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Salvatore Borsellino: 'Il coraggio della verità e l'importanza della mobilitazione' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Francesca Panfili e Marco Marsili   
Lunedì 07 Aprile 2014 21:14
di Francesca Panfili e Marco Marsili - 2 aprile 2014

Lunedì 31 marzo è stato ospite del settimanale radiofonico “Segnali di Vita” (RGM Hit Radio) Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia in Via D’Amelio il 19 luglio del 1992. In occasione di questa intervista abbiamo potuto affrontare con lui diversi temi di scottante attualità, che spaziano dal processo sulla trattativa Stato-mafia, alle minacce di morte fatte da Totò Riina al magistrato Nino Di Matteo. Non capita spesso di poter stare a contatto con una persona unita, per un triste destino, alla storia di questo nostro disgraziato Paese. Una storia costellata di stragi irrisolte, di silenzi pesanti e di assassini corrotti rimasti impuniti. Nomi che cadono nel vuoto, istituzioni che ostacolano la ricerca di una verità che il futuro pretende e che soprattutto le giovani generazioni chiedono a gran voce.

Sentire il timbro, la vibrazione della voce di Salvatore Borsellino, il carico emotivo di chi testimonia sulla sua pelle un vero macigno storico, difficile da perdonare, ci ha emozionati. Un misto di rabbia e voglia di giustizia per le grandi menzogne e per la grande impunità che regnano sovrane in questo Paese, emerge, insieme con una gran voglia di poter dare il nostro piccolo contributo per cambiare qualcosa, almeno nella nostra quotidianità e in quella di chi ci circonda, rispondendo così all'invito di Paolo Borsellino: “Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”, perché in questo leggiamo il ruolo fondamentale del sistema informativo e mediatico, che può contribuire a cambiare le coscienze dell’opinione pubblica.

 

Salvatore Borsellino inizia l’intervista dicendo: “Purtroppo la storia del nostro Paese è costellata di stragi di mafia, anzi stragi di Stato che sono state compiute in momenti particolari della nostra storia. Via D’Amelio non è che una delle ultime di queste stragi iniziate a Portella della Ginestra, continuate con la strage del Rapido 904, e poi Piazza della Loggia, la Banca dell’Agricoltura e molte altre. Ma questa di Via D’Amelio è una strage che ha determinato gli ultimi vent’anni della nostra storia a causa della trattativa tra Stato e mafia per la quale è stato ucciso mio fratello. Quindi io non cerco solo verità e giustizia per un mio fratello assassinato ma per un magistrato, per un servitore dello Stato che fino all’ultimo ha scelto di prestare fede a quel giuramento fatto allo Stato, anche quando ha saputo che c’erano pezzi dello Stato che tramavano per ucciderlo e anche quando ha scoperto che stavano trattando con l’assassino di quello che era veramente il fratello di Paolo Borsellino, cioè Giovanni Falcone. Io non posso accettare di chiudere gli occhi senza vedere prima giustizia e verità, soprattutto spingendo i giovani a chiedere questa verità e questa giustizia, anche quando io non ci sarò più”.

Alla domanda: “Cos’è per lei lo Stato?”, S. Borsellino ha risposto così: “Lo Stato purtroppo non ha soltanto una faccia. È quello per cui hanno sacrificato la propria vita Paolo Borsellino, i ragazzi della sua scorta, Giovanni Falcone, e sua moglie Francesca Morvillo, i ragazzi che sono morti insieme a loro e quella serie interminabile di magistrati, poliziotti, uccisi perché hanno voluto fino all’ultimo servire fedelmente quello stesso Stato che non ha saputo - nel migliore dei casi - proteggerli abbastanza. Lo Stato è uno Stato che nasce dalla resistenza, dalla Costituzione più bella del mondo che è stata scritta con la penna intinta nel sangue dei martiri della resistenza e che purtroppo ha accanto un altro Stato, che a volte si sovrappone a questo: lo Stato deviato, lo Stato delle persone che occupano delle istituzioni sacre in maniera indegna. Lo Stato purtroppo in questo Paese ha tante facce, anche quella di uno Stato che si è servito e si serve più volte della mafia, o di bande di terroristi, per compiere in qualche maniera le deviazioni del suo compito. Lo Stato non è soltanto uno. Lo Stato siamo noi, lo Stato sono i magistrati, i componenti delle forze dell’ordine, ma lo Stato è anche quello che ha compiuto le stragi di Stato”.

Salvatore racconta di come è cambiata la sua vita dopo la morte del fratello e dei primi cinque anni dopo la strage di Via D’Amelio che lo hanno visto girare l’Italia per mantenere viva la memoria di Paolo Borsellino, per adempiere alla richiesta della madre che aveva spronato lui e sua sorella a non far spegnere il sogno del magistrato. In un primo momento in lui c’era la speranza che la morte del fratello potesse essere uno sprone per completare l’opera che il giudice aveva iniziato, arrivando anche a pensare che “se Dio aveva voluto che Paolo morisse perché questo disgraziato Paese potesse cambiare”, lui ringraziava Dio di averlo fatto morire perché sapeva che quello era il suo sogno. Nel corso degli anni, però, la speranza iniziava ad essere rimpiazzata dalla disillusione per la crescente indifferenza e per l'oltraggioso compromesso morale che via via si anteponeva ad una vera ricerca della verità sulle pagine più buie della storia italiana. Così Salvatore perse la voglia di parlare alla gente e quando nel 2007 è ritornato ad esporsi lo ha fatto per rabbia, una rabbia legata ad una presa d’atto: la criminalità ancora una volta si stava insinuando nelle istituzioni.
Dalla rabbia questa ricerca di verità e giustizia si è trasformata di nuovo in speranza, alimentata da centinaia di giovani che portano avanti la sua stessa battaglia, lavorando affinché nel nostro Paese si possa sentire quel fresco profumo di libertà sognato da Paolo  Borsellino. Questo impegno civile, unito all’entusiasmo delle giovani generazioni spinti a lottare per migliorare il vero Stato, ha portato alla formazione del movimento delle Agende Rosse, movimento che prende il nome dall’agenda rossa che il giudice Borsellino teneva sempre con sé e che sparì misteriosamente dopo l'esplosione in Via D’Amelio.
borsellino-salvatore-c-samuele-firrarello“Quell’agenda doveva sparire, perché altrimenti non avrebbe avuto senso uccidere Paolo Borsellino, ammazzato perché si era opposto alla trattativa di cui aveva scritto nell’agenda stessa” ha ripetuto più volte Salvatore. Oggi il Movimento delle Agende Rosse si occupa anche di dare sostegno a quei magistrati che hanno intrapreso la difficile strada della ricerca della verità e della giustizia. Magistrati che per questo sono minacciati dalla mafia e da parti dello Stato, che contribuiscono al loro isolamento. Una storia che oggi come oltre venti anni fa ritorna di nuovo. Questi magistrati, rappresentati emblematicamente da Nino Di Matteo e dal pool della Procura di Palermo che sta indagando sulla trattativa, stanno rivivendo le stesse vergognose situazioni di vent’anni fa, ostacolati, emarