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Centinaia di boss in libertà grazie al decreto Cancellieri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Thomas Mackinson e Davide Milosa   
Domenica 26 Gennaio 2014 09:42
di Thomas Mackinson e Davide Milosa - 25 gennaio 2014

Emergenza carceri, come risolverla? Per il primo presidente della Cassazione una risposta c’è: “L’indulto”. Questo scrive Giorgio Santacroce nella sua relazione letta ieri durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Insomma, in attesa di “riforme di sistema” non c’è “altra via per ridurre subito il numero dei detenuti”. La priorità, dunque, resta il sovraffollamento. Tradotto nell’attualità: svuota-carceri. Un decreto, quello del guardasigilli Annamaria Cancellieri, che nel giro di 20 giorni ha trasferito l’emergenza dalle celle ai magistrati che le devono svuotare.

IN UN MESE, sui tribunali di sorveglianza si è abbattuta una raffica di richieste di istanze di liberazione anticipata “speciale”, quella che aumenta i giorni dello sconto di pena da 45 a 75 ogni sei mesi. Tra queste anche quelle dei condannati per reati di mafia. È successo, per la prima volta, il 24 dicembre quando il Tribunale di sorveglianza di Agrigento ha scarcerato il boss di Cosa nostra Carmelo Vellini.
Intanto, ieri, sul Mattino il magistrato ed ex sottosegretario del quarto governo Berlusconi, Alfredo Mantovano, ha lanciato l’allarme Campania per la possibile scarcerazione di mille condannati per reati di mafia. Il sistema informatico-statistico del ministero, però, non consente ancora di avere un dato nazionale. Ma basta fare qualche telefonata a campione per capirlo. Nel distretto di Bari, ad esempio, negli ultimi 30 giorni sono arrivate 758 istanze di liberazione, la media mensile del 2013 non superava le 200. A Reggio Emilia l’anno scorso ne arrivavano 280 al mese, ne sono arrivate 408, il 144% in più. Peggio ancora al Tribunale di sorveglianza di Vercelli dove in tutto il 2013 le istanze sono state 1.891: sono bastate tre settimane di svuota carceri per superare quota 450 (più altre cento in arrivo). Significa il 300% in più. E poi Verona altre 282 (+141%). A Lecce tre magistrati e un presidente si sono visti accumulare sulle scrivanie 525 istanze in 20 giorni contro una media di 200 l’anno. E infine, Spoleto. La media mensile nel 2013 era di 142 istanze al mese, siamo già a 328 (+130%).
E sul decreto del ministro Annamaria Cancellieri è tornato ieri il procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani molto critico nei confronti “degli sconti di pena in corso di esecuzione” con i quali certo non “si realizza una saggia politica di deflazione carceraria”. Sullo svuota-carceri, ragione il coordinatore dei magistrati Gianni Maria Pavarin, “ci sono dati parziali perché non abbiamo il tempo di registrare le pratiche. Il punto è che qui stiamo morendo e a Roma non si muove nulla. La nostra mailing list è piena di proteste di magistrati che non ce la fanno più e il sistema della sorveglianza rischia di fermarsi per lo svuota-carceri”. Per questo martedì, a Firenze, la categoria si riunirà e farà il punto sugli organici. Di più, scriverà un documento per avere rinforzi che suona come un aut-aut: “Non è più sostenibile la sproporzione tra il numero di istanze che arrivano e il personale che le può accogliere e istruire. Serve un provvedimento d’urgenza che autorizzi i presidenti delle Corti d’appello ad applicare altro personale amministrativo. Per come siamo messi andrebbero bene anche volontari e colletti bianchi in pensione. Se non avremo risposte penseremo a quali azioni mettere in campo”. Nella road map delle riforme, ha detto ieri il presidente Santacroce, “meritano consenso” le proposte per “contenere il ricorso alla custodia cautelare”.

ANCHE se la “riforma delle riforme” resta quella sulla prescrizione alla quale “veniamo ripetutamente sollecitati da organismi internazionali, che deplorano l’alta percentuale di delitti di corruzione dichiarati estinti”. Un tema che introduce quello sul rapporto conflittuale tra politica e magistratura. “Un risvolto doloroso”, lo definisce Santacroce che produce “una delegittimazione gratuita e faziosa, che ha provocato una progressiva sfiducia nell’operato dei giudici e nel controllo di legalità che a essi è demandato”. Da qui l’appello per un decisivo cambiamento perché “se la giustizia non funziona è dovere dei magistrati denunciare le cose che non vanno e del sistema politico metterla in condizione di lavorare al meglio, perché altrimenti si lede un diritto fondamentale dei cittadini”. E, dunque, per dare “credibilità” al loro operato, i magistrati devono “sentirsi sempre meno potere e sempre più servizio come vuole la Costituzione”, abbandonando “protagonismi e comportamenti improntati a scarso equilibrio” senza “assumere smanie di bonifiche politiche”.


Thomas Mackinson e Davide Milosa (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2014)



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