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Salvatore Borsellino: ‘Stanchi di commemorare eroi, dopo averli fatti morire' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvatore Ventruto   
Domenica 16 Febbraio 2014 18:07
di Salvatore Ventruto - 16 febbraio 2014

"Quanto più difficile è la battaglia tanto maggiore è la forza che bisogna metterci per affrontarla. Noi non permetteremo che ci siano altri eroi da commemorare e onorare fintamente dopo che si è contribuito a farli morire, non vogliamo altre corone di Stato per altre stragi di Stato. Noi faremo di tutto perché il sogno di Paolo, un fresco profumo di libertà, possa finalmente sentirsi nel nostro paese e perché la Giustizia e la Verità trionfino". E' questo il messaggio che Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e fondatore del Movimento delle Agende Rosse, lancia ai tanti giovani che in queste settimane hanno manifestato il loro sostegno e la loro solidarietà al Pm Nino Di Matteo e al Pool di Palermo. In questa intervista esclusiva per "Il Tacco D'Italia", da leggere tutta d'un fiato, Salvatore Borsellino ci parla, ripercorrendo minuziosamente il biennio 1992-1993, della Trattativa Stato – Mafia, del possibile significato delle minacce di Riina al Pm Nino Di Matteo, dell'attuale organizzazione di Cosa Nostra ed in un paese, il nostro, in cui tutte le stragi, da Capaci a Via D'Amelio passando per Piazza Fontana, il treno Italicus, la Stazione di Bologna e Ustica sono caratterizzate da un unico dominus: il depistaggio.

Siamo un paese riluttante alla verità, che non riesce a fare i conti col proprio passato, fatto di omissioni, connivenze e depistaggi che hanno rappresentato il dominus di tutte le stragi avvenute nel nostro paese, soprattutto di quelle di Capaci e Via D'Amelio. Non crede che non avere ancora previsto il reato di depistaggio nel nostro paese rivesta un significato ben preciso?
"Purtroppo i depistaggi sono la caratteristica comune di tutti gli omicidi e le stragi di Stato che si sono succedute nel nostro paese e che ne hanno caratterizzato la storia dalla fine della guerra ad oggi, a partire da Portella della Ginestra per attivare alle stragi di Capaci, di Via D'Amelio, di via dei Georgofili e di Via Palestro, passando per le stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del Rapido 901, del Treno Italicus, della Stazione di Bologna e così via in un elenco senza fine. Nonostante ciò non esiste nel nostro ordinamento giuridico il reato di depistaggio che permetterebbe di colpire quei settori di uno Stato deviato che attraverso l'occultamento e la distruzione di prove, omissioni, false testimonianze, intimidazioni ed eliminazioni di testimoni hanno impedito l'individuazione e la condanna degli esecutori, dei responsabili e dei mandanti. Solo alla fine del 2013 è iniziato in commissione Giustizia della Camera la discussione per l'introduzione nell'ordinamento penale di uno specifico reato di depistaggio e questo è avvenuto soltanto su iniziativa delle associazioni dei familiari delle vittime di queste stragi. Questo fatto non può non essere addebitato ad una precisa volontà politica di tutti i governi, di qualsiasi colore, che si sono succeduti nel nostro paese dalla fine della guerra ad oggi".

L'ipotesi che l'omicidio di Paolo Borsellino sia legato alla trattativa Stato-Cosa Nostra affiorò per la prima volta con le parole del pentito Gaspare Spatuzza ed oggi è in corso a Palermo un processo che vede coinvolti boss, politici e uomini di spicco del Ros dei Carabinieri. Per la morte di Giovanni Falcone, invece, è stata sempre sostenuta la matrice esclusivamente mafiosa. Perché dietro la strage di Capaci non possono esserci quelle "menti raffinatissime" di cui parlò Falcone in occasione del fallito attentato all'Addaura nel 1989?
"Nel 2007 io scrissi, e diffusi tramite la rete, una lettera aperta che ebbe come titolo ‘19 luglio 1992: Una strage di Stato', nella quale adombravo l'ipotesi che Paolo fosse stato ucciso perché venuto al corrente di una trattativa tra mafia e pezzi dello Stato. In questa lettera sottolineai come la sua reazione a questa scoperta debba essere stata così violenta, tanto da minacciare di rivelarla all'opinione pubblica e perseguirla come reato. A quel punto non esisteva che una possibilità per quei settori dello Stato che stavano portando avanti quella trattativa: eliminarlo, eliminarlo in fretta e fare sparire la sua Agenda Rossa nella quale Paolo aveva annotato tutto quanto era riuscito a scoprire di quella trattativa. La mafia lo aveva condannato a morte e lo avrebbe in ogni caso ucciso ma non così in fretta a soli 57 giorni dalla strage di Capaci. Era ai settori deviati dello Stato che interessava eliminarlo subito, prima che potesse parlare e per Via D'Amelio, i tempi, la preparazione, l'esecuzione e l'esplosivo usato, il semtex, un esplosivo militare, furono dettati da quei pezzi dello stato a cui interessava che questa trattativa, da loro richiesta e iniziata, non venisse individuata, fermata e perseguita. Anche nella strage di Capaci, non risulta possibile che non ci siano state complicità da parte di chi aveva provato a fermare Falcone già all'Addaura, ma ritengo che in questo caso la preparazione e l'esecuzione della strage siano state prevalentemente opera della mafia. Ai settori deviati dello Stato è bastato dare il via libera all'operazione".

Riina alcuni mesi fa ha testualmente affermato che " sono stati i Ros a cercarlo per la trattativa". Una trattativa di cui Riina è stato inizialmente il promotore per poi diventarne vittima nel momento in cui, per sua stessa convinzione, è stato "venduto". L'infiltrato Luigi Ilardo, sulle cui parole si basano le accuse a Mori ed Obinu per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, disse al Tenente Colonnello Michele Riccio che "in Sicilia i boss o muoiono o si vendono". La cattura di Riina il 15 gennaio 1993 è veramente frutto della trattativa?
"Guardi, di trattative nel '92 non ce ne è stata soltanto una o comunque la trattativa ha avuto due fasi. In una prima fase, secondo l'impianto accusatorio della Procura di Palermo, la trattativa nasce su impulso di Calogero Mannino che, dopo l'assassinio di Salvo Lima e la conseguente brusca interruzione dell'ascesa di Andreotti alla Presidenza della Repubblica, è il primo nella lista dei potenti politici democristiani da uccidere per non avere mantenuto i patti e non essere riuscito a non fare diventare definitive le condanne ai boss mafiosi nel maxiprocesso. In questa fase della trattativa l'intermediario è Vito Ciancimino. Da un lato ci sono gli ufficiali del Ros Mori e De Donno agli ordini del generale Subranni e dall'altro Totò Riina, che non ne è però il promotore (dice ad un suo accolito "si sono fatti avanti"), ma l'interlocutore principale. Infatti come da lei anticipato confida ad un suo accolito che i Ros ‘si sono fatti avanti'. Poi la trattativa passa in una seconda fase, gli interlocutori non sono più i potenti democristiani da punire ma quelli che saranno i nuovi referenti del potere, ma per questa fase il sanguinario Riina, che ha dichiarato guerra allo Stato, non è più l'interlocutore adatto e questo viene individuato in Provenzano, più incline all'idea di una mafia sommersa che ritorni alla vecchia strategia di ‘cooperazione' con lo Stato e che per questo è disponibile a consegnare Riina. Anche l'intermediario cambia, non più il troppo compromesso Vito Ciancimino ma una figura, apparentemente, più presentabile, Marcello Dell'Utri che con il nuovo sistema di potere emergente, facente capo a Berlusconi e a Forza Italia e con il potere economico del nord è in ottimi rapporti".

Dopo la "cattura" di Riina si scatena l'anima stragista di Cosa Nostra a lui facente riferimento: quella di Bagarella, dei Graviano, di Matteo Messina Denaro, con gli attentati di Milano, Roma e Firenze. Perfino Bettino Craxi in quegli anni disse che "le bombe più che distruggere ciò che era già distrutto avevano il compito di aprire la strada a qualcosa". Secondo Lei cosa avvenne in quei mesi dentro Cosa Nostra e che tipo di organizzazione è oggi la stessa Cosa Nostra sotto la guida di Matteo Messina Denaro?
"L'anima stragista di Cosa nostra è quella di Riina non quella di Provenzano, ma c'è la trattativa da portare avanti. E se da un lato c'è uno Stato che sul tavolo della trattativa può mettere dei provvedimenti legislativi a favore dei mafiosi come l'abolizione del carcere duro e dell'ergastolo, il riconoscimento della dissociazione, una legislazione che scoraggi il proliferare degli odiati pentiti, gli ‘infami', insomma i diversi punti del ‘papello', dall'altro ci sono dei criminali che sanno buttare sul tavolo della trattativa quelle che sono le loro rozze armi, le stragi o, su suggerimento di menti più raffinate, la distruzione del patrimonio artistico dello Stato e l'estensione della guerra sul ‘continente'. In quel periodo, anche se Riina era stato venduto ci sono ancora sul campo gli elementi più feroci, disposti ancora a seguire la strategia stragista come Bagarella e i Graviano. L'obiettivo primario è però quello di spingere lo Stato a piegarsi e concludere la trattativa. Per questo si voleva dare il colpo finale con l'attentato più spaventoso, quello allo stadio Olimpico di Roma che avrebbe dovuto provocare centinaia di vittime, anche tra le forze dell'ordine. Ma questa strage non fu necessaria perché nel frattempo la trattativa si era conclusa. Lo Stato si era piegato e Cosa Nostra con quella vittoria si sarebbe trasformata. Oggi l'ala militare della mafia è in ginocchio, Riina, Provenzano, i fratelli Graviano, la maggior parte della struttura militare della mafia è in carcere, Matteo Messina Denaro non ha più probabilmente, all'interno di quello che resta della mafia militare, il potere di un Riina o di un Provenzano e si è dedicato di più a gestire i suoi affari, ma l'infiltrazione della mafia e dei suoi immensi capitali nell'economia, soprattutto al nord, ha assunto dimensioni impensabili e intanto la ndrangheta, profittando dei colpi innegabilmente inflitti alla mafia, almeno a quella militare, è subentrata alla stessa mafia nella gestione della maggior parte dei traffici e delle attività economiche, con una capacità di penetrazione nei meccanismi degli appalti, nelle pubbliche amministrazioni e nella politica superiori a quelli di Cosa Nostra".

Negli ultimi mesi Riina, pur essendo in regime di 41 bis, ha più volte minacciato di morte dal carcere Di Matteo. Nonostante ciò la vicinanza alla Procura di Palermo da parte delle Istituzioni continua a mancare. Al punto che lo scorso dicembre una delegazione del CSM guidata dal Vice Presidente Vietti si è recata al Palazzo di Giustizia di Palermo ma non ha incontrato nessuno dei componenti del Pool della Trattativa. Come saranno i prossimi mesi per i magistrati del Pool di Palermo?
"Alle minacce di Riina si possono dare due interpretazioni. La prima è quella di una fatwa lanciata da un uomo che dal carcere non può più esercitare il potere che deteneva prima della sua cattura, ma che ha ancora una grande influenza ‘spirituale' su quello che resta della struttura militare della mafia e per questo condanna a morte, da belva sanguinaria come continua ad essere, colui che è oggi il simbolo di quella parte di Stato che la mafia ha combattuto e continua a combattere, quello che ai suoi occhi deve apparire come un Giovanni Falcone e un Paolo Borsellino ancora incredibilmente in vita. E una fatwa di questo tipo, per chi riuscisse ad eseguirla, rappresenterebbe la possibilità di ascendere ai vertici di una organizzazione che forse in questo momento è in qualche maniera acefala. La seconda interpretazione è quella di un Riina, ancora non sostituito ai vertici dell'organizzazione criminale e che ha ancora, seppure dal carcere, il potere necessario per continuare la trattativa e mandare a quella parte di Stato deviato, ai complici di questa trattativa che dura da venti anni e che solo ora comincia ad incrinarsi un messaggio molto chiaro: se siete ancora disponibili a trattare noi ci assumiamo il compito di fare ancora una volta il lavoro sporco e di eliminare il comune nemico, il magistrato Nino Di Matteo. Purtroppo i segnali che arrivano dalle Istituzioni non vanno nella direzione di contrasto a queste minacce e di solidarietà ai magistrati che ne sono i destinatari. Il non avere convocato durante la visita della delegazione del CSM a Palermo nessuno dei magistrati che compongono il pool, averli quasi irrisi affermando, come ha detto il presidente Vietti, che se li avesse incontrati non avrebbe esitato a stringergli la mano e il silenzio del Capo dello Stato che non ha pronunciato una sola parola di solidarietà nei loro confronti nel discorso di fine anno, rappresenta un'omissione gravissima, un isolamento di questi magistrati da parte dei settori più alti dello Stato. E l'isolamento per tanti servitori dello Stato ha sempre avuto il significato e l'effetto di una condanna a morte".

Nelle ultime settimane si sono registrate in rete e nelle piazze italiane numerose manifestazioni di solidarietà al PM Di Matteo e al pool di Palermo. Cosa si sente di dire a tutti coloro, soprattutto giovani e giovanissimi, che hanno deciso di abbracciare questa complicatissima ma doverosa battaglia per la Verità?
"A fronte dell'agghiacciante silenzio delle Istituzioni rispetto alle minacce che vengono portate nei confronti dei magistrati, e in particolare di Nino Di Matteo, a fronte delle promesse non mantenute di fornire alle scorte di questi magistrati, dispositivi atti a neutralizzare il ripetersi di attentati come quelli che sono costati la vita a Rocco Chinnici, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e contro i quali nulla possono gli uomini delle scorte se non il sacrificio della loro stessa vita, a fronte di provvedimenti disciplinari minacciati per tentare di fermarli, si è verificata una reazione quasi spontanea da parte soprattutto dei giovani per dare sostegno e solidarietà a questi magistrati che coraggiosamente combattono per la Verità e la Giustizia si trovano a rischiare ogni momento la vita. A questi ragazzi, a questi giovani dico che quanto più difficile è la battaglia tanto maggiore è la forza che bisogna metterci per affrontarla. Noi non permetteremo che ci siano altri eroi da commemorare e onorare fintamente dopo che si è contribuito a farli morire, non vogliamo altre corone di Stato per altre stragi di Stato. Noi faremo di tutto perché il sogno di Paolo, un fresco profumo di libertà, possa finalmente sentirsi nel nostro paese e perché la Giustizia e la Verità trionfino".


Salvatore Ventruto (tratto da: iltaccoditalia.info)











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