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Trattativa Stato-mafia: in aula Bellini, la 'Primula rossa' del terrorismo nero PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Pipitone   
Venerdì 14 Marzo 2014 19:56
di Giuseppe Pipitone - 11 marzo 2014

È riemerso dal passato come uno dei tanti pezzi di un puzzle ancora tutto da comporre, collegando l’eversione nera alla strategia stragista di Cosa nostra che mise a ferro e fuoco il Paese tra il 1992 e il 1993. Tra le nuove prove raccolte dai pm che indagano sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, c’è una ricevuta rilasciata da un hotel di Enna, datata 6 dicembre 1991 e intestata a uno dei personaggi più controversi che fanno capolino sullo sfondo del patto segreto tra la piovra e le istituzioni. È solo un pezzo di carta, ma apre spiragli nerissimi e sconosciuti. Perché quella ricevuta certifica la presenza di Paolo Bellini a Enna, in quella fredda notte d’inverno, pochi mesi prima che le stragi al tritolo cambiassero per sempre la storia d’Italia.

Una presenza che gli investigatori definiscono inquietante e sulla quale l’ex esponente di Avanguardia Nazionale è chiamato a rispondere in aula, dato che da stamattina depone come teste del processo sulla trattativa, in trasferta all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia dove nei prossimi giorni sarà ascoltato anche il pentito Gaspare Spatuzza. Bellini è già stato interrogato dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ma si è limitato a spiegare che all’epoca si trovava in Sicilia per una semplice questione d’affari: doveva recuperare alcuni crediti a Catania. Giustificazione che non ha convinto gli inquirenti: perché Bellini decide di pernottare ad Enna, a novanta chilometri dalla città etnea?

Un dubbio lecito, dato che è proprio negli ultimi mesi del 1991 che Cosa Nostra decide di mettere a punto la strategia di guerra allo Stato. E lo fa in una serie di riunioni che hanno luogo proprio ad Enna nelle ultime settimane del 1991. La sentenza della Cassazione sul maxi processo è alle porte, Totò Riina sa che le coperture politiche del passato sono saltate, sa che la Piovra è giunta al giro di boa: decide dunque di convocare i principali capimafia in un casale nei pressi di Enna, dove dopo una serie di incontri viene messo a punto il piano stragi. “Ci dobbiamo pulire i piedi” dice il capo dei capi ai suoi. “La riunione è stata l’atto finale. Erano lì da circa tre mesi, nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perché si stanno spogliando anche di quelli vecchi” racconta il pentito Leonardo Messina già il 4 dicembre del 1992, davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. “Cosa nostra – continua Messina – sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro. In tutto questo Cosa nostra non è sola, ma è aiutata dalla massoneria. Ci sono forze nuove, si stanno rivolgendo. Sono formazioni nuove. Non tradizionali. Non vengono dalla Sicilia”.

Quali sono queste forze? E da dove vengono? E cosa ci fa Bellini a Enna, proprio nello stesso periodo in cui i boss sono riuniti in assise permanente per mettere in campo il piano che a suon di bombe farà tremare l’Italia per un biennio? Un passato in Avanguardia Nazionale, condito da diversi arresti mancati che gli hanno fatto conquistare sul campo il soprannome di Primula Nera, quella di Bellini è una storia da film: esperto di opere d’arte, fuggito in Brasile, noto per diversi anni come Roberto Da Silva, nel 1999 finisce in manette e decide di collaborare con la magistratura, confessando una decina di omicidi, tra cui quello dell’esponente di Lotta Continua Alceste Campanile.

Bellini racconta anche di aver conosciuto Nino Gioè e di aver intrattenuto con lui una sorta di trattativa parallela: i mafiosi avrebbero fatto ritrovare alcune opere d’arte rubate, e in cambio avrebbero ottenuto l’alleggerimento del carcere duro. Ipotesi mai andata in porto, ma una delle tante piste dietro alle stragi di Firenze, Roma e Milano, conduce proprio alla Primula Nera, che sarebbe stato l’ispiratore degli attentati mafiosi al patrimonio artistico italiano. “Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato” scrive Gioè nell’ultimo appunto trovato in carcere, prima di morire in uno strano caso di suicidio che non è mai stato chiarito del tutto. In quello stesso appunto il boss di Altofonte fa cenno a Domenico Papalia, lo ‘ndranghetista che il 27 ottobre del 1990 ordina l’assassino dell’educatore carcerario Umberto Mormile: dettaglio importante, dato che quel delitto segna la nascita della Falange Armata, che rivendica prontamente l’omicidio.

