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Trattativa: quel processo che fa paura anche agli intellettuali PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 18 Febbraio 2014 23:05
di Aaron Pettinari - 18 febbraio 2014

Ieri sul Corriere della Sera è stata pubblicata una sorta di “anteprima” del libro, ormai prossimo all'uscita, “La mafia non ha vinto - Il labirinto della trattativa”. Si tratta di un saggio, scritto dal giurista Giovanni Fiandaca e dello storico Salvatore Lupo (ed. Laterza), nel quale viene escusso, o meglio bistrattato, il procedimento sulla trattativa Stato-mafia. Non si parla più di trattativa “presunta” o “cosiddetta”. Dai due saggisti questa viene non solo ammessa ma addirittura la definiscono “legittima” in quanto far cessare le stragi era uno stato di necessità.

Scrivono infatti che: “qualcuno può avere avviato, più o meno autonomamente, trattative con la leadership dell’organizzazione mafiosa, o con qualche sua fazione, o qualche suo satellite.... la scelta politico-governativa di fare concessioni ai mafiosi in cambio della cessazione delle stragi risulterebbe legittima perché legittimata, appunto, dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini”.

E quindi bollano il processo, che vede alla sbarra capimafia (Riina e Bagarella), pentiti (Brusca), il figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, ex carabinieri (i generali Mori e Subranni ed il colonnello De Donno), ex esponenti politici come Mannino e Dell’Utri, (a cui si aggiunge l’ex ministro Mancino imputato di falsa testimonianza), come un colossale errore giuridico in quanto “non esiste il reato di trattativa”, pur sapendo che il quid del procedimento di Palermo è proprio quello di dimostrare se la trattativa, che c'è stata, implichi il reato di “violenza o minaccia a corpo dello Stato” che si è poi concretizzato nelle stagioni di bombe.


Trattativa, che male c'è?

Per i due saggisti è quindi pacifico che “la trattativa c’è stata, solo che purtroppo (per i boss, ndr ) qualcuno si è rimangiato la parola”. Lupo argomenta che non c'è scandalo in quanto non va confuso il piano storico-politico con quello etico-giudiziario.
Ed è così che la mancata proroga di 334 decreti di “carcere duro” per altrettanti detenuti mafiosi diventa un atto “insindacabile penalmente” e di “discrezionalità politica”. Un atto, a loro parere, giustificato dagli eventi. Se così fosse come va interpretato lo “svuotamento progressivo” del regime carcerario 41-bis avvenuto negli anni? E la chiusura delle carceri di Pianosa e l'Asinara? trattativa-riina-dellutriE le leggi sui pentiti, sull'ergastolo e gli scudi fiscali che hanno permesso il rientro “pulito” dall'estero di capitali mafiosi? Anche queste sono scelte politiche lecite? Sarebbe questo il modo con cui lo Stato si è rimangiato la parola sancita nel “patto” con Cosa nostra? Non è possibile dimenticare poi i tentativi di realizzare leggi per la dissociazione mafiosa e la revisione delle sentenze passate in giudicato, atteggiamenti che hanno reso in questi anni l'immagine di uno Stato tutt'altro che vittorioso, addirittura connivente più che sconfitto. 
Non solo. I due non tengono conto di un altro aspetto, ovvero che la stagione delle stragi, iniziata con l'omicidio Lima nel marzo 1992, doveva essere seguita da altre morti, ovvero quelle dei politici visti come “traditori” dei patti precedenti così come è stato raccontato da numerosi collaboratori di giustizia. Invece il mirino di Cosa nostra si spostò sul giudice Falcone. I due saggisti dovrebbero trovare il modo di spiegare per quale motivo Falcone non fu ucciso dal commando inviato a Roma, composto dai fratelli Graviano e da Matteo Messina Denaro, richiamato solo all'ultimo da Riina, ma dalla bomba di Capaci nel maggio 1992. Il collaboratore di giustizia, oggi defunto, Cancemi disse che Riina, per le stragi del 1992, Falcone prima e Borsellino poi, “fu portato con la manina”. E nel mezzo, tra maggio e luglio, lo Stato avviò il dialogo con Cosa nostra per tramite degli uomini del Ros. C'è anche una sentenza di Corte d'assise che certifica come il dialogo fu proprio cercato e condotto dai militari e il risultato non fu certo la “salvaguardia delle vite umane”.
Dopo la morte di Borsellino vi furono anche altri attentati. In maggio quelli di via Fauro a Roma e via dei Georgofili a Firenze, quindi in luglio via Palestro a Milano e le basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. E solo un puro caso non ha permesso l'esecuzione della strage progettata e poi annullata allo stadio Olimpico di Roma nel gennaio 1994. Morirono 15 persone, tra cui due bambine, una di 50 giorni e l'altra di nove anni, Caterina e Nadia. Vi furono decine di feriti a cui si aggiungono i danni al patrimonio artistico e alla sicurezza nazionale. I politici iscritti alla lista di morte di Cosa nostra, invece, ebbero salva la vita.

