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L’ex capo dei Ris Luciano Garofano consulente della difesa del boss PDF Stampa E-mail
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Scritto da Piero Baselli   
Domenica 08 Dicembre 2013 11:27

di Piero Baselli - 5 dicembre 2013

«Nomino il gene­rale Garo­fano come con­su­lente». Da due udienze il nome di Luciano Garo­fano (nella foto, ndr) ex coman­dante del Ris dei cara­bi­nieri, uffi­cio diretto fino al 2009, viene annun­ciato a Tra­pani nell’aula Gio­vanni Fal­cone dall’avvocato Vito Gal­luffo, difen­sore di uno dei due accu­sati per l’omicidio di Mauro Rosta­gno, Vito Maz­zara. L’avvocato non ha annun­ciato solo in nome del gene­rale, ma nella discus­sione sulla peri­zia bali­stica è già inter­ve­nuto nell’ultima udienza del 4 dicem­bre con que­siti che gli sono stati evi­den­te­mente sug­ge­riti dal con­su­lente che è affian­cato da un altro ex Ris, Mas­si­mi­liano Capra.

Vit­time della mafia e Stato. E’ que­sto il capi­tolo sca­broso che nel pro­cesso che si sta cele­brando a Tra­pani da quasi ormai due anni è venuto già alla luce con grande umi­lia­zione per chi ne sof­fre le con­se­guenze e per la società civile tutta. Vin­cenzo Virga, il capo­man­da­mento mafioso accu­sato di aver fatto ese­guire l’omicidio Rosta­gno a Vito Maz­zara, gode infatti del patro­ci­nio gra­tuito dello Stato per­ché uffi­cial­mente «nul­la­te­nente». Virga ha a dispo­si­zione due avvo­cati e segue dal car­cere di Parma, dove è dete­nuto per altri delitti.
 

Non godono degli stessi pri­vi­legi invece i fami­liari di Mauro Rosta­gno, la figlia Mad­da­lena e la moglie Chicca Roveri, che da quasi due anni sono costrette a fati­cosi e one­rosi spo­sta­menti da un capo all’altro del Paese per assi­stere alle udienze del processo.

Vito Maz­zara aggiunge ora a que­sto qua­dro avvi­lente un ulte­riore tas­sello: il plu­rio­mi­cida con­dan­nato all’ergastolo si avvale della con­su­lenza dell’ex capo dell’ufficio di ricer­che scien­ti­fi­che dell’arma dei cara­bi­nieri, “il gene­rale Luciano Garo­fano”, un con­su­lente che essendo ormai da quat­tro anni in con­gedo può cer­ta­mente eser­ci­tare que­sta con­su­lenza che sup­po­niamo sarà ben pagata, ma che ha accu­mu­lato tutto il suo sapere scien­ti­fico den­tro l’arma dei Cara­bi­nieri con uno sti­pen­dio pagato dallo Stato e dai cit­ta­dini italiani.

Fun­zione che Luciano Garo­fano ha svolto dal 1978 al 2009 diven­tando via via noto agli ita­liani con la sua par­te­ci­pa­zioni a inda­gini come quelle rela­tive al delitto di Cogne, al plu­rio­mi­cida Bilan­cia, la strage di Erba ecc. Garo­fano par­te­cipa dun­que alla difesa del mafioso Vito Maz­zara, accu­sato di vari omi­cidi e già con­dan­nato defi­ni­tivo all’ergastolo per il delitto Montalto.
Giu­seppe Mon­talto, un agente della poli­zia peni­ten­zia­ria, è stato ucciso da lui il 23 dicem­bre del 1995 all’antivigilia di Natale. Mon­talto fu ucciso davanti alla moglie e alla sua figlio­letta. Un “regalo” ai boss incar­ce­rati col 41 bis. Per que­sto delitto sta scon­tando l’ergastolo. Ma Maz­zara è stato accu­sato anche di altri omicidi.