Solo che qualche mese più tardi l’oscura sigla compare in Sicilia, dove i boss vengono prontamente istruiti sul come rivendicare le stragi. “Per quanto riguarda gli obiettivi da colpire si trattava di azioni di tipo terroristico anche tradizionalmente estranee al modo di operare e alle finalità di Cosa Nostra. Queste azioni secondo una prassi che erano già in atto da tempo dovevano essere rivendicate con la sigla Falange Armata”, è il racconto del pentito Maurizio Avola. Chi dice ai picciotti che bisognava utilizzare quella sigla? E l’ordine viene dato proprio durante le riunioni di Enna? Interrogativi che al momento non hanno alcuna risposta. È un fatto però che Paolo Bellini si materializza a Enna proprio in quel periodo: una presenza esterna a Cosa nostra, a cavallo tra l’eversione nera e i servizi, presente nel cuore della Sicilia proprio durante quegli incontri preparatori che tingeranno a lutto la storia d’Italia.


Giuseppe Pipitone (tratto da: ilfattoquotidiano.it)



 


Processo Trattativa, Bellini precisa: “Mori sapeva, Tempesta riferiva sempre a lui”

di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 12 marzo 2014

Seconda giornata in trasferta a Roma per il dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Ad attendere la Corte d'Assise di Palermo ed i pm Teresi e Tartaglia all'aula bunker di Rebibbia, oltre ai ragazzi della Scorta civica, che hanno espresso solidarietà nei confronti di Nino Di Matteo, vi era una delegazione di alcuni parlamentari del Movimento 5 stelle, tra cui Giulia Sarti e Mario Giarrusso.
La loro partecipazione al dibattimento vuole essere un duplice segnale. Da una pare la volontà di “fare da scorta civile al magistrato Di Matteo che siamo con i magistrati minacciati dalla mafia, ma soprattutto che difenderemo il processo dai suoi tanti nemici, istituzionali e non”, dall'altra la volontà di manifestare la presenza dello Stato al processo che indaga sui gangli vitali dei rapporti tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni e delle forze dell’ordine, rappresenta un passo avanti della Commissione, che ora più che mai ha il dovere di prendere parte alla richiesta di verità sul biennio stragista ’92/’93. “La Commissione antimafia non serve solo per fare conferenze” ha ribadito la Sarti, “Serve un comitato che si occupi della trattativa Stato-Mafia, delle minacce di Riina, dei rapporti tra Dap e Aisi, dei nessi tra la trattativa di allora e quello che sta accadendo oggi. Al di là degli accertamenti che si stanno facendo oggi occorre chiarire le responsabilità politiche”.


“Obbedir tacendo e tacendo morir”

L'udienza si è aperta con il controesame di Paolo Bellini, ex killer della ‘Ndrangheta ed appartenente ad Avanguardia Nazionale, sospettato di muoversi nell’ambiente dei servizi segreti. A tener banco sono state in particolare le inedite rivelazioni in merito all'incontro con un misterioso carabiniere del Ros. Quest’ultimo, presentandosi sotto la sua abitazione, lo avrebbe chiamato con il nome in codice “Aquila selvaggia”, pseudonimo conosciuto solo dal maresciallo Tempesta e dal colonnello Mori e da loro usato nel corso dell’operazione che prevedeva l’infiltrazione di Bellini in Cosa nostra allo scopo di recuperare opere d’arte rubate. L’uomo “mi disse di non cercare più Tempesta, che il contatto sarebbe stato lui e di non venire in Sicilia perché era pericoloso in quanto ci sarebbe stata un’imminente operazione. Non ho mai parlato con nessuno di questo, e loro non hanno più richiamato” ha dichiarato Bellini all’esame di ieri. Ma la questione va precisata: Bellini avrebbe infatti ricevuto dal carabiniere sconosciuto l’ordine diretto di “non parlare con nessuno” del loro incontro “neanche con il maresciallo Tempesta”. “Mi disse anche una bella frase - ricorda Bellini - obbedir tacendo e tacendo morir”. Tempesta non apparteneva al Ros, ma al Nucleo operativo di tutela del patrimonio artistico, eppure rappresentava fino a quel momento l’unico referente diretto di Bellini per l’operazione che vedeva l’ex killer ‘ndranghetista infiltrato nella mafia siciliana. Ma il maresciallo riferiva tutto puntualmente a Mario Mori, colonnello del Ros. Il carabiniere ignoto, aggiunge ancora Bellini, “arrivò nel pomeriggio” ma l’incontro fu “una cosa rapida, quindici o venti minuti”. Gli argomenti della conversazione, se si esclude l’ordine ricevuto e riportato dal collaboratore di giustizia soltanto ieri in aula, restano ancora tutti da chiarire.


