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Memorie - Bruno Caccia, il magistrato piemontese che lottò contro la 'ndrangheta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Foti   
Mercoledì 19 Febbraio 2014 23:15
di Anna Foti - 19 febbraio 2014

Non importa dove si nasce e dove si cresce. Quando si è integri ed indisponibili al compromesso e si serve liberamente lo Stato e la Giustizia, la 'ndrangheta centra il bersaglio lo stesso ed uccide lo stesso. E’ una domenica di giugno, quando succede a Bruno Caccia, mentre alla scorta è concesso un giorno di quel riposo che fa rima con una passeggiata semplice, con il cane al seguito, sotto casa, prima di andare a dormire. E’ successo a lui perché, da procuratore capo di Torino, indagava bene ed a fondo, ragione sufficiente per freddarlo, nella capitale piemontese, il 26 giugno 1983 con 14 colpi di pistola.

Bruno Caccia nasce a Cuneo, finisce la scuola alla Spezia, si laurea ad Asti per poi operare presso la Procura di Torino, di Asti e poi tornare a guidare la procura della capitale piemontese. Qui “non si lascia avvicinare”, scrive la Corte di Cassazione nella sentenza divenuta definitiva nel 1992 e che consegna alla storia solo il mandante del delitto. Il committente dell’omicidio del giudice piemontese è un calabrese: Domenico Belfiore, boss di Gioiosa Jonica impegnato nella sua espansione al nord. Una espansione all’epoca contesa tra calabresi e siciliani, o meglio catanesi.

Anche il collaboratore di giustizia, che punta il dito contro il calabrese Belfiore, è catanese ed è Francesco Miano, a quanto pare, inviato da un funzionario del Sisde nel centro clinico del carcere di Torino per raccogliere le confidenze di Domenico Belfiore, dieci giorni dopo il delitto Caccia e poi riferirle agli inquirenti al momento di pentirsi nel 1984 quando, a Milano, è il procuratore Francesco Di Maggio il titolare delle indagini sul delitto Caccia. Olindo Canali è tra i suoi uditori giudiziari.

Ecco che il mistero si infittisce. Non solo 'ndrangheta e gli interessi al nord tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta, ma anche i servizi segreti, il Sisde poi soppresso e riformato nel 2007.

Mentre la colonizzazione del potere mafioso, seppur contesa, è in atto, il procuratore Bruno Caccia non si gira dall’altra parte, non si fa distrarre, ed indaga sui temi caldi del momento storico. Temi scottanti ed anche latenti. Indaga sulle brigate rosse alle quali qualcuno cerca di attribuire la mano armata per svilire il ruolo del crimine mafioso, indaga anche sui traffici della 'ndrangheta che, ancora oggi, qualcuno è convinto rappresentino una deriva del nuovo secolo.

Eppure le prime inchieste in Piemonte vennero condotte nel 1984 e nel 1994, quest’ultima poi sfociata nello scioglimento per mafia del comune di Bardonecchia, in provincia di Torino, nel 1995. E’ il primo comune del Nord ad essere stato sciolto per infiltrazioni a soli quattro anni di vigenza della normativa (1991). Ma siamo già oltre trent’anni dopo l’arrivo in Piemonte di Rocco Lo Presti, organico della ndrina Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica.
Infine nel 2011 vengono eseguiti 150 arresti, nell’ambito dell’inchiesta Minotauro condotta dalla Procura di Torino guidata, fino a dicembre 2013, da Giancarlo Caselli ed incentrata sulla presenza, nel Torinese, dei cosiddetti locali, le dieci articolazioni della ‘ndrangheta, referenti delle famiglie calabresi. Le condanne comminate nel 2013, alla fine del secondo grado di giudizi, sono state cinquanta.

Bruno Caccia indaga già negli anni Ottanta, è fastidioso, per questo deve vivere sotto scorta. Perché lavora. Perché fa il magistrato. Per questo, quella sera viene ucciso.

I tre figli del procuratore, cui è intitolato il palazzo di Giustizia torinese hanno presentato un esposto alla procura di Milano, con l’ausilio dell’avvocato Fabio Repici, affinché il caso venga riaperto, affinché siano assicurati alla giustizia anche gli esecutori del delitto.

Già lo scorso anno era stata chiesta la revisione del processo per elementi nuovi emersi con riferimento all’intercettazione, nel 2009, in cui il pm Olindo Canali, assolto nel 2013 dalla Corte di Appello di Reggio Calabria dall’accusa di falsa testimonianza., racconta del ritrovamento, in casa del presunto boss Rosario Pio Cattafi a Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, della rivendicazione del delitto Caccia per mano delle brigate rosse. Cattafi, detenuto in regime di carcere duro è oggi testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia, in quanto uomo ponte con i servizi segreti; tra le carte che lo vedono responsabile del sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati vi sono anche le dichiarazioni di tale Enrico Mezzani, sedicente emissario del Sisde, in cui riferisce di Cattafi e delle mire dei calabresi e dei catanesi sui casinò. Sono, altresì, documentate le riunioni uomini di Cattafi ed uomini del Sisde proprio aventi ad oggetto le indagini dell’inavvicinabile procuratore Caccia.

Una di queste indagini atteneva alle infiltrazioni nella gestione dei casinò, in particolare quello di Saint Vincent, Sanremo, alla cui gestione era interessato anche il boss Benedetto Santapaola. Questa fu per Caccia un‘inchiesta fatale, una tra le ultime del magistrato prossimo alla pensione. Un altro magistrato indagava nello stesso campo ma ad Aosta, Giovanni Selis, vittima di tentato omicidio dinamitardo.

Un libro, 'Il giudice dimenticato' (Edizioni Gruppo Abele) di Nicola Tranfaglia e Teresa de Palma, uno spettacolo (“il sorriso di Bruno Caccia”) dell’attore milanese Giulio Cavalli, oltre la cascina intitolata a lui ed alla moglie Carla, oggi gestita da Libera e confiscata proprio al fratello di Domenico Belfiore, Salvatore, ed il documentario “Bruno Caccia Una storia ancora da scrivere “ (autori Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, regia e montaggio di Christian Nasi, produzione a cura di Libera Piemonte e Acmos), ricordano Bruno Caccia e la sua storia.

Lo fanno dopo anni di imperdonabile silenzio. Ma la memoria senza giustizia non completa il suo percorso di costruzione di coscienza collettiva.
Adesso ci sono spiragli affinché questo percorso riprenda e trovi compimento, radicandosi dentro la coscienza, alimentando l’indignazione e lo sdegno per quanti hanno costretto la sua famiglia, la magistratura e l’Italia perbene a fare a meno di Bruno Caccia.


Anna Foti (strill.it, 19 febbraio 2014)





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