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Salvatore Borsellino: 'Dal CSM un preoccupante schiaffo a Di Matteo e ai PM' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Sandra Rizza   
Domenica 22 Dicembre 2013 18:42
di Sandra Rizza - 22 dicembre 2013

Salvatore Borsellino, l’associazione culturale Libertà e Giustizia, presieduta da Gustavo Zagrebelski e Sandra Bonsanti, definisce “indecorosa” la trasferta del Csm che venerdì a Palermo ha snobbato Nino Di Matteo e il pool della trattativa, e sostiene che il risultato è l’esatto contrario di quello declamato: nessuna solidarietà ai pm minacciati da Cosa nostra. Lei che ne pensa?

Altro che trasferta indecorosa. È stato uno schiaffo vero e proprio ai pm della trattativa Stato-mafia, uno sgarbo istituzionale estremamente grave. L’opinione pubblica dovrebbe reagire.

Ora Libertà e Giustizia chiede che il Csm ripari a questo “gravissimo errore istituzionale” con una dichiarazione pubblica di sostegno al pool della trattativa. È d’accordo?
Sì, ma questa vicenda è una farsa. Ho letto che Vietti a Palermo ha dichiarato: “Se Di Matteo fosse qui, l’avrei abbracciato”. Ma che vuol dire? Di Matteo doveva passare di lì per caso? Se voleva abbracciarlo, perché non lo ha chiamato nell’aula magna dove avvenivano le audizioni? È ridicolo. È la farsa dentro la tragedia. Quello che spero è che ora almeno il Csm archivi al più presto il procedimento disciplinare su Di Matteo, accogliendo la richiesta del pg Gianfranco Ciani. Voglio ricordare che anche mio fratello Paolo fu sottoposto a procedimento disciplinare del Csm prima di essere ammazzato.

Totò Riina dal carcere viene intercettato in diretta mentre ordina un attentato contro Di Matteo. E l’allarme ignorato del ministro Alfano ricorda quello di Scotti, all’inizio del ’92, che fu disatteso in Parlamento dopo che Andreotti ne sminuì la portata con una battuta. Eppure in quell’occasione Scotti aveva visto giusto. Si ripropongono nel Paese scenari già vissuti?
Sì, sento un’aria troppo simile a quella degli anni Novanta. Sono in ansia per Di Matteo, isolato delle istituzioni e delle minacce di Cosa nostra. Ho le stesse paure che avevo vent’anni fa per mio fratello e che poi purtroppo sono state tragicamente confermate. Ma su Alfano, facciamo attenzione: non dimentichiamo che è un allievo di Berlusconi, che ha fatto sempre una politica di annunci fasulli. Quando nei giorni scorsi è venuto a Palermo, Alfano mi ha detto che aveva già concesso il bomb-jammer a Di Matteo. Era una menzogna.

Antonio Ingroia sostiene che “in un momento come quello attuale, un attentato mafioso avrebbe l’effetto di stabilizzare il governo delle larghe intese, soprattutto quando c’è un vicepremier come Alfano che dice di essere dalla parte della magistratura”. Condivide?
Non posso non essere d’accordo. Il nostro è un momento di assestamento politico, e la storia recente del nostro Paese ci insegna che, proprio in momenti come questi, le stragi sono servite a orientare gli equilibri istituzionali.

Come valuta l’atteggiamento di Napolitano che, durante la Cerimonia dello scambio degli auguri di Natale, si è limitato a esprimere una generica solidarietà ai magistrati vittime di minacce, senza mai nominare Di Matteo o i pm della trattativa?

Non mi stupisce. L’ho detto varie volte e lo ripeto: Napolitano è il garante di quella trattativa Stato-mafia, sulla quale oggi è in corso un processo che si vuole fermare.

Come è possibile che nel Paese delle stragi Falcone e Borsellino, Di Matteo – il nemico numero uno del capo della mafia stragista – sia diventato un “innominabile”?

È possibile proprio perché abbiamo un capo dello Stato che da più di vent’anni copre la congiura del silenzio sui patti scellerati tra Cosa nostra e le istituzioni.


Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2013)






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