Uffi­cial­mente pic­colo impren­di­tore agri­colo, Maz­zara è stato un cam­pione nazio­nale di tiro a volo, uno che cam­mi­nava armato, sem­mai fosse stato fer­mato poteva dire che era armato, con tanto di porto d’armi, per­ché andava ad eser­ci­tarsi a spa­rare, intanto andava ad ammaz­zare “cri­stiani”, uomini, le vit­time con­tro le quali Cosa nostra andava pro­nun­ciando sen­tenze di morte irre­vo­ca­bili. Tra un delitto e una gara nel periodo in cui era riu­scito a farla franca for­niva ricotta e for­maggi ai super­mer­cati dell’imprenditore di Castel­ve­trano Giu­seppe Gri­goli, il “re dei Despar” appena desti­na­ta­rio di una con­fi­sca da 700 milioni di euro per­ché rite­nuto socio di Mat­teo Mes­sina Denaro. Dal 1996 Vito Maz­zara è man­te­nuto in car­cere dalla mafia tra­pa­nese, “è un pezzo di sto­ria – furono un giorno sen­titi dire due mafiosi di rango di Tra­pani – dob­biamo aiu­tarlo se si pen­tisse siamo rovi­nati” e quei mafiosi addi­rit­tura pen­sa­vano di orga­niz­zare una eva­sione per aiu­tare Vito Maz­zara. Ecco chi difende l’ex gene­rale dei cara­bi­nieri Luciano Garo­fano che da quelle parti ha pure par­te­ci­pato alle inda­gini sulla strage di Capaci, quella in cui sono stati uccisi Gio­vanni Fal­cone e Fran­ce­sca Mor­villo insieme a tre agenti della scorta.


Piero Baselli (Il Manifesto, 5 dicembre 2013)






LA BEFFA: pagheremo tutti noi l’avvocato del boss Vincenzo Virga

(di Rino Giacalone, 10 gennaio 2012)


Il “solito” Vincenzo Virga.
Il capo mafia di Trapani che non fa mai una smorfia. Anzi una smorfia di sorpresa la fece la notte del 21 febbraio di 10 anni addietro, quando i poliziotti della Squadra Mobile di Trapani, il pool dell’allora capo della Mobile, Giuseppe Linares, lo snidarono nelle campagne del suo “regno” quello di Fulgatore, appena sotto la montagna di Erice. Era nascosto a casa di un operaio, una sorta di fattoria, in contrada Baglio Nuovo. Era servito e riverito, lui contraccambiava, anche in denaro, o ancora oggetti preziosi (che arrivavano dalla sua gioielleria), regali in particolar modo la moglie del padrone di casa (che dopo la scarcerazione, avendo letto alcuni verbali chiese la separazione dalla consorte), quando vide entrare i poliziotti nella sua stanza accomodatosi dalla poltrona dov’era alla sedia del tavolo della cucina si rivolse a loro con un “mah”, quasi che lui non era quello che cercavano. Interrogato per la prima volta disse che non sapeva cos’era la mafia e quasi che non gli importava nulla se nel frattempo, durante la sua latitanza, che durava dal 1994, i suoi figli, Francesco e Pietro, di fatto erano diventati i suoi alter ego.

Il “solito” Vincenzo Virga. Oggi risulta nullatenente e imputato nel processo per il delitto di Mauro Rostagno, accusato di essere stato il mandante, ha chiesto alla Corte di Assise di usufruire del gratuito patrocinio, insomma deve essere lo Stato a pagargli i difensori che lui ha incaricato, Giuseppe Ingrassia di Trapani e Stefano Vezzadini di Parma: il boss condannato già a una serie di ergastoli in via definitiva, detenuto a Parma, sottoposto al 41 bis segue le udienze del processo in video conferenza, sempre seduto su una sedia vicino alle cabine da dove può colloquiare riservatamente con il suo avvocato a Trapani, puntualmente braccia conserte, mai una dichiarazione, mai un movimento.

Risulta nullatenente come negli anni in cui era latitante. Le forze dell’ordine lo cercavano e lui tranquillamente riscuoteva la sua pensione da coltivatore diretto. L’Inps pagava un latitante ma non è una novità. Solo che quando Polizia e Guardia di Finanza cominciarono a fare accertamenti trovarono un portafoglio per 7 miliardi di vecchie lire, denaro liquido e quote societarie, le mani negli affari più importanti della città, dal cemento alla grande distribuzione, dai rifiuti ai servizi di trasporto, partecipazione societarie ovunque, e Virga così da latitante continuava a vivere ossequiato da tutti. Sedeva ai tavolini con imprese e politici e spartiva voti e appalti.

