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Stato e mafia: 'Napolitano garante della trattativa' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Matteo Lupi   
Domenica 23 Marzo 2014 22:45
di Matteo Lupi - 22 marzo 2014

TERAMO - Sette ore di viaggio in auto, da Milano a Teramo, per portare avanti la lotta contro ogni mafia. E con questo spirito che ieri mattina Salvatore Borsellino ha parlato davanti a decine di studenti nell’aula magna del Convitto “Delfico” per l’incontro “Principi di legalità” e democrazia che sono alla base di un modello da trasmettere alle generazioni di domani”. Su invito della sezione “Martiri di Sella Ciarelli” dell’Associazione Nazionale Carabinieri, Borsellino, introdotto dalla dirigente scolastica Loredana Di Pasquale, ha raccontato ai tanti giovani presenti le vicende relative alla vita, alle idee e alla terribile morte del fratello Paolo, il magistrato che perse la vita, insieme ai cinque agenti della scorta, nell’attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo.
Il racconto di Borsellino, il quale da anni tiene incontri nelle scuole italiane, ha emozionato la platea, composta da ragazzi che negli anni del Maxi processo e dello strabismo mafioso non erano ancora nati. Alunni che hanno celebrato con un lungo applauso le parole cariche di forza e di rabbia con cui Borsellino li ha invitati a non abbandonare il proprio paese, anzi di riconquistarlo. “Non fate come me, che da giovane decisi di andare a vivere al Nord, mentre mio fratello rimaneva a Palermo a lottare per il cambiamento”. Lo abbiamo intervistato.

Da ingegnere elettronico si è ritrovato ad essere testimone delle conseguenze delle bombe mafiose che tennero a battesimo la Seconda Repubblica. In questi giorni si celebra il processo alla presunta trattativa tra Stato e mafia, che suo fratello voleva impedire. Siamo alla resa dei conti dopo più di venti anni?

“Innanzitutto, bisogna considerare che di trattative con la mafia lo Stato ne fa da Portella della Ginestra, nel 1947, quando si prendeva la scusa di impedire ai comunisti di salire al potere. Nel ’92 le trattative furono due, o almeno questo è quello che dice l’impunito accusatorio del processo in corso: la prima trattativa fu con il vecchi potere. per punire ex ministri che non avevano tenuto fede ai patti, e in questa fase trovò la morte Salvo Lima, “viceré” di Andreotti in Sicilia. In seguito la mafia voleva fondare e gestire direttamente un proprio partito politico, tramite il boss Leoluca Bagarella, che avrebbe dovuto chiamarsi “Sicilia Libera”! Ma poi l’attenzione venne rivolta sia verso una forza nuova emergente, cioè “Forza Italia”, sia verso un personaggio che poteva fare da tramite tra la criminalità organizzata, la politica e l’imprenditoria del Nord. Questo lo dice mio fratello Paolo in una intervista filmata concessa a dei giornalisti francesi, ma che non è mai stata portata all’attenzione del pubblico.

Sono accuse chiare, oltre che pesanti. E infatti attorno al processo si è venuta a creare una frattura tra colpevolisti e innocentisti. Nell’usare parole così nette non si corre il rischi di trasformare il bisogno di giustizia in sete di rivalsa?
“Ma questo clima da chi è alimentato? Chi è che cerca di isolare il pm Di Matteo” Chi è che cerca di delegittimare il pool di magistrati e l’intero processo? Questo è un clima avvelenato anche dal presidente della Repubblica, che ha sollevato un conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo. Questo non significa forse delegittimare la procura, proprio in un momento in cui dalle istituzioni dovrebbe venire l’appoggio a chi cerca di far luce su un periodo così buio del nostro Paese? Infatti a mio avviso Napolitano è il garante di questa trattativa”

Addirittura

“Si, Napolitano ha attraversato tutta la storia d’Italia. è stato presidente della Camera, ministro degli Interni e ora anche Capo dello Stato e poi dice che non vuole andare a testimoniare perchè non ha niente da dire. Ma come non ha niente da dire? Una persona che è stata a livelli così alti tutto questo tempo? Nell’ultima lettera scritta prima di morire d’infarto, Loris D’Ambrosio, il consulente giuridico del Colle, diceva “non vorrei essere stato usato come paravento per degli indicibili accordi”.

Lei è stato spesso oggetto di ostilità da parte della stampa, ma si rende perfettamente conto che fare nomi così grossi significa porsi contro la maggioranza delle persone?
“E d’altronde cosa dovrei fare, non dovrei parlare perchè altrimenti mi pongo contro qualcuno? Io dico quello che ritengo essere la verità, non posso farmi remore. Non cerco il favore della stampa, rifiuto spesso di andare in quei talk show dove ci si aggredisce a vicenda, dove si fanno teatrini, sceneggiate. Io cerco verità e giustizia, e basta, non mi interessano certe opinino. Mi interessano le opinioni dei giovani, che sono il futuri del Paese. Ecco, quelle si che mi interessano.

Nel convegno ha parlato di quelle persone che un tempo avversavano Falcone e Borsellino, e che oggi si riempiono la bocca delle loro parole. Tra questi c’è anche Leoluca Orlando, che accusò Falcone di tenere chiuse nei cassetti le carte su delitti eccellenti…

“E’ una questione delicata. Dopo la morte di Falcone, che era come un fratello per lui, Paolo disse che chi lo aveva criticato mentre era in vita aveva perso il diritto di parlare ora che era morto. Ma il 25 giugno, neanche un mese prima dell’attentato di via D’Amelio, in un discorso pubblico nella Biblioteca Comunale di Palermo, mio fratello disse due volte “l’amico Orlando, l’amico Orlando”. Orlando, nel dire quelle cose stava facendo il politico, spronando a tirare fuori le carte, mentre Falcone stava facendo il magistrato, che non può tirare fuori le carte se non è sicuro di poter istruire un processo su basi solide. Per questo motivo per Paolo, ed anche per me, Orlando non rientra in quella categoria di persone che non poterebbero parlare di falcone e Borsellino.

A proposito di Palermo: ha detto che per anno non ci è tornato, anche perchè disturbato dalla presenza delle commemorazioni di rappresentanti delle istituzioni che non le piacciono particolarmente…
“Io ci sono tornato proprio per impedire che i rappresentanti delle istituzioni venissero in via D’Amelio, come avvoltoi che tornano sul cadavere, a controllare che Paolo Borsellino sia davvero moto e quindi non possa più dare fastidio. E’ questa l’interpretazione che ho dato io a quelle corone mortuarie poste sul luogo della strage. Bisogna tenere presente che da quando ho formato il Movimento delle Agende Rosse (dal colore dell’agenda che Borsellino portava sempre con se, sparita in modalità non chiare il giorno stesso della strage. mdc), non c’è stato più un rappresentante delle Istituzioni che abbia avuto il coraggio presentarsi in via D’Amelio per le commemorazioni del 19 luglio, e questo significherà pure qualcosa.

Oggi com’è il suo rapporto con la città?
"Palermo oggi la vedo molto cambiata, grazie soprattutto ai giovani. Sono i giovani che spingono, si muovono. Inoltre ci sono molte associazioni che hanno aderito al coordinamento di Scorta Civica, la nostra iniziativa di solidarietà al pm Di Matteo. E’ per questo motivo quindi che ho deciso di tornare, e dopo quaranta anni ho comprato una casa a Palermo. In qualche modo cerco di essere il più presente possibile.”



di Matteo Lupi (Il Quotidiano della provincia di Teramo)






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