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Ilaria Alpi, 20 anni fa l’omicidio della giornalista e di Miran Hrovatin in Somalia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Redazione Il Fatto Quotidiano   
Martedì 18 Marzo 2014 18:42

di Redazione Il Fatto Quotidiano - 17 marzo 2014

Vent’anni senza luce e una verità che giorno dopo giorno sembra allontanarsi sempre di più. Vent’anni di polemiche, divisioni, colpi di scena, accuse di depistaggio. Quali gli assassini? Quale il movente? Pochi punti fermi, un solo condannato tra mille dubbi, e tante lacune. A partire da quelle, come per gli altri grandi misteri italiani, sul possibile coinvolgimento di pezzi dello stato. Fu un tentativo di rapimento finito in tragedia contro giornalisti scelti a caso o un agguato premeditato e mirato contro testimoni scomodi di traffici illeciti nella Somalia del post Siad Barre? Ecco la domanda, sempre la stessa, che divide magistratura e politica dal quel 20 marzo 1994, quando Ilaria Alpi (nella foto, ndr) e Miran Hrovatin furono freddati da un commando a Mogadiscio.
 

È domenica, sono passate da poco le 14.30. Una Toyota attraversa la capitale somala, diretta verso l’Hotel Amana. A bordo la giornalista del Tg3 e il cineoperatore, in Somalia per seguire la missione Restore Hope, dove sono impegnati militari italiani. Sono appena tornati dal nord del Paese, dove hanno incontrato il sultano del Bosaso. Alpi e Hrovatin – dirà poi l’inchiesta – hanno saputo di fatti e attività scottanti, connessi con traffici illeciti di armi e rifiuti di vasta proporzione. A poca distanza dall’albergo da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, e fanno fuoco. Un proiettile di kalashnikov colpisce alla tempia Ilaria Alpi, una raffica raggiunge Hrovatin. Gli aggressori scappano subito, portandosi via la verità.

Cominciano vent’anni di inchieste e duri scontri, nella procura romana e non solo. Agli albori dell’indagine finisce sotto inchiesta il sultano del Bosaso come mandante, ma non si trovano riscontri. Oltre al movente, il dubbio avvolge anche la dinamica, dopo colpevoli ritardi nell’acquisizione di documenti e referti. Si susseguono perizie contraddittorie, che avvalorano ora la tesi dell’esecuzione, ora quella del colpo sparato da lontano. Le indagini finiscono poi per incentrarsi su Hashi Omar Hassan, arrivato a Roma per testimoniare sulle presunte violenze di militari italiani ai danni della popolazione somala. Arrestato e rinviato a giudizio, Hassan viene assolto in primo grado, condannato all’ergastolo in appello e quindi a 26 anni definitivamente in Cassazione.

Scatta l’inchiesta bis per identificare gli altri componenti del commando e chiarire i motivi dell’omicidio, senza risultati. Il gip Emanuele Cersosimo respinge la richiesta di archiviazione del pm Franco Ionta e sostiene la tesi dell’omicidio su commissione. Nel 2010 la notizia della possibile riapertura del processo: Ali Rage Ahmed detto ‘Gelle’, il principale accusatore di Hassan, rischia l’imputazione per calunnia. La madre di Ilaria Alpi, Luciana, continua ancora oggi a sostenere che l’unico condannato per l’omicidio sia in realtà un capro espiatorio. “Sono schifata da questa giustizia – ha detto al settimanale Oggi la donna- Ilaria aveva toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia: lo scarico di rifiuti tossici pagato con soldi e armi. La verità è che c’è un filo invisibile che lega la morte di mia figlia alle navi dei veleni, ai rifiuti tossici partiti dall’Italia e arrivati in Somalia. Ci sono documenti che lo provano. Ci sono le testimonianze dei pentiti. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di processare i colpevoli. In carcere è finito un miliziano somalo che sta scontando 26 anni, ed è innocente. Ilaria è sempre presente nella mia vita, non c’è giorno che non pensi a mia figlia, mi mancano le sue risate, i suoi racconti, i suoi baci. Finché avrò vita chiederò il nome dei mandanti dell’omicidio di mia figlia. Perché Ilaria e Miran sono stati giustiziati”.

Accanto alla vicenda giudiziaria, quella della Commissione parlamentare d’inchiesta, avviata nel 2003 e chiusa nel 2006 senza una soluzione unanime. Il presidente Carlo Taormina si fa portavoce della tesi del rapimento fallito e porta avanti un punto di vista che indigna i genitori della vittima. “Ilaria Alpi era lì in vacanza” e le voci di un’esecuzione sono state messe in giro ad arte, sostiene affermando di essere in possesso di documenti segreti che proverebbero le sue parole. Nel dicembre scorso rinasce la speranza di arrivare alla verità dopo l’avvio della procedura per tentare di desecretare degli atti acquisiti dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta. Ora famiglia e associazioni lanciano un appello su Change.org alla presidente della Camera Laura Boldrini affinché consenta l’accesso a ottomila documenti segreti.

Ventiquattro ore dopo l’agguato Ilaria Alpi sarebbe dovuta tornare in Italia. C’è tornata cadavere, lasciando in eredità non solo tanti misteri, ma anche la passione per il giornalismo e la ricerca della verità. Un premio a lei dedicato si svolge ogni anno a Riccione (quest’anno dal 4 al 7 settembre), insieme a tanti altri minori. Un film, Ilaria Alpi-Il più crudele dei giorni, tante canzoni e libri. E poi ancora, strade, parchi, scuole a lei dedicati, persino una nuova specie di mammifero e un fiore portano il suo nome. Diversi gli appuntamenti per il ventennale: mercoledì 19 marzo il ricordo alla Camera, con un dibattito e il reading African Requiem con Isabella Ragonese. Il giorno dopo, quello dell’anniversario il 20 marzo, uno speciale in prima serata su Rai3 condotto da Andrea Vianello. Dallo stesso giorno al Maxxi anche una mostra fotografica di Paola Gennari Santori. Il premio giornalistico “Luchetta” di Trieste dedicherà invece un’esposizione a Hrovatin.


Redazione Il Fatto Quotidiano





Desecretazione, i dossier “spariti” alla Camera



di Andrea Palladino e Andrea Tornago






La madre di Ilaria Alpi: “La Procura non ha fatto nulla, solo depistaggi”

di Niccolò Zancan - La Stampa, 16 marzo 2014
Sono passati vent’anni. L’Italia si appresta a celebrare una giornalista a cui non ha saputo rendere giustizia. La verità storica sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’operatore in missione con lei, è ampiamente rintracciabile: sono stati uccisi perché in Somalia avevano scoperto un traffico d’armi e rifiuti tossici. La verità giudiziaria ancora non c’è. Non si può dire. «Cinque magistrati, vent’anni di indagini, un solo colpevole, sicuramente innocente».  

 Signora Alpi, cosa la indigna di più?  

«Questa mancanza di verità. Il modo di lavorare della Procura di Roma, che non saprei come definire. Non hanno fatto niente, a parte depistaggi a tutto spiano. Si arrabbieranno, lo so. Ma la mancanza di rispetto per due persone morte in modo così bestiale fa arrabbiare me». 

Ricorda ancora la voce di Ilaria?  

«Ha telefonato due ore prima dell’agguato. “Sono molto stanca - ha detto - adesso faccio la doccia, mangio qualcosa, poi devo preparare il servizio per il telegiornale alle 19”. Io e mio marito eravamo sollevati, perché dopo essere stata a Bosaso, finalmente era tornata a Mogadiscio, dove conosceva tutti. Due ore più tardi abbiamo ricevuto un’altra telefonata. Era la Rai...».  

 

Quante volte ha riguardato l’ultima intervista di sua figlia al sultano di Bosaso?  

«Centinaia. In Italia sono arrivati 35 minuti di girato, 13 minuti di domande. Ma è stato lo stesso sultano Bogor a dichiarare che quell’intervista, in realtà, era durata più di due ore. Tagliati i nastri, scomparsi anche i taccuini degli appunti...».  

 

In quel lavoro occultato c’è la chiave per capire?  

«Io credo di sì. Lo ha detto il sultano stesso: Ilaria cercava conferme. Sapeva del traffico di armi e rifiuti. Voleva andare a vedere la nave della Shifco, donata dalla cooperazione italiana. Di questo si stava occupando quel giorno».  

 

Per la commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, è stata un tentato rapimento. 

«Ilaria e Miran sono stati uccisi con un solo colpo sparato da distanza ravvicinata. Strano sequestro, quello che prevede l’esecuzione dell’ostaggio...».  

 

Sempre Taormina ha dichiarato che non c’era nessuno scoop da fare in Somalia. Perché è risaputo che la Somalia era un grande mercato d’armi a cui l’Italia partecipava attivamente. Cosa ha pensato di fronte a questa affermazione?  

«Sono rimasta sbigottita. Persone delle nostre istituzioni che si permettono di dire cose del genere, nella totale indifferenza...».  

 

Taormina è arrivato a dichiarare che sua figlia era lì in vacanza.  

«Una cosa talmente volgare, che non gliela perdono. Poteva dire: mi dispiace, non abbiamo trovato niente, l’inchiesta era difficile. Avrei capito...».  

 

Nel 1995, la procura di Reggio Calabria indaga su un traffico internazionale di rifiuti tossici. Fa una perquisizione a Milano a casa dell’ingegnere Giorgio Comerio. Dentro una cartellina gialla con sopra scritto «Somalia», trova il certificato di morte di sua figlia. E poi?  

«Nulla. Quel certificato non si è più trovato. Sparito. E adesso dicono che non era vero niente». 

 

Era vero?  

«Il mio avvocato ed io siamo stati chiamati dal pm Francesco Neri, il titolare dell’inchiesta. Ha voluto incontrarci alla Galleria Umberto Sordi. Le sue parole non erano fraintendibili».  

 

Per l’assassino di Ilaria e Miran c’è un solo condannato, Hashi Omar Hassan. È stato lui?  

«Al contrario, è innocente. Non ci sono dubbi. È tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol...».  

 

Perché?  

«L’unico condannato per l’omicidio di mia figlia, mi ha telefonato pochi giorni fa da Padova, al primo permesso fuori dal carcere. “Ciao mamma, come stai? Volevo ringraziarti. Il magistrato mi ha fatto uscire perché tu racconti in giro che sono innocente”».  

 

È vero?  

«Certo. Vorrei la verità sulla morte di Ilaria e Miran anche per Hashi, definito nella sentenza di primo grado esattamente per quello che è: un capro espiatorio».  

 

Ci sono ancora 8 mila documenti secretati sul caso Alpi-Hrovatin.  

«Aspettiamo le decisioni della Camera e del Copasir. Ma il problema è capire, alla fine, cosa effettivamente ci lasceranno leggere. Troppi pezzi di questa storia sono scomparsi».  

 

Non si fida delle istituzioni?  

«Ci hanno mollati alla grande...».  

 

Perché non si vuole la verità?  

«Collusioni. Probabilmente sono implicati personaggi importanti, forse aspettano che muoiano. Ma temo che morirò prima io, il che mi secca parecchio...».  

 

Dopo vent’anni ci spera ancora?  

«Il 6 marzo abbiamo incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Mi ha detto che andranno avanti. È stato molto gentile, devo dargliene atto. Non tutti lo sono stati...».  

 

Cosa vuole dire ai ragazzi e alle ragazze che sognano di diventare giornalisti?  

«Non voglio mettere Ilaria su un piedistallo. Era una giovane donna, che aveva sempre studiato molto. Era diligente, faceva le cose in modo serio. Prima di un servizio si documentava a fondo».  

 

Cosa le manca di più?  

«Il suo sorriso, era molto spiritosa». 

 

Ilaria Alpi non ha avuto giustizia, però non è stata dimenticata.  

«Al contrario, le hanno dedicato canzoni, strade, articoli, film, libri. Molti giornalisti ancora lottano per lei. Presto le verrà intitolato il parco di Follonica. E un ragazzo di 28 anni chiamerà “Ilaria” un nuovo tipo di rosa, che verrà piantato all’orto botanico di Roma. Mi commuove molto».  

 

Alla fine delle celebrazioni, quando si spegneranno le luci, cosa farà?  

«È morto mio marito. È morta anche Jamila, la gattina che Ilaria aveva raccolto in mezzo alla strada. Ormai mi trattano come una vecchia mamma rompiscatole in preda all’Alzheimer, ma non mi arrendo. Continuerò a combattere per la verità. Cos’altro potrei fare?». 



Niccolò Zancan (La Stampa, 16 marzo 2014)





 


 

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