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Tentacoli mafiosi in Veneto da vent’anni PDF Stampa E-mail
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Scritto da Cristina Genesin   
Domenica 12 Gennaio 2014 11:25
di Cristina Genesin - 11 gennaio 2014

PADOVA. Gomorra ha messo piede in Veneto con la banda di strozzini, operativa a Padova anche tramite imprenditori locali come Johnny Giuriatti, capeggiata da “o’ dottore” Mario Crisci legato al clan dei Casalesi.

E prima ancora ancora con le “visite” fin dalla metà degli ’90 dell’avvocato Cipriano Chianese, considerato l’inventore e il signore dell’ecomafia, tornato in carcere nel dicembre scorso per estorsione aggravata dal vincolo camorristico, oggi imputato nel processo padovano (si aprirà lunedì) per la bancarotta milionaria della società Tpa Trituratori spa di Franco Caccaro (nella foto, ndr) e Nicoletta Zuanon, imprenditori di Santa Giustina in Colle. Senza trascurare i raggiri seriali messi a punto dal clan dei fratelli campani Carmine e Giuseppe Catapano, attraverso un sistema di società estere, finte onlus, auto blu e un esercito di prestanome, pronti a vampirizzare aziende in crisi, svuotarle e intascare soldi facili. Il tutto in base al metodo applicato dalle grandi organizzazioni criminali, pur non essendo mai stato contestato ai Catapano il reato associativo di stampo mafioso ma solo il reato di truffa.

Nella relazione recentemente pubblicata, la Commissione bicamerale antimafia scrive di indagini in Veneto (in particolare nel Padovano) «che hanno visto il coinvolgimento di personaggi legati a cosche criminali (per lo più clan della camorra)...». Ma è critica verso l’operato della procura padovana annotando: «... Sembra che si possa affermare una sostanziale mancanza di attitudine e pratica operativa di quell’ufficio nella gestione del fenomeno dell’infiltrazione mafiosa», pur ammettendo che «la procura ordinaria non ha perfetta cognizione di tutti i meccanismi ed episodi in materia». Materia che spetta, per competenza, alla Direzione distrettuale antimafia con sede a Venezia.

«Le valutazioni dell’autorità giudiziaria vanno dal negazionismo alla sottovalutazione» osserva il professor Enzo Guidotto. Secondo Guidotto dipende «da una sostanziale differenza tra il Veneto da una parte e, dall’altra, le regioni del Nord come Liguria, Lombardia e Piemonte. In queste ultime l’ndrangheta, per esempio, ha colonizzato l’ambiente, insediandosi con una certa autonomia rispetto alla “casa madre”. Nella nostra regione c’è stata una delocalizzazione: la casa-madre resta dominante, qui si aprono le agenzie e, al sud, torna il profitto. E l’inchiesta Aspide lo dimostra». Come dire: bisogna conoscere l’organizzazione per comprenderne fino in fondo la capacità di infiltrazione.

Di mafia, Guidotto se ne intende. Siciliano trapiantato a Castelfranco Veneto 46 anni fa, professore e preside oggi in pensione, amico di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, fondatore dell’Osservatorio veneto sulla mafia, titolare di un archivio di documenti da far invidia alla banca-dati di un Ministero, autore di molte pubblicazioni sul tema, nella 14ª e 15ª legislatura è stato consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.

«I metodi usati da Crisci (condannato nel processo Aspide) si erano già visti in Veneto una ventina d’anni fa nella vicenda che riguardò la fabbrica di prodotti alimentari Regris a Resana, poi fallita. Allora l’inchiesta Versilia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia diretta da Pier Luigi Vigna, svelò come in 30 province e in 11 regioni i fratelli siciliani Saccà, spalleggiati da un trio di capi camorra con doppia affiliazione, impiegavano la tecnica di creare finanziarie per erogare prestiti alle imprese in crisi che, incapaci di restituire il debito, si trovavano costrette a cedere quote sociali. Regris fu scalata al 51%, utilizzata per comprare a credito dilazionato merce venduta sottocosto e, una volta fatta cassa, l’imprenditore fu schiacciato dai debiti. Minacciato con la pistola alla tempia, doveva fare quello che volevano i nuovi padroni» insiste il professor Guidotto.

Insomma quella mafiosa è una presenza che dura nel tempo in Veneto. «La presenza mafiosa in Veneto è a pelle di leopardo» annota, «A Paese nel Trevigiano c’erano personaggi legati alla Sacra Corona Unita, nel Piovese soggetti legati agli indipendentisti siciliani, mentre come risulta negli atti giudiziari raccolti nel libro “Mafia pulita” di Elio Veltri e Antonio Laudati l’avvocato Chianese, candidato senza successo per Forza Italia nel 1994, risulta nel 1995 tra Vidor e Treviso per scortare Tir carichi di rifiuti provenienti dal Casertano».

Su proposta del consigliere Pd Roberto Fasoli, il 28 dicembre 2012 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge regionale antimafia con l’obiettivo di rafforzare e migliorare le misure di prevenzione del crimine organizzato e mafioso. Lo strumento legislativo prevede pure di istituire un osservatorio sulle manifestazioni del fenomeno mafioso a salvaguardia degli appalti pubblici, formato da esperti nominati a titolo gratuito: «È rimasto lettera morta» conclude Guidotto, «La maggioranza non ha combinato nulla, l’opposizione non si è scaldata. Come sempre, si sottovaluta il problema. Ma i mafiosi non è che operano a intermittenza: si danno da fare e continuano a far passare i soldi nella nostra Regione».


Cristina Genesin (Il Mattino di Padova)






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