Un elicottero per un blitz su Pianosa

Nella giornata di ieri Bellini aveva ricordato di una strana richiesta di Gioé ovvero se lui fosse in grado di pilotare un elicottero. “Chiedeva se avevo il brevetto perché volevano fare un'azione su Pianosa dove avevano dei detenuti loro amici. Non ricordo se era per spaventare qualcuno o per prelevare qualcuno. Fatto sta che in molti si lamentavano del 41 bis e dei trattamenti che erano riservati ai carcerati in quell'isola”.
In riferimento a ciò il pm Tartaglia ha chiesto: “Questa circostanza ricorda se l’ha raccontata al maresciallo Tempesta?”. “Gliel’ho sicuramente detto” ha replicato Bellini. “E ricorda – ha rilanciato il magistrato - se il maresciallo Tempesta gli disse di averne parlato col colonnello Mori?”, “Lui rapportava a Mori tutto ciò che gli dicevo” ha confermato l’ex esponente di estrema destra, “e io riportavo a Tempesta tutto ciò che avveniva negli incontri tra me e Antonino Gioè”.


Incontrare la Dia per far interrompere il silenzio

Nella sua deposizione di ieri Bellini raccontò di un momento, tra l'agosto 1992 ed il dicembre 1993, in cui i contatti con il maresciallo Tempesta si fecero meno frequenti, tanto che si sentì abbandonato. “Un momento di stand-by che mi esponeva a grandi rischi e per questo cercai altri contatti – ha ribadito oggi in aula rispondendo alle domande dell'avvocato Milio - Chiesi all'ispettore Procaccia di fissare un incontro con qualcuno, lui mi propose la Dia e fissò un appuntamento a Piacenza”. Nel corso del quel dialogo Bellini riferì della sua disponibilità di infiltrarsi in Cosa Nostra: “Con loro parlai di un grosso traffico di stupefacenti”. Ed alla contestazione di Milio data dal confronto con altre dichiarazioni dove invece riferiva che l'oggetto del dialogo erano i quadri risponde: “Non mi ricordo di aver dato dei riferimenti dei quadri, io vi chiedo di sentire i responsabili della Dia dell'epoca che loro sicuramente ricorderanno… mi ricordo il periodo, era lo stesso in cui è stato assassinato Nicola Vassapollo (appartenente alla 'Ndrangheta, ndr)”. Tra i fatti ribaditi da Bellini vi è poi quello della “trattativa parallela”. L'ex appartenente ad Avanguardia Nazionale non è molto chiaro con la collocazione temporale ma ha comunque ribadito che si tratta di due momenti diversi in cui si è trovato a parlare con il capomafia di Altofonte Antonino Gioé: “Fu lui a parlarmi di una trattativa con i piani alti dello Stato. E poi mi parlò anche di un'altra avviata con l'America. L'obiettivo era sempre quello dei favori carcerari”.
Secondo l'esperto d'arte, che da qualche tempo collabora con la magistratura, il boss mafioso Toto' Riina avrebbe tentato di avviare una trattativa con lo Stato con la 'mediazione' degli Stati Uniti. “Questo mi disse Antonino Gioè nel nostro ultimo incontro, in una cava di Altofonte – ha raccontato in questi giorni - Gioè mi raccontava di Capaci e ripeteva: 'Ci hanno consumati', 'Ci hanno usati'. E poi mi spiegò che Riina aveva un ulteriore canale di trattativa, con lo scopo di ottenere benefici per l’organizzazione mafiosa. Era una trattativa triangolare fra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti negli Stati Uniti per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani che Gioè non mi disse. Seppi che il contatto riguardava alcuni parenti americani di Totò Riina”.


Graviano e le garanzie dopo l'arresto di Riina

L'udienza è proseguita con l’esame del pentito Fabio Tranchina. Autista del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, Tranchina curò la latitanza del boss da maggio del ’91 fino gennaio ’94, quando il capomafia viene arrestato.
Il collaboratore di giustizia, rispondendo alle domande del pm Vittorio Teresi, ha raccontato di quel che Graviano disse a seguito dell'arresto di Riina. “Il giorno dell'arresto di Totò Riina, Graviano era molto giù e mi disse: 'Noi siamo tutti figli di questo cristiano. Ora potrebbe scoppiare una guerra, ma tu stai tranquillo. Con Riina abbiamo preso degli impegni. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che diciamo noi o gli rompiamo le corna'”. “Io non chiesi nulla - ha aggiunto - mi limitati ad ascoltare. Quando parlò di garanzie indicò verso l'alto con la mano”. “Quando Graviano disse che avevamo degli impegni presi - ha spiegato - alludeva alle stragi commesse e a quelle che si sarebbero dovute compiere. Mentre quando disse che forse poteva scoppiare una guerra voleva dire che in Cosa nostra c'erano due anime: una stragista e un'altra no”.
Tranchina ha poi raccontato di una serie di incontri che il boss di Brancaccio avrebbe avuto in un'abitazione in via Tranchina. “Lì vi era un portone con la scritta Biondino. Ogni qual volta lo portavo in quel posto si andava sempre con un certo quantitativo di soldi. Lo portai lì anche nel giorno in cui venne arrestato Riina ed io capii che era con lui che si incontrava”. “Graviano mi disse che non credeva che quel posto fosse imbottito di microspie – ha proseguito il pentito - perché se fosse stato così avrebbero fatto il blitz mentre erano tutti là dentro. 'Là dentro c’erano di quei soldi che potevamo comprarci la Sicilia' mi diceva Graviano”.


