone Ferrali e Martina Cagliari (you-ng.it, 5 dicembre 2013)









 

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