Le reazioni

Senza entrare nel merito delle considerazioni storiche e giuridiche espresse da Lupo e Fiandaca oggi, dalle colonne del Corriere della Sera, “da cittadino” risponde Antonino Di Matteo, il pm di punta dell'inchiesta sulla trattativa, semplicemente ponendo a sua volta una domanda: “Mi piacerebbe sapere che ne pensano i familiari di coloro i quali, anche in quel periodo, sono stati uccisi perché pensavano che in nessun caso, per nessun motivo e a nessuna condizione si potesse scendere a patti, o anche solo interloquire, con l’organizzazione mafiosa”. di-matteo-c-ettore-mariniE senza entrare nel merito dei contenuti del libro il pm, condannato a morte da Riina nei mesi scorsi, aggiunge: “Mi pare che accettare l’idea dell’opportunità di un tentativo di dialogo con l’organizzazione mafiosa possa aprire a scenari incerti e indefiniti, in cui si rischia di accettare che la mafia diventi una controparte, o addirittura un interlocutore”.
Anche per il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che coordina le indagini del pool, ritiene “riduttivo limitare l’analisi al segmento ristretto di una singola fase della trattativa, soffermandosi su un atto singolo del governo per rasserenare il clima. Dopo l’omicidio Lima e le minacce di regolare i conti con altri politici, rappresentanti delle istituzioni cercarono di capire che cosa volesse la mafia in cambio, e da un episodio all’altro, dalla strage di via D’Amelio alle revoche del “carcere duro”, furono alimentate le aspettative della mafia. Attraverso l’interlocuzione ricostruita nell’indagine, la mafia è stata rafforzata nei suoi intendimenti e nelle sue aspettative, e questo viene contestato agli imputati non mafiosi”.
Anche l'ex pm Antonio Ingroia, che per anni è stato impegnato proprio nelle indagini sulla trattativa, ha commentato: “Emergono dei gravi fraintendimenti da parte dei due autorevoli studiosi, che forse sono il frutto di un pregiudizio contro un certo modo di fare i processi; non c’è stata alcuna confusione tra il piano etico-politico e il piano giuridico. Ma al là di tutto, mi pare sbagliato anche il titolo del libro, perché non è vero che la mafia non ha vinto. Certo, hanno perso gli irriducibili corleonesi, come hanno perso uomini dello Stato intransigenti come Falcone e Borsellino; ma hanno vinto la mafia degli affari e la vecchia politica delle connivenze”.


“Non solo trattativa, lo Stato si è macchiato di concorso in strage”

E se Antonino Di Matteo chiedeva l'intervento da parte dei familiari vittime della mafia ecco che non si è fatta attendere la risposta da parte di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: “In passato il giurista Fiandaca diceva che la trattativa non era esistita. Oggi, assieme allo storico Lupo, dice che è esistita ma che questa è stata portata avanti per 'stato di necessità' a 'fin di bene'. maggiani-chelli-giovanna-web0Dire questo però è un fatto gravissimo che dovrebbe generare la rabbia di tutti i familiari che hanno perso qualcuno in quelle stragi. C'è la volontà di dare un'immagine pulita di quella parte di storia che noi non possiamo accettare. Di fronte all'uscita in libreria di questo saggio io ci vedo la forte volontà di falsare il dato storico e far passare la trattativa, e le stragi che ne sono conseguite, come un bene. 
Noi vogliamo sapere perché sono morti i nostri figli, vogliamo sapere perché sono stati resi invalidi. E' nella storia che alle 21.30 di sera del 14 maggio ci fu il tentativo di attentato a Costanzo. Due ore dopo l'allora ministro degli Interni Mancino telefona al conduttore e gli dice: 'E' stata la mafia'. Come faceva ad essere tanto sicuro Mancino? Possibile che già fosse a conoscenza delle intenzioni di Cosa nostra riguardo a nuove stragi in continente? Appena quattordici giorni dopo c'è stata la strage di via dei Georgofili. Si sapeva che la mafia avrebbe colpito anche lì? Sono queste le nostre domande”. E poi aggiunge: “Secondo noi prima di intervenire su certe questioni i processi devono essere conclusi. Spetta alla corte di questo processo stabilire se qui morti siano stati il prezzo alto da pagare in cambio delle vite 'salvate' di cinque ministri. E' forse questo l'obiettivo di Lupo e Fiandaca, ovvero far passare come normale un tale sacrificio di Caterina, Nadia, Dario, Fabrizio, ed Angela, assassinati, così come 48 persone sono state ferite e invalidate irrimediabilmente il 27 maggio 1993 e non solo dalla mafia 'cosa nostra'? E' questo che vogliono? Se è così se la dovranno vedere con noi”. Quindi conclude: “E' per questo motivo che noi torniamo a chiedere il cambio di imputazione anche nel sentire comune da 'trattativa stato mafia' a 'concorso in strage'. Un processo quello per 'concorso in strage', che da 20 anni chiediamo a Firenze in aula bunker, la sede naturale del processo per le stragi del 1993, per portare in giudizio quanti a vario titolo sono coinvolti nella strage di via dei Georgofili, carte alla mano”.


“Giustificare la trattativa è come uccidere di nuovo mio fratello”

Altrettanto forte e critico il commento di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via d'Amelio, assieme ai ragazzi della scorta, il 19 luglio 1992 anche in merito alla presa di posizione della Dna che ha espresso preoccupazione per l’impostazione del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia: “Quello che sta accadendo in questo momento lo vedo come un tentativo di condizionare la futura sentenza di questo processo. Non potendo più definire inammissibile il procedimento, in quanto esiste, e non potendo più appellare la trattativa come presunta, fantomatica o cosiddetta, in quanto avvenuta, ora si cerca di dimostrare che di fronte a questo grave fatto il 'reato non sussiste'. borsellino-salvatore-agendaE' per questo che sentiamo storici e giuristi dire che la trattativa è stata a fin di bene, come se vi fosse una ragione di Stato superiore. Ma dire questo è un'offesa ai morti che la trattativa stessa ha prodotto. E' come uccidere nuovamente Paolo, che quella trattativa ha cercato di impedirla ad ogni costo fino a sacrificare la propria vita, ma anche le vittime innocenti delle stragi successive in via dei Georgofili e in via Palestro. Vite sacrificate per salvare chi? Ex potenti democristiani? E quelle vite valgono più di quella di mio fratello, delle vittime di Firenze e Milano? Tutto questo è qualcosa di osceno, sconvolgente ed ignobile”. Borsellino ricorda di aver vissuto la stessa sensazione “leggendo le motivazioni della sentenza al processo Mori, relativo alla mancata cattura di Provenzano. Dire che il fatto, ovvero non intervenire nel blitz che avrebbe potuto portare all'arresto del boss corleonese ben prima del 2006, non costituisce reato è come legittimare un certo tipo di azioni. Già allora dissi che se avessi dovuto ascoltare una cosa simile al processo trattativa avrei preferito non essere più in vita. Ed oggi stiamo assistendo ad interventi propedeutici affinché si arrivi nell'immaginario collettivo, e in quello dei giudici, a pensare che quella trattativa ignobile, era davvero un atto necessario di fronte ad una ragione di Stato”.
“Eppure – prosegue Borsellino – lo Stato piegò la testa di fronte al diktat di Cosa nostra. L'armistizio fu firmato portando avanti proprio i punti del papello, dall'abolizione dell'ergastolo, all'indebolimento del carcere duro, quindi il tentativo di far passare la dissociazione mafiosa anziché la collaborazione. Il tutto sotto la minaccia dei criminali portata avanti a colpi di bombe e stragi. E se dopo il fallito attentato all'Olimpico di stragi non ve ne sono più a mio avviso è perché la trattativa si era conclusa”.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)





 

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