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Parla il figlio di Nino Lo Giudice: "Non voleva ritrattare" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudio Cordova   
Domenica 22 Dicembre 2013 11:42
logiudiceninodi Claudio Cordova - 21 dicembre  2013

"Mio padre mi ha detto ripetutamente (me lo avrà detto cento volte) ed esplicitamente che dovevamo stare attenti alle Forze dell'Ordine, in particolare ai Carabinieri. Ricordo che a un certo punto io gli ho chiesto con incredulità "ma davvero devo stare attento ai Carabinieri?" e lui, serio, mi ha risposto di sì". E' il 7 giugno quando i pm antimafia di Reggio Calabria ascoltano in Procura Giuseppe Lo Giudice, figlio dell'ex pentito Nino Lo Giudice. In quel periodo, il "Nano" è scomparso da pochi giorni e quella mattina è arrivato il primo dei due discussi memoriali con cui ritratterà ogni dichiarazione effettuata durante il periodo di collaborazione, accusando i magistrati di Reggio Calabria di pressioni per l'acquisizione di informazioni.

Memoriali che – con il tempo – si mostreranno del tutto falsi, ma che per diverse settimane alimenteranno il chiacchiericcio di stampa e addetti ai lavori.

Nel giorno della ricezione del primo memoriale, i magistrati del procuratore Federico Cafiero de Raho sottoporranno a interrogatorio il giovane Lo Giudice, che racconterà: "Meno di un mese fa, sarà stata la metà del mese di maggio, presso l'abitazione di mia madre è arrivata una lettera a mio padre. Devo premettere che era la prima volta che mio padre ci scriveva e che noi ignoravamo il luogo in cui si trovava. Questa lettera conteneva le indicazioni per arrivare al luogo in cui si trovava, a Macerata".

Proprio in quell'incontro, dunque, Nino Lo Giudice avrebbe manifestato il proprio terrore.

Ma cosa avrebbe terrorizzato il "Nano"?

La cronistoria degli ultimi mesi di collaborazione di Lo Giudice è la seguente: alla fine del 2012, viene ascoltato dal magistrato Donadio, della Direzione Nazionale Antimafia. In quell'incontro, i due avrebbero parlato di alcune delicate vicende riguardanti la trattativa Stato-mafia. Per diversi mesi, però, il "Nano" resta tranquillo e continua a collaborare. A metà aprile del 2013, però, accade qualcosa: il presunto armiere del clan, Antonio Cortese, viene prelevato dal carcere e portato in una caserma di Villa San Giovanni. Lì sarebbe stato sollecitato a riscontro delle dichiarazioni del "Nano" sulle oscure vicende della storia d'Italia: il 16 aprile, nel processo che lo vede alla sbarra per associazione mafiosa, Cortese svela il colloquio investigativo. La situazione allora sarebbe precipitata, Lo Giudice avrebbe convocato i familiari, dicendo loro di temere delle forze dell'ordine, dello Stato.

Gli ultimi quindici giorni di collaborazione sono i più intensi: il 17 maggio Nino Lo Giudice viene ascoltato, per l'ultimo interrogatorio investigativo della sua carriera da collaboratore, dal sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo. Oscuri i contenuti di quell'incontro. Il 21 maggio, poi, Lo Giudice risponde alle domande del pubblico ministero Beatrice Ronchi, nel procedimento contro la sua famiglia, tra cui il fratello Luciano. Stesso discorso il 30 maggio, quando il "Nano" risponde al pm Stefano Musolino, nell'ambito del procedimento "Alta tensione". Il resto è storia nota: l'1 giugno la redazione del primo memoriale, il 3 giugno la scomparsa (resa nota il 5 giugno, all'udienza del procedimento "Archi-Astrea" e quindi l'arrivo del memoriale, con le ritrattazioni.

Ed è proprio a questo punto che si incastrano le dichiarazioni del figlio Giuseppe, che ripercorre il frettoloso viaggio verso Macerata insieme alla madre: "Nell'occasione ho potuto constatare che mio padre era semplicemente sconvolto, non l'avevo mai visto così". La paura del "Nano" era rivolta a Polizia e Carabinieri, i membri di quello Stato su cui evidentemente aveva effettuato dichiarazioni di un certo peso, al cospetto del magistrato Donadio: "Non ha mai fatto riferimento al timore di ritorsioni della criminalità organizzata per le dichiarazioni che aveva reso [...] Nel corso di questa conversazione mio padre ha pianto a lungo, era disperato e diceva che non gli restava che suicidarsi".

Dopo aver reso dichiarazioni contro membri delle Istituzioni, come i giudici Alberto Cisterna e Franco Mollace, come il capitano dei Carabinieri, Saverio Spadaro Tracuzzi, ma anche contro boss di livello elevatissimo, come il "Supremo", Pasquale Condello, Lo Giudice, per la prima volta manifesterà terrore e paura per sé stesso e per la sua famiglia.

Perché?

"Mi pare evidente che negli ultimi mesi era accaduto qualcosa che lo aveva fatto preoccupare moltissimo, non so di cosa si trattasse, perché non ce lo ha detto". Nino Lo Giudice, sebbene sollecitato, rifiuterà di spiegare le ragioni della propria angoscia, limitandosi a dire al figlio: "Peppe, ci sono cose che non ti posso dire, sono cose pericolose, sono cose più grandi di me, ma tu ricordati che devi stare attento. Ti assicuro che sono cosciente di quello che ti sto dicendo: state attenti".

Anche il racconto del figlio Giuseppe, comunque, fugherà i dubbi sulle presunte menzogne di cui Lo Giudice si accuserà: "Non ha mai detto che i suoi timori erano legati al fatto che aveva reso dichiarazioni mendaci nei confronti di terze persone". Le ritrattazioni di Lo Giudice, dunque, sarebbero state indotte da qualcun altro. Sicuramente, a detta del figlio Giuseppe, il padre non aveva intenzione di interrompere il proprio percorso di collaborazione: "Ribadisco di non aver mai saputo né percepito che mio padre intendesse ritrattare le dichiarazioni che aveva reso, né gli ho mai sentito dire che aveva accusato terze persone ingiustamente".

Parole, quelle di Giuseppe Lo Giudice, che infittiscono il mistero attorno al padre pentito. Un mistero che potrà essere dipanato solo se il "Nano" dovesse decidere di uscire dal silenzio in cui è piombato subito dopo l'interrogatorio di garanzia, reso nelle ore successive all'arresto, avvenuto alla metà del mese di novembre.


da: IlDispaccio.it

 

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