Gli attentati

In risposta alle domande di Teresi sui coinvolgimenti diretti di Giuseppe Graviano nelle stragi, Tranchina ha risposto riportando alcuni avvertimenti che lo stesso Graviano gli diede in prossimità dell'omicidio Lima e delle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Graviano mi disse di non andare nella zona di Mondello, me lo disse prima dell'omicidio (di Lima, ndr)… 3-4 giorni prima e dopo l'omicidio capimmo il perché di questo avvertimento”.
Di seguito il pentito si è soffermato maggiormente sulla strage di Capaci e spiega che una decina di giorni prima, di ritorno da un appuntamento con Graviano, i due si incontrano con Fifetto Cannella. Quest’ultimo sale in auto con Tranchina, mentre il boss di Brancaccio prende la Volkswagen portata da Cannella, nella quale il pentito aveva notato la presenza di un sacco nero nel bagagliaio, e si dirige verso l'autostrada. "Di lì a poco – ha proseguito il collaboratore - una settimana prima che avvenisse la strage (di Capaci, ndr) Graviano mi disse di non passare per l'autostrada". Ma l'ex fedelissimo dei boss di Brancaccio aveva già capito che volevano uccidere Falcone e racconta: “In un incontro verso la fine del ’91 o inizio del ’92 ho accompagnato Graviano in una località vicino a Corso dei mille dove vidi caricare delle armi all'interno di automobili che si dovevano spostare nella zona di Roma per compiere un attentato… avevo capito che dovevano colpire Falcone”. In seguito a questo fatto, Tranchina vedendo Falcone alla tv circondato dalla scorta chiese a Graviano: “Ma come si avvicina questa persona?”. Il boss "mi fece segno come per dire ‘aspetta che poi lo vedi’”. Tranchina ricorda anche come il fratello di Giuseppe Graviano, Filippo, cercasse di giustificare la strage di Capaci e lo sentì dire: ”Sai, parlando con le persone, a suo modo le persone non si lamentano di questo attentato perché muoiono più persone negli incidenti stradali”. "Come per dire - conclude il pentito - che avevano colpito solo le persone che dovevano colpire e giustificare questa barbarie che avevano fatto".
Tranchina ha poi parlato del fallito attentato a Costanzo: “In quei giorni Fifetto Cannella non si trovava a Brancaccio. Mi dissero che era andato a Roma. Qualche tempo dopo, quando tornò mi trovai a parlare dell'attentato a Costanzo e gli dissi 'Ma questi che sono ciechi?'. Non rispose nulla in quel momento ma poi riferì a Giuseppe Graviano che mi disse: 'Come ti sei permesso a dire queste cose? Devi stare zitto e non ti devi immischiare nei discorsi’”.
Infine il collaboratore di giustizia ha parlato della strage di via d'Amelio: “La strage in cui morì il giudice Borsellino, ma anche fatti come l'attentato al vicequestore Germanà, sono fatti che mi hanno sconvolto la vita. Io dovevo solo occuparmi della latitanza di Graviano, mi sono ritrovato in mezzo ad altre cose. Giuseppe Graviano mi fece passare due volte da via D'Amelio tempo prima dell'attentato. 'Rallenta ma non ti fermare perché è una zona che scotta' mi disse”. E poi ha aggiunto: “Graviano mi aveva chiesto anche di trovargli un appartamento in via d'Amelio ma senza andare nelle agenzie, senza dare documenti. Io gli dissi che non avevo trovato nulla e lui mi rispose 'va beh mi arrangio nel giardino'. Un'espressione che io sul momento non capii. Poi accadde quel che accadde. Anche quella volta, prima della strage, Graviano mi chiese dove avrei passato la giornata di fatto assicurandosi che non fossi a Palermo". Il processo è stato quindi rinviato alla giornata di domani quando sarà ascoltato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.


Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin (AntimafiaDuemila)



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