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Da Subranni a La Barbera, Servizi e traditori di Stato a contatto con Cosa nostra PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari   
Venerdì 31 Gennaio 2014 15:34

 

subranni-antoniodi Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - 30 gennaio 2014


Di Carlo parla al processo trattativa e conferma: “Volevano fermare Falcone ad ogni costo”

“Quando ero agli arresti in Inghilterra, prima dell'attentato all'Addaura, in carcere mi vennero a trovare tre persone. Uno di questi si presentò come Giovanni e mi disse che mi portava i saluti di Mario (un altro soggetto appartenente ai servizi segreti). Mi hanno chiesto un contatto con i corleonesi di Totò Riina. Mi dissero 'Ci devi fare avere un contatto a Palermo con i corleonesi. A noi ci interessa il ramo politico di certe situazioni'. Volevano mandare via Falcone da Palermo perché stava facendo la Dia e la Procura nazionale. Mi raccontavano che i politici erano preoccupati, che ne dicevano di tutti i colori perché Falcone voleva indagare su tutto e mettere tutti sotto processo. Loro volevano soltanto mandarlo fuori e per fare qualcosa in Sicilia volevano avere le spalle coperte”.

Dopo l'intervista rilasciata ieri al quotidiano La Repubblica oggi è intervenuto in aula al processo trattativa Stato-mafia, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo. Rispondendo alle domande del pm Antonino Di Matteo, l'ex boss di Altofonte, a sorpresa (doveva essere sentito in videoconferenza ndr) presente nascosto da un paravento all'interno dell'aula bunker dell'Ucciardone, ha confermato come quell'incontro sarebbe stato da ricollegare ad un progetto più ampio mirato all'indebolimento del giudice Falcone, che qualche tempo dopo sarebbe stato oggetto del fallito attentato all'Addaura.

“Non mi parlarono di uccisione, ma di qualche provocazione – prosegue il pentito – dissi loro di non commettere cose che non potevano fare perché conoscevo Riina e come avrebbe risposto ad una cosa del genere”. Il collaboratore ha riferito quindi d'avere deciso di mettere i suoi interlocutori in contatto con l'esattore delle tasse siciliane Ignazio Salvo, appartenente a Cosa nostra. “Gli feci anche il nome di Vito Ciancimino ma Giovanni (uno dei tre funzionari) non volle avere a che fare con Vito Ciancimino, perché era in contatto con i carabinieri”.
E alla domanda se poi effettivamente l'incontro ci sia stato con Ignazio Salvo la risposta è stata affermativa: “Sì mi è stato confermato da Giovanni, che mi ringraziò tempo dopo ed era tutto contento”. Ma chi erano gli altri due uomini dei servizi vicino al misterioso “Giovanni”? Anche in questo caso la risposta di Di Carlo è decisa. “Uno ho capito che si trattasse di un agente dei servizi inglese. Un altro, che Giovanni mi aveva detto faceva il suo stesso lavoro, l'ho riconosciuto tempo dopo vedendo una foto sui giornali. Era Arnaldo La Barbera”.
Torna così in auge la figura dell'alto dirigente di Polizia Arnaldo La Barbera, deceduto per una malattia incurabile, già sospettato dalla Procura di Caltanissetta di essere al centro, assieme ad altri funzionari di polizia del gruppo Falcone-Borsellino, del colossale depistaggio sulla strage di via d'Amelio.
E in Inghilterra, nel carcere di Full Sutton, altri “incontri particolari li ha avuti” durante la sua detenzione assieme ad un altro soggetto di origine palestinese, Nezzer Hindawi, che aveva lavorato per i servizi segreti siriani ed era coinvolto nel noto attentato all’aereo di linea caduto in Gran Bretagna che provocò la morte di circa 300 persone. “In un'occasione ci fu un incontro con altri amici di Hindawi dove mi chiedevano un contatto in Italia e io gli faccio avere il contatto di Nino Gioé, con cui mi sentivo al telefono. Qualche tempo dopo agenti dei servizi inglesi sono venuti ad interrogarmi su Hindawi e quel che dissero gli altri in quell'incontro”.
Ma durante la deposizione Di Carlo ha anche ripercorso gli anni della sua militanza in Cosa nostra, dagli anni '70 sino al 1996, quando decise di pentirsi e collaborare con i magistrati.
Ha parlato anche della sua decisione di “dimettersi” da Cosa Nostra, uscendo così dalle gerarchie “ordinarie”, quindi il suo allontanamento dalla famiglia di Altofonte a causa del suo rifiuto ad eseguire l’ordine di eliminare "due cari amici" con i quali aveva stretto un profondo legame. Si tratta dei cugini Cuntrera e Caruana, principi assoluti dell’impero che più di ogni altro ha trafficato in droga tra gli anni ‘50-’70.
“Per Cosa nostra i militari dell'Esercito non sono considerati sbirri. Uno zio di Toto' Riina era maresciallo dell'esercito. E io fin dalla fine degli anni Sessanta avevo rapporti e frequentavo un colonnello dell'esercito applicato alla Presidenza del Consiglio. Lo avevo conosciuto frequentando il generale Vito Miceli (ex capo del Sid dell'epoca) e anche il colonello Santovito (ex direttore del Sismi). Con quest'ultimo avevo un rapporto più di amicizia: quando andavo a Roma, ci vedevamo e andavamo spesso a pranzo assieme. Lui sapeva che io ero latitante”. Di Carlo ha poi raccontato che fu Gaetano Badalamenti, detto il “boss dei due mondi”, a presentargli i cugini Salvo. “Entrambi erano potentissimi e Nino diventò addirittura sottocapo della cosca locale. L’ultimo incontro fu nel 1983 a Roma. Avevano alcuni problemi. Loro erano molto intimi con Stefano Bontade, stravedevano per Badalamenti. E io gli consigliai di avvicinarsi a Totuccio Riina”. Riguardo a Nino Salvo ha poi aggiunto: “Voleva eliminare Rocco Chinnici, uno dei principali rivali di Cosa nostra. Ha chiesto a Michele Greco di farci il favore su Chinnici. Greco non faceva nulla senza parlare con Riina. Io ero presente alla Favarella, quando Nino Salvo, incontrò Michele Greco per chiedere l'intervento di Cosa nostra”.
Secondo il pentito i Salvo non si sarebbero interessati solo di questo. “Ho saputo che i cugini Salvo si sono rivolti al maggiore dei Carabinieri Antonio Subranni (poi divenuto generale ndr) per fare chiudere l'indagine sulla morte di Peppino Impastato”. Sulla morte di Impastato, assassinato dalla mafia nel 1978, Di Carlo ha aggiunto che “Da quello che mi ha raccontato Nino Badalamenti non si poteva fare altrimenti, il ragazzo doveva essere ucciso. Aveva la radio, parlava di 'Tano seduto'. E poiché non si poteva uccidere così uno degli Impastato è stato fatto in quella maniera che siccome che era comunista e a quel tempo i comunisti erano considerati come i terroristi si è fatta quella cosa. Prima è stato ucciso poi si è messo il tritolo sulla ferrovia. Da quello che mi hanno detto Badalamenti aveva interessato Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo Nino Badalamenti mi ha detto: 'no, la cosa si è chiusa'”.
Inoltre Di Carlo ha ricordato di aver più volte visto il generale Subranni, ex capo del Ros e tra gli imputati al processo, proprio negli uffici dei cugini Nino e Ignazio Salvo e una volta anche con Salvo Lima. Quindi, secondo la versione di Di Carlo, il nome di Subranni fu fatto anche da Vito Ciancimino: “Tra gli anni 1976/77 mi parlò del colonnello Subranni”, dichiara il pentito in aula, e sull’ex sindaco mafioso di Palermo riferisce ancora: “Vito Ciancimino l’ho incontrato, a fine anni Sessanta, mille volte. Vito Ciancimino era un Dio per Binnu Provenzano mentre Totuccio Riina ce l’aveva sullo stomaco. Una volta al castello di Solunto, sicccome Ciancimino diceva di avere risolto un problema in Canada in Sicilia venne il boss newyorkese, da cui gerarchicamente dipendevano le famiglie canadesi. Eravamo io, Provenzano, Totuccio Riina, il boss americano e Vito Ciancimino”.
E poi ha raccontato dei suoi rapporti con Lima: “Con l'onorevole Salvo Lima ci sono stati molti incontri a Palermo e Roma. Spesso c'era Nino Salvo presente. Io non ero tipo che chiedeva cortesie e posti di lavoro. Anzi, fu lui, una volta a raccomandarmi un nipote, che per un anno ha lavorato ad Altofonte. Lima l'ho conosciuto quando era sindaco di Palermo, presentato da uno dei fratelli Salvo, negli anni Sessanta”.
Quindi l'udienza è stata interrotta, con l'audizione del pentito che è stata rinviata al prossimo 27 febbraio, quando l'esame del teste vedrà impegnati ancora i pm. Intanto, proprio in principio di udienza, il difensore di Marcello Dell’Utri, Giuseppe Di Peri, aveva chiesto di differire la deposizione del collaboratore Franco Di Carlo per dare il tempo alle difese di analizzare il verbale di interrogatorio del pentito reso nel 1998 al processo Borsellino-ter e depositato ieri dai pm. La corte ha però deciso di rimandare ad altra udienza solo il controesame. Inoltre, l’avvocato di Salvatore Riina, Luca Cianferoni, ha chiesto di poter depositare il dispositivo della sentenza con cui la Corte d’assise d’appello ha assolto il boss dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Il dibattimento era stato riaperto in appello proprio per risentire il pentito Di Carlo. I pm non si sono opposti. Così il presidente Montalto ha chiuso l'udienza rinviando il processo al 13 febbraio.

In foto: il generale Antonio Subranni

da: AntimafiaDuemila.com

 

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