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Alberto Lorusso, il "confessore" di Totò Riina pilotato dai Servizi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Purgatori   
Sabato 14 Dicembre 2013 19:32
Alberto Lorusso Riina Andrea Purgatori - 14 dicembre 2013


L’avevano fatto passare per un boss della Sacra Corona Unita. L’unico tra i criminali detenuti nel supercarcere di Opera che, ora d’aria dopo ora d’aria, si era conquistato la fiducia del Capo dei capi al punto da raccoglierne le ultime feroci esternazioni (e confessioni). Quelle che hanno spinto il ministro dell’Interno a rendere pubblica la minaccia di una nuova deriva stragista di Cosa Nostra e addirittura ad immaginare per Nino Di Matteo, Pm nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, spostamenti per le vie di Palermo all’interno di un blindato Lince preceduto da un bomb-jammer.

Invece, gratta gratta, si scopre che questo Alberto Lorusso che da settimane (mesi?) passeggiava insieme a Totò Riina tra i muri di un piccolo cortile imbottito di “cimici” piazzate dalla Dia, non solo non ha mai avuto la statura di un boss ma nemmeno una affiliazione certa alla quarta mafia. Infatti, tranne che per qualche vaga parentela riconducibile a spezzoni marginali della SCU, le sue tracce nelle procure pugliesi sono labili quanto i si dice. Ad esempio, si dice che prima di guadagnarsi il ruolo di ”spalla” di Riina avesse cercato invano di entrare nell’organizzazione per poi offrirsi altrettanto invano come collaboratore di giustizia a carabinieri e magistrati. Insomma, una mezza figura di delinquente dal posizionamento incerto. Che per le guardie del supercarcere di Opera era niente più e niente meno che il “badante” del Padrino.

Chi ha ascoltato la registrazione della sua sconcertante conversazione con Riina, lo descrive come un uomo dalla curiosità ben pilotata. Che lo incalza, lo stuzzica, sapendo perfettamente cosa chiedere e con quale progressione. E sorprendentemente affonda come fosse burro nelle difese di un Capo dei capi che in quasi vent’anni di carcere duro mai si era lasciato sfuggire una virgola. Consapevole di essere marcato ventiquattrore al giorno da occhi e orecchie invisibili, dentro e fuori dalla sua cella da 41bis. E allora perché all’improvviso il Padrino perde il controllo con un presunto mafiosetto pugliese privo di pedigree e affidabilità, che sembra messo al suo fianco per fargli aprire bocca? Possibile che non se ne sia accorto? O lo ha consapevolmente utilizzato come “spalla”, sapendo che in quel modo i messaggi di morte ai magistrati del processo sulla trattativa sarebbero giunti più rapidamente a destinazione?

Nessuno sa con certezza quante siano state le conversazioni intercettate tra Riina e Lorusso, e nemmeno se quella finita sui giornali sia integrale. Nessuno sa, tranne i magistrati, se oltre a Di Matteo e ai suoi due colleghi Pm nel processo sulla trattativa la mente sanguinaria di Riina abbia partorito altri obiettivi. Ma è un fatto che le procure di Palermo e Caltanissetta abbiano preso molto seriamente le parole del Capo dei capi. E a questo punto gli interrogativi si moltiplicano. Il “badante” è stato attivato perché nelle mani dei magistrati era arrivata voce che si stava preparando qualcosa? O si è trattato di una casualità, della fine di un percorso preparato con pazienza (la conquista della fiducia del Padrino) per sondarne umori e aspettative? Ancora: perché Riina si agita tanto per un processo che potrebbe aggiungere giusto qualche anno alla somma degli ergastoli che deve scontare? Cosa lo fa “impazzire”: la possibilità che da quel dibattimento emerga qualche verità inconfessabile che lo farebbe cadere dal piedistallo dal quale è ancora convinto di avere voce in capitolo sulle strategie di Cosa Nostra? Oppure solo e soltanto una gran sete di vendetta?

Secondo l’intelligence, l’organizzazione criminale Cosa Nostra sta attraversando un momento di estrema difficoltà. Primo. Perché la sua leadership storica è stata annientata dagli arresti, e la cupola regionale non è mai stata ricostituita. Secondo. Perché la qualità dei boss ancora in circolazione non sembra in grado di rimpiazzare adeguatamente i capi storici della mafia siciliana. Terzo. Perché il braccio di ferro tra l’ala che punta a una gestione tranquilla dei capitali accumulati e quella che vorrebbe riprendere “militarmente” il controllo dei traffici si sta risolvendo a favore della prima. Quarto. Perché la crisi economica del paese si ripercuote anche sulle entrate dell’organizzazione, e la inevitabile “spending review” che pure Cosa Nostra é stata costretta a mettere in campo ha già ridotto drasticamente la rete di chi sulla criminalità mafiosa campava e faceva campare le proprie famiglie. Ma in crisi è anche il sistema parassitario di clientela su cui la Sicilia ha galleggiato per questi decenni. E nella prospettiva di un futuro di tagli, secondo l’intelligence si potrebbe aprire una pericolosa fase di tensioni sociali dentro cui la mafia avrebbe buon gioco.

In questa situazione, la possibilità che si verifichi un “colpo di coda” stragista non è affatto da scartare. Anzi. Ma non è detto che tocchi a Matteo Messina Denaro, ultimo dei grandi latitanti di Cosa Nostra, di raccogliere il messaggio che Totò Riina ha affidato alle orecchie del “badante” Lorusso. La vera paura é che una azione eclatante, come l’ha definita lo stesso Capo dei capi, possa essere realizzata da schegge non controllabili da una struttura gerarchica di fatto saltata. Messina Denaro, la “testa dell’acqua”, ha il fiato dello Stato sul collo e viene considerato ormai più un’icona della vecchia mafia che l’erede di quel potere finito in carcere insieme al clan dei corleonesi. Anche se i segreti di cui é depositario (l’archivio di Riina, la strategia delle stragi del ’92 e ’93) lo rendono ancora oggi l’obiettivo numero uno delle forze di polizia che stanno dando la caccia a ciò che resta del vertice di Cosa Nostra.


da: HuffingtonPost.it

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