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Processo Stato-mafia: Mannino, l'orrore e la paura. Svaniti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Rossella Guadagnini   
Domenica 12 Gennaio 2014 18:22
di Rossella Guadagnini - 10 gennaio 2014

“A che punto è la notte?”
“All’ora incerta che comincia a lottare col mattino”

MacBeth, Shakespeare

“Mi fa orrore restare in questa condizione di condannato a morte”. “Maledico il giorno in cui ho cominciato a fare politica”. “La Sicilia una terra maledetta”. Queste le parole che, secondo il direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro, sono state pronunciate mercoledì 8 luglio 1992 da Calogero Mannino, durante un colloquio avvenuto tra i due, nell’ufficio del parlamentare in via Borgognona 48, intorno alle 17. Sono parte di un’intervista concordata col giornalista, nel periodo che va dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio. Ripresi in mano i suoi appunti di allora, Padellaro ha deposto come teste, nel corso dell’udienza di giovedì 9 gennaio 2014, a ripresa del processo sulla trattativa Stato-mafia, celebrato davanti alla Corte d’assise di Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo.

L’intervista, alla fine, non venne concessa e Padellaro si ritrovò con un taccuino pieno di annotazioni, inutilizzabile. L’ex ministro all’epoca era un esponente molto in vista della Democrazia Cristiana, specie nell’isola. Così in vista che la mafia lo voleva morto: subito dopo l’assassinio a Mondello di Salvo Lima, braccio destro di Giulio Andreotti, Mannino temeva di essere il bersaglio successivo. Questo almeno a quanto riferito a suo tempo da Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno, imputato per falsa testimonianza nello stesso dibattimento sulla trattativa. Mannino, in altra sede, ha precisato di aver temuto per la sorte di altri, non per la propria. Ma le parole dette a Padellaro, in seguito negate, rendono perfettamente il clima di quei giorni, l’orrore e la paura.

I fatti sono conosciuti. Nel febbraio ’92, dopo la sentenza della Cassazione sul maxi processo, Mannino riceve a casa una corona di crisantemi. Un messaggio di morte che non lascia dubbi, in perfetto stile mafioso. Tanto che, successivamente, ebbe a confidare al maresciallo Giuliano Guazzelli: “Ora uccidono me o Lima”. Ciò nonostante non denunciò l’intimidazione. Il seguente 12 marzo Salvo Lima veniva assassinato a Mondello e tre settimane dopo, il 4 aprile, anche Guazzelli veniva ucciso.“I carabinieri vogliono che non mi esponga – è la considerazione espressa da Mannino a Padellaro – Sono troppo nel mirino. Ma io ho una gran voglia di raccontare molte cose. E penso che lo farò”. Seppure lo pensò o lo disse effettivamente, certo è che non lo fece mai. Tacque e quello che non tacque smentì. Il ruolo di Calogero Mannino all’interno della trattativa Stato-mafia viene discusso in un processo a parte che si sta svolgendo a Palermo con rito abbreviato. Tuttavia il suo nome nel ‘processo-madre’ si intreccia con fatti e circostanze di cui si stanno occupando i magistrati del dibattimento sulla trattativa.

Le affermazioni di Padellaro appaiono suffragate dalla vicenda di un’altra giornalista, Sandra Amurri, che ha intercettato per caso alcune frasi di Mannino rivolte nel 2011 all’onorevole Giuseppe Gargani, democristiano come lui, oggi eurodeputato dell’Udc. “Hai capito, questa volta ci fottono – dice Mannino a Gargani nella ricostruzione fatta all’udienza da Amurri, anche lei sentita come testimone – dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.

Intanto il critico d’arte Vittorio Sgarbi, ex sindaco di Salemi – comune siciliano noto anche per essere il paese degli esattori di Cosa nostra (i cugini Ignazio e Antonino Salvo), in seguito sciolto per mafia – ha scritto sul Giornale del 2 gennaio: “Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice”. Lo stesso Sgarbi ha annunciato poi di aver denunciato per vilipendio al Presidente della Repubblica Salvatore Borsellino, fratello di Paolo il giudice ucciso in via D’Amelio. Un uomo che “non conosce limiti e pudori, e tanto meno senso dello Stato”, avendo definito Giorgio Napolitano per vent’anni “il garante dei rapporti tra Stato e Mafia”. Affermazioni inaccettabili per Sgarbi che sta “dalla parte di Napolitano”. Tutto questo mentre, tra il 29 dicembre e il 3 gennaio, nella casa di Borsellino ad Arese, vicino Milano, è stato messo a segno un furto sospetto, in cui il sistema d’allarme non suona e interessano più i documenti tra i quali si è rovistato, piuttosto che i gioielli, lasciati là. Lo ricorda prima di entrare all’udienza del processo, lo stesso fondatore del Movimento delle Agende Rosse.

Il 20 dicembre scorso una delegazione del Csm, guidata dal vicepresidente Michele Vietti, è in visita a Palermo in segno di solidarietà con i magistrati minacciati: parla di “giudici noti e meno noti”, senza incontrare nemmeno uno dei pm della trattativa, neppure il più esposto. ”Sono pronto a testimoniare la solidarietà a Di Matteo anche con un abbraccio, ma non lo vedo qui…” sostiene Vietti. In buona fede? “La lista degli auditi la stabilisce il Csm”, puntualizza il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. L’ex magistrato antimafia, Antonio Ingroia, sottolinea che “il pericolo di nuove stragi c’è sempre, soprattutto nei momenti di grande fibrillazione, di tensione e di instabilità politica come è questo”. E poi, spiega il leader di Azione Civile, “quando ci sono stati interventi, in passato, a cominciare dal Capo dello Stato, non sono stati certo di incoraggiamento e di sostegno all’azione della magistratura”.

Essere l’ombra di Banco significa essere il ricordo ossessivo di una cattiva azione, di una colpa: il detto proviene dal Macbeth di William Shakespeare, in cui lo spettro del lord assassinato Banco viene a terrorizzare il protagonista, che si era macchiato del delitto. “Ci sarà sangue – annuncia quindi Macbeth – Sangue chiama sangue, si dice. Si son viste pietre spostarsi e alberi parlare; vaticini e concomitanze strane hanno parlato agli uomini con la voce di corvi, gazze, taccole, a denunziar l’assassinio più occulto. A che punto è la notte?”. Chissà cosa rivelerà nella prossima udienza del 16 gennaio il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Fra minacce dei boss e silenzi dei politici, tra accuse e denunce, irruzioni misteriose e intimidazioni, provvedimenti delle istituzioni contro rappresentanti dello Stato, il processo del secolo continua, anche nel 2014. Almeno per ora.


Rossella Guadagnini (www.micromega.net)










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