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Allarme da Palermo: 'Mafiosi in libertà con la svuotacarceri' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco   
Domenica 26 Gennaio 2014 17:50

di Giuseppe Lo Bianco - 26 gennaio 2014

Chi si aspettava un cenno di solidarietà nei confronti dei pm minacciati da Riina, tutti presenti ieri nell’aula magna del palazzo di Giustizia di Palermo, è rimasto deluso. Davanti al presidente del Senato Pietro Grasso, venuto a esprimere “solidarietà e vicinanza ai magistrati palermitani che continuano a trovarsi nel cono d’ombra delle minacce e delle intimidazioni mafiose”, il presidente della Corte di appello Vincenzo Oliveri (foto a sinistra, ndr) ha inaugurato l’anno giudiziario ignorando tensioni e minacce di morte del boss corleonese, legate al processo sulla trattativa.Oliveri si è rivolto con affetto a Giorgio Napolitano, che proprio in quel processo non voleva comparire da testimone: “Abbiamo un debito di riconoscenza nei confronti del capo dello Stato. Si è tentato di offuscare la sua immagine con il sospetto di interferenze in un grave procedimento in corso qui a Palermo, che i nostri giudici hanno dichiarato da subito totalmente infondati. Sentiamo di dovergli rinnovare l’impegno di fedeltà alla legge e alla Costituzione, di cui egli è garante”. E nella rivendicazione del dovere, per tutti i giudici, di essere “imparziali’’, è arrivata la frecciata all’ex pm Ingroia: “No a carriere politiche inaugurate nel medesimo distretto dove il giorno prima il candidato indossava la toga”.

Nessuno tra i pm presenti ha voluto commentare il silenzio sulle minacce del presidente della Corte di appello chiamato, tra qualche settimana, a scegliere il collegio cui affidare l’appello del processo agli ufficiali dei carabinieri Mori e Obinu, assolti in primo grado. E se a ricordare che “l’anno giudiziario si innesta quest’anno in un particolare clima dovuto alle minacce di Totò Riina e a quelle nei confronti di altri magistrati” ci ha pensato il procuratore Messineo, per Oliveri è apparso più importante citare “il sostegno morale che il presidente (Napolitano, ndr) ha sempre dato alla magistratura’’.

MINACCE e ordini di morte del capomafia detenuto Riina sono state al centro degli altri interventi, da Roberto Rossi, del Csm, al procuratore generale Roberto Scarpinato, che ha lanciato l’allarme sul decreto “svuota carceri”, a suo dire frutto di una scelta che appare “incomprensibile”. Scarpinato: “Una pena di sei anni si ridurrà a tre anni e mezzo e decine di pericolosi mafiosi a breve termine e nei prossimi anni ritorneranno in libertà anzitempo”. Conseguenza di una legislazione antimafia, ha aggiunto il procuratore, che “assomiglia a una sorta di tela di Penelope che da una parte viene tessuta con l’introduzione di nuove norme per rendere più efficace l’azione repressiva, dall’altra viene in parte smagliata depotenziando la stessa risposta repressiva”. Tutto ciò mentre in Sicilia, dove dal 2003 al 2013 sono stati “dissipati 3 miliardi di euro per la formazione professionale senza produrre risultati occupazionali”, è in corso una sfida drammatica “la cui posta in gioco è la credibilità delle istituzioni”.

SECONDO IL PG “è trascorsa la stagione” in cui il binomio legalità-sviluppo “aveva creato una forte aspettativa”. Oggi sulla disillusione “soffiano menti raffinate della criminalità organizzata che additano come responsabile la magistratura”. È accaduto e accade, soprattutto in riferimento al sequestro e alla confisca dei beni mafiosi da parte dei magistrati, cui una subcultura mafiosa tenta di addebitare buona parte della crisi economica siciliana. A Messina, infine, il procuratore generale Melchiorre Briguglio (nella foto a sinistra, anno 2013, ndr) ha inserito nel suo saluto alle autorità presenti anche il suo predecessore, Franco Antonio Cassata, condannato per diffamazione aggravata del professore Adolfo Parmaliana. Cassata era in aula, a differenza dello scorso anno quando l’inaugurazione dell’anno giudiziario venne celebrata con la sua sedia vuota. Ad assistere alla cerimonia anche il presidente della Corte costituzionale, Gaetano Silvestri.


Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano del 26/01/2014)





Silvestri nel ‘96 andò a omaggiare Corda Fratres

di Gianni Barbacetto - Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2012

A sessant’anni dalla sua fondazione, un’associazione culturale siciliana fa stampare un bel librone celebrativo, pieno di testi e foto che documentano l’attività svolta, a partire dal 23 giugno 1944, giorno della sua nascita. Nel librone ci sono volti, incontri, iniziative. Tra queste, un convegno organizzato nel 1996 su “Divisione dei poteri e magistratura”. Tra i relatori, secondo quanto documenta una foto, Gaetano Silvestri, professore dell’università di Messina e oggi giudice della Corte costituzionale. Niente di strano, che un giurista intervenga a un convegno sulla magistratura. Più imbarazzante il contesto: l’associazione siciliana che lo ha organizzato è la Corda Fratres, circolo dalla storia lunga e controversa e con soci davvero imbarazzanti.

NASCE A BARCELLONA Pozzo di Gotto, non distante da Messina, nel 1944 e il suo atto costitutivo la definisce associazione culturale “apolitica e aconfessionale” fondata al fine di “diffondere e favorire l’idea della solidarietà tra gli uomini, della fratellanza, della libertà religiosa e della cultura nei suoi multiformi aspetti”. Multiformi anche le sue iniziative: da incontri su “Attività grafica e musicale col personal computer” fino a convegni internazionali su “Pirandello nella cultura russa del ’900”.

Chi non la ama definisce Corda Fratres (“cuori fratelli”) una sorta di circolo massonico che riunisce l’élite messinese. Nelle inchieste svolte dai magistrati di Reggio Calabria la si definisce circolo para-massonico nel quale s’incontrano rappresentanti del mondo politico, universitario, sanitario e mafioso. Anche chi la difende non può negare che abbia avuto soci come Giuseppe Gullotti, boss di Cosa nostra arrestato nel 1995 e condannato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché fornitore, secondo Giovanni Brusca, del telecomando che servì all’ “attentatuni” in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e la scorta. Altro socio di Corda Fratres è Rosario Cattafi, già indagato a Palermo nell’inchiesta “Sistemi criminali” e a Caltanissetta nell’indagine sui mandanti occulti delle stragi del 1992. È stato arrestato nel 1993 per l’inchiesta sull’ “autoparco della mafia” di via Salomone, a Milano, ed è finito di nuovo in cella il 24 luglio 2012, con l’accusa di essere il capo della famiglia barcellonese di Cosa Nostra. Socio onorario del circolo è Giuseppe Siracusano, generale dei carabinieri con il nome nelle liste della P2. Tra gli iscritti odierni di Corda Fratres compaiono, accanto ad avvocati, commercialisti e medici di spicco, il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, il parlamentare del Pdl Domenico Nania.

C’È ANCHE il procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, oggi imputato di diffamazione, con l’accusa di aver redatto un dossier anonimo, post mortem, sul professor Adolfo Parmaliana, docente all’Università di Messina e dirigente locale dei Ds, che si è tolto la vita nel 2008 dopo aver scritto: “La magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente”.
Il procuratore Cassata è ritratto, nella foto del 1996 (al centro della foto a sinistra, ndr), accanto al professor Silvestri. Iscritto al Pci e poi al Pds, Silvestri fu spedito dal partito a Roma, dal 1990 al 1994, come membro laico del Consiglio superiore della magistratura. Oggi è giudice della Corte costituzionale, eletto nel 2005 dal Parlamento su designazione del centrosinistra, ed è uno dei due relatori alla Consulta sul conflitto tra poteri dello Stato sollevato dal presidente Giorgio Napolitano contro la Procura di Palermo, a proposito dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra.
In quel 1996 in cui l’ex membro del Csm e futuro giudice costituzionale parlava di divisione dei poteri e magistratura, Corda Fratres non era più un oggetto misterioso, né un circolo culturale come tanti, visto che i suoi due soci Gullotti e Cattafi erano già finiti in carcere, entrambi per storie che puzzavano di mafia.


Gianni Barbacetto (tratto da:
Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2012)









 









 

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