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Quello strano silenzio delle istituzioni sulla mafia: lo sfogo di Borsellino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Selene Cilluffo   
Venerdì 03 Gennaio 2014 14:11
di Selene Cilluffo - 2 gennaio 2013

Palermo è stata il teatro di polemiche, proteste e solidarietà quest'anno. Le numerose mobilitazioni del movimento antimafia delle Agende Rosse hanno continuato a sottolineare come la città sia dalla parte della giustizia.
Diverse negli ultimi mesi le manifestazioni pubbliche in solidarietà al pm Nino Di Matteo, impegnato nelle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia, per cui ha ricevuto le minacce dal boss di Cosa Nostra Totò Riina.

Recentemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, durante la cerimonia dello scambio degli auguri di Natale ha espresso solidarietà ai magistrati vittime di minacce. Nel suo discorso però non è stato fatto nessun nome. Un caso? Lo chiediamo a Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nella strage di Via D'Amelio e fondatore del movimento 19 Luglio 1992.

"Un'omissione pesante: in questo momento manifestare solidarietà generica non è sufficiente, visto che nello stesso processo per cui Di Matteo è stato minacciato lo stesso Napolitano è interessato come testimone. Pesa davvero".

In qualche modo quest'omissione è voluta secondo lei?

"Me ne viene in mente un'altra: il 19 luglio il capo dello Stato ha mandato un messaggio per l'anniversario della strage di via D'Amelio, in cui si manifestava solidarietà ai parenti di Paolo Borsellino. Nel messaggio veniva fatto riferimento alla moglie e al figlio e non a me e tanto meno Rita Borsellino. Il tutto perché entrambi abbiamo spesso espresso delle critiche sull'operato di Napolitano. In questi due casi le omissioni dei nomi sono gravissime".

Il Ministro dell'Interno Angelino Alfano si è recentemente recato a Palermo riunendo il Comitato tecnico per la sicurezza e dopo un confronto con il Prefetto ed altre autorità ha deciso di potenziare i servizi di sicurezza per i magistrati della trattativa Stato-mafia. Sta cambiando qualcosa?

"Il ministro Alfano è allievo di Berlusconi, maestro della politica delle parole e degli annunci, per cui è più importante l'apparire dell'essere. Il vicepremier secondo me semplicemente ha messo in pratica questi insegnamenti. Se è vero che è stata potenziata la sicurezza è altrettanto vero che l'automobile assegnata a Di Matteo è vecchia e non assicura nulla. Ce ne vorrebbero almeno tre in modo da non avere mai chiaro in quale il pm si trovi. Ma la prova del suo essere un 'bravo allievo' è un'altra: ha detto sia a me in un colloquio sia in conferenza stampa che era stato concesso il bomb jummer per l'auto di Di Matteo. Ma alcuni magistrati presenti all'incontro mi hanno detto che sul bob jummer si stanno ancora effettuando degli studi. Uno strumento che avrebbe impedito sia la strage di Via D'Amelio che quella di Capaci e che ci risulta già in uso per il Presidente della Repubblica e altri personaggi istituzionali. Inoltre all'incontro in questione, organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, sappiamo che non sono stati invitati Di Matteo, Tataglia e altri magistrati coinvolti nella questione sicurezza: ennesima grave omissione da parte di un organo istituzionale".

A inizio dicembre lei aveva scritto una lettera al capo della polizia, Alessandro Pansa, in cui esprimeva una certa sfiducia nei confronti di alcuni ambienti dello Stato. E' ancora così?

"E' stata più che altro una lettera di sfogo a cui poi Pansa ha poi anche risposto privatamente. Avevo lo stato d'animo appesantito dal fatto che erano appena presentati come testimoni al processo di Caltanissetta alcuni poliziotti esecutori diretti delle pressioni su Scarantino per le false deposizioni che hanno portato dopo vent'anni a riprendere il processo di Via D'Amelio. Quei funzionari avrebbero dovuti essere destituiti. La mia fiducia nei confronti della polizia rimane ma in questo corpo ci sono dei personaggi che ritengono possibile dare vita a una trattativa con la mafia. Sevitori di uno Stato che vede nella mafia il suo braccio armato e quindi pensa che il depistaggio delle indagini sia lecito. Questi personaggi con queste convinzioni non solo fanno ancora parte della polizia ma hanno addirittura fatto carriera. Tutto ciò non mi rende tranquillo nonostante la mia reverenza nei confronti della polizia visto che con mio fratello sono morti anche cinque poliziotti, servendo lo Stato fino all'ultimo".

Durante quest'anno le manifestazioni organizzate dal movimento sono state molto partecipate. La società civile è scesa in piazza con voi. Insomma avete l'appoggio dell'opinione pubblica: come vi prospettate l'anno che arriverà? Siete fiduciosi?

"No. L'opinione pubblica appoggia largamente i magistrati che lottano con il loro lavoro contro la mafia tutti i giorni e oramai ha imparato a pretendere giustizia. Il nostro compito è quello di tenere alta l'attenzione su questo tema e rimarcare la solidarietà nei confronti di chi lotta contro la mafia tutti i giorni. Un esempio: Di Matteo potrebbe anche avere la migliore scorta e le migliori misure di sicurezza ma ci sarebbero comunque altri magistrati che avrebbero bisogno la stessa protezione. Siamo felici di registrare un risveglio dell'opinione pubblica ma vogliamo davvero che le cose cambino: la solidarietà sarà continua e la società civile compatta. Manca l'appoggio dello Stato. Speriamo solo che l'anno nuovo sia un anno di giustizia e verità".


di Selene Cilluffo - 2 gennaio 2013 (www.today.it)
















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