Tutto questo accadeva mentre magistratura e forze dell’ordine credevano che il capo mafia si chiamasse ancora Totò Minore, cercavano lui e non Vincenzo Virga che sino al 1994 non si sapeva nemmeno chi fosse. O almeno tanti sapevano ma si guardavano bene dal rompere il “segreto”. Totò Minore veniva cercato quando già nel novembre del 1982 era stato ucciso a Partanna Mondello, durante un summit di morte deciso da Totò Riina. Virga per volontà di Riina e Provenzano ne prese subito il posto. Tutti sapevano che a comandare era ancora Minore. Alcuni pentiti sentiti già nel processo Rostagno hanno spiegato che il delitto avvenne a Trapani anche perché le colpe sarebbero state ricondotte a Minore (che non c’era più), ma forse tra i pochi che sospettavano che Minore fosse morto e che Virga gli era succeduto poteva esserci proprio Mauro Rostagno: c’è un foglio trovato tra i suoi appunti, un elenco di nomi, anche quello di Totò Minore, però sbarrato. Erano gli anni in cui la mafia cambiava pelle. Riina si preoccupava di togliere di mezzo le “spine” (i nemici, ovunque fossero), Provenzano cominciava ad occuparsi di grandi appalti e Virga è quello che lo affianca subito. A Trapani sono gli anni in cui si costruisce l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere e il dissalatore di contrada Nubia. A Belvedere ci saranno i mezzi di Virga e gli operai del boss.

A Nubia scattano le estorsioni delle quali si occupa direttamente il figlio di Virga, Francesco. La consegna del “pizzo” avviene solitamente all’interno della Calcestruzzi Ericina, l’azienda che resterà in mano a Vincenzo Virga anche mentre lui è latitante e anche nel primo periodo in cui viene sequestrata. Poi quando il gioco fu scoperto e arrivarono altri amministratori, le commesse di colpo sparirono e gli imprenditori, anche quelli più “puliti” del circondario sapevano che lì il cemento per le loro palazzine in costruzione non dovevano più andare a comprarlo. Non era più “cosa” del boss. Oggi, come dicevamo, il padrino si dichiara ‘nullatenente’ e lo Stato gli paga l’avvocato. “Sono senza parole” scrive Maddalena Rostagno, la figlia del giornalista-sociologo assassinato nel 1988, che proprio per ragioni economiche spesso non puo’ assistere al dibattimento nel quale si e’ costituita parte civile.

SCANDALOSO – “E’ scandaloso”, commenta il senatore del Pd Beppe Lumia, componente della Commissione antimafia, il quale ricorda che ‘spesso le istituzioni non riconoscono, per mancanza di risorse o a causa di inefficienze burocratiche, rimborsi e risarcimenti alle vittime di mafia’. Virga, gia’ condannato a vari ergastoli, ha chiesto il gratuito patrocinio perche’ sostiene di essere quasi ridotto in uno stato di indigenza in seguito alla confisca del patrimonio.

LA LEGGE – La legge prevede che sia l’erario a pagare la difesa quando l’imputato dimostra di avere un reddito inferiore a 9 mila euro l’anno. Il gratuito patrocinio viene concesso dal giudice titolare del procedimento e solo al momento in cui il legale chiede la liquidazione della parcella scattano i controlli dell’Agenzia delle entrate. E’ gia’ accaduto altre volte con personaggi mafiosi di rilievo. E con esiti differenti. Il boss Giuseppe Graviano, condannato per l’uccisione di padre Pino Puglisi e ora accusato nel processo di revisione di avere organizzato l’attentato al giudice Paolo Borsellino, e’ stato condannato a un anno e 8 mesi per essersi finto ‘povero’ ottenendo il gratuito patrocinio per due processi.

IL CONDANNATO – Per un boss condannato ce n’e’ uno assolto. E anche lui non e’ una figura secondaria di Cosa nostra trattandosi di Leoluca Bagarella, cognato di Toto’ Riina. Nel 2004 aveva chiesto allo Stato di pagare il suo avvocato perche’, sosteneva, non aveva ne’ redditi ne’ beni. ‘Tutto – ha sostenuto il suo legale, Giovanni Anania – gli e’ stato confiscato, anche alcuni regali di nozze’. A Nino Madonia l’assistenza gratuita venne revocata quando si accerto’ che in carcere indossava abiti ‘griffati’. Nel caso di Virga e’ stata la Corte d’assise di Trapani, davanti alla quale si celebra il processo Rostagno, ad ammetterlo al gratuito patrocinio mentre l’Agenzia delle entrate deve ancora dare il suo giudizio definitivo.
Le sorprese nel processo per il delitto Rostagno non si fermano al solo imputato Virga. Ce ne è una che è relativa all’altro imputato, anche lui, come Vincenzo Virga, mafioso conclamato, condannato all’ergastolo per una serie di delitti. L’ultimo che ha commesso, quello del 23 dicembre 1995, quando ammazzò sotto gli occhi della moglie, Liliana Riccobene, e della figlia di appena pochi mesi, l’agente penitenziario Giuseppe Montalto. Sparò senza sbagliare bersaglio, colpì il solo Montalto, vittima predestinata. La morte di Montalto era il regalo di Natale dei boss liberi per quelli detenuti al 41 bis, i mafiosi furono intercettati a sentire dire che con quella morte dietro le sbarre si erano potuti fare un Natale diverso. Vito Mazzara restò poco al 41 bis dopo l’arresto, mentre lui era al carcere duro, i suoi complici liberi andavano dicendo di essere preoccupati.

Si adoperavano perché a Vito e alla sua famiglia non mancasse mai nulla, così da evitare un eventuale pentimento: “Se Vito si pente è un pericolo perché lui è un pezzo di storia”. Addirittura pensavano ad organizzare una sua evasione dal carcere. Poi Vito Mazzara è uscito dal 41 bis, non è più da anni al carcere duro, segue nell’aula del Tribunale il processo che lo riguarda, presunto esecutore del delitto Rostagno, ha così ottenuto il trasferimento dal carcere di Biella a quello di Trapani. A Valderice la moglie da anni gestisce una gioielleria (tradizione dei mafiosi conclamati a quanto pare, anche Virga, la moglie, ne aveva una), la sua inaugurazione avvenne il 19 luglio del 1992.


Rino Giacalone

per liberainformazione.org





La biografia di Virga su Wikipedia

Vincenzo Virga è un criminale italiano, per un lungo periodo il capo della mafia siciliana del mandamento di Trapani.

Virga, alleato dei corleonesi nella seconda guerra di mafia dei primi anni ottanta insieme a Francesco Messina Denaro di Castelvetrano e Mariano Agate di Mazara del Vallo, subentrò nella guida del mandamento di Trapani ai fratelli Calogero (morto d’infarto nel 1998) e Salvatore Minore (detto “Totò”, ucciso dai corleonesi nel 1982). Secondo gli inquirenti, Virga era il tramite tra la “nuova mafia” di Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco, e quella “tradizionale” di Bernardo Provenzano. Era inoltre ricercato per gli omicidi del giudice Alberto Giacomelli e del sociologo Mauro Rostagno, fondatore di Lotta Continua e commentatore di un’emittente televisiva di Trapani dalla quale aveva apertamente denunciato la mafia.

Il 24 marzo 1994, il Nucleo operativo dei Carabinieri di Trapani condusse l’operazione “Petrov”, sequestrando numerose attività imprenditoriali di Virga (che sfuggì alla cattura e si rese latitante) e arrestando decine di membri di Cosa nostra trapanese. Fino ad allora Virga era incensurato e conosciuto solo come imprenditore.

Il boss è stato arrestato dagli uomini della squadra mobile in un casolare di Fulgatore, una frazione di Trapani, il 20 febbraio 2001. Al momento della cattura Virga era già stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria in servizio all’Ucciardone di Palermo, ucciso a Palma (una frazione di Trapani) nel 1995, per aver rifiutato di collaborare con i boss imprigionati nel carcere.

Giuseppe Linares, capo della squadra mobile di Trapani, nell’occasione dell’arresto di Virga, ha affermato di aver trovato materiale interessante nel covo del boss. Ha dichiarato: “Abbiamo preso la mente imprenditoriale di Bernardo Provenzano. La latitanza di Virga è stata possibile grazie al sostegno di poteri forti, sia a livello sociale che politico. Virga è stato abilissimo nel turbare le aste per gli appalti pubblici nel trapanese ed ha saputo tenere i contatti tra imprenditori, politici e altri poteri impegnati nel riciclaggio del denaro sporco”.


Tratto da http://www.castelvetranoselinunte.it/avvocato-boss-vincenzo-virga/13535/#ixzz2msQKAnXb






Delitto Rostagno, 25 anni dopo

(di Rino Giacalone,


Alla 56 udienza del processo in corso a Trapani le difese degli imputati mafiosi avevano insistito perché la verità sull’omicidio venisse cercata tra gli “affari” della Saman, ma la testimonianza di un finanziere smonta questa ipotesi

Venticinque anni fa già  a quest’ora i killer ai quali era stato ordinato di andare ad uccidere “chiddu ca varva” (quello con la barba, ndr) erano pronti. Dall’autoparco delle auto rubate a disposizione della criminalità avevano già preparato la Fiat Uno rubata molto tempo prima per permettere ai sicari di arrivare a Lenzi, uccidere ed andare via. Il fucile a pallettoni e la calibro 38 erano state già preparate, oliate, così come le cartucce, sovraccaricate , come sapeva fare la mafia trapanese. Intanto Mauro Rostagno in tv a Rtc scriveva il suo editoriale sull’omicidio appena compiuto a Caltanissetta del giudice Antonio Saetta e del figlio di questo giudice che ebbe la sventura di trovarsi con il padre quando i sicari gli tesero l’agguato eliminando un giudice scomodo e che si apprestava a presiedere un processo di appello contro Cosa nostra. A 25 anni da delitto di Mauro Rostagno c’è un processo in corso a Trapani da due anni, dinanzi alla Corte di Assise presieduta dal giudice Angelo Pellino. Due imputati, Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Virga era il capo del mandamento mafioso di Trapani in quel 1988 e che tale sarebbe ancora stato sino al 2001 quando la Squadra Mobile di Trapani andò a snidarlo nel suo nascondiglio di Fulgatore, in un baglio a pochi chilometri dalla sua abitazione, in mezzo alle campagne dove allora come oggi la mafia dei latifondi continua a comandare senza che nessuno ne denunci la presenza. Vito Mazzara era il sicario fidato della mafia trapanese. Ufficialmente piccolo imprenditore agricolo, era un campione nazionale di tiro a volo, camminava armato, semmai fosse stato fermato poteva dire che era armato, con tanto di porto d’armi, perché andava ad esercitarsi a sparare, intanto andava ad ammazzare “cristiani”, uomini, le vittime contro le quali Cosa nostra andava pronunciando sentenze di morte irrevocabili. Tra un delitto e una gara nel periodo in cui era riuscito a farla franca forniva ricotta e formaggi ai supermercati dell’imprenditore di Castelvetrano Giuseppe Grigoli, il “re dei Despar” appena destinatario di una confisca da 700 milioni di euro.

Grigoli era il socio di Matteo Messina Denaro. Vito Mazzara conosce bene il super boss del Belice latitante dal 1993, perché con lui partecipava agli agguati ordinati dalla mafia. Quando si puliva le mani e le lavava del sangue dei morti ammazzati Mazzara se era il caso andava a frequentare, come faceva pure Vincenzo Virga, i salotti buoni del trapanese. Mazzara è in carcere dal 1996 quando fu arrestato dalla Polizia per avere ucciso l’agente di custodia Giuseppe Montalto, un delitto compiuto il 23 dicembre 1995 come “regalo di Natale” ai boss detenuti al 41 bis. Dal 1996 Vito Mazzara è mantenuto in carcere dalla mafia trapanese, “è un pezzo di storia – furono un giorno sentiti dire due mafiosi di rango di Trapani – dobbiamo aiutarlo se si pentisse siamo rovinati” e quei mafiosi addirittura pensavano di organizzare una evasione per aiutare Vito Mazzara. Virga e Mazzara sono in carcere scontano ergastoli. Nel processo attraverso i loro difensori, Ingrassia e Vezzadini per Virga, Vito e Salvatore Galluffo per Mazzara , si stanno difendendo per portare lontano dalla mafia e da loro il delitto Rostagno. Quando invece diversi collaboratori di giustizia hanno raccontato il contrario. Un delitto ordinato da don Ciccio Messina Denaro, il patriarca della mafia belicina morto nel 1998. Colui il quale al figlio Matteo ha ceduto non solo per eredità naturale il bastone del comando. Oggi, alla ripresa del processo, dopo la pausa estiva, è stata rinviata l’audizione del pentito Pietro Scavuzzo, il collaboratore di giustizia che nel 1994 per la prima volta tolse il cappuccio al capo mafia Vincenzo Virga, fu il primo a fare il nome di Virga quale capo mafia di Trapani. Scavuzzo ha chiesto di deporre assistito dal suo avvocato di fiducia, l’avv. Carlo Fabbri. Tornerà in aula il 23 ottobre. Testimone è stato un sottufficiale della Guardia di Finanza, il maresciallo Giacomo Sorrentino.  Agli atti della Corte di Assise c’è una sua documentata relazione sui conti della comunità Saman. Le difese avevano paventato un delitto maturato dentro la comunità fondata da Rostagno. A pochi metri dal cancello di ingresso della comunità Saman a Lenzi, Rostagno fu barbaramente ammazzato, come sa solo fare la mafia, la sera del 26 settembre 1988. La Corte di Assise ha in modo approfondito sondato questo terreno. Ma oggi la tesi della difesa si è sciolta come neve al sole, come altre piste. Rostagno ucciso perché aveva scoperto gli affari sporchi del guru Francesco Cardella? Cardella è morto da due anni oramai, fu fondatore con Rostagno e con la compagna di questi, Chicca Roveri, della Saman. Prima di morire Cardella ha subito una pesante condanna per peculato e truffe fatte con i soldi di Saman. A Chicca Roveri toccò addirittura vedersi arrestata e accusata di essere stata complice del delitto di Rostagno, di avere favorito i killer che erano giovani della Saman. Una indagine archiviata. Una pista sbagliata. Rostagno ucciso perché aveva scoperto falsi sui libri contabili? “Rostagno non aveva cariche societarie, la Saman nel 1988 era una comunità sostenuta da scarsi fondi pubblici, non c’era quel giro vorticoso di denaro che invece si sviluppo’ invece negli anni a seguire”. Insomma i soldi non c’entrano proprio con il delitto del sociologo e giornalista di Rtc.

Magari adesso diranno che il delitto fu funzionale a spianare questa crescita “delle ricchezze” della Saman, ma per la verità negli anni ’90 non fu solo Saman a ricevere copiosi fondi pubblici dallo Stato e dagli enti locali, in tutta Italia. La testimonianza del maresciallo Sorrentino quindi ha escluso confluenze tra i denari con i quali Cardella si arricchì, fatti per i quali è stato condannato in anni recenti, e il piombo delle armi usato per uccidere Rostagno. A cadere anche l’ipotesi che nel periodo vicino al delitto Chicca Roveri avesse firmato un assegno di 2 milioni a Giuseppe Cammisa, il famoso Jupiter, fatto che era stata introdotto durante il processo e che proprio prima della pausa estiva aveva visto Chicca Roveri chiamata ancora a deporre e in quell’occasione si lasciò andare ad uno sfogo, e poi ad un pianto, perché lei stessa ha dovuto amaramente sottolineare che un “killer non costa certo due milioni”. Il processo di oggi è stato questo. Ma non solo. Il presidente Pellino ha annunciato che dalla fine di ottobre, ascoltati gli ultimi periti incaricati di fare ulteriori accertamenti sui reperti, si andrà verso la discussione, requisitoria dei pm, intervento delle parti civili, arringhe ed eventuali repliche. Per la discussione si terranno due udienze a settimana, forse anche tre. Tra dicembre e gennaio la sentenza. Venticinque anni dopo il delitto. E per la Sicilia non è una novità a proposito di giornalisti ammazzati dalla mafia che le sentenze arrivino a così tanti anni da questi delitti. Intanto per il processo Rostagno chi ha voglia potrà fare un interessante riassunto di questi anni trapanesi, anni duranti i quali la mafia che sparava è diventata la mafia che fa impresa, che ha saputo creare ricche casseforti e che ha mandanto in Parlamento anche qualche rappresentante. Così è… senza vi pare.

Rino Giacalone (www.liberainformazione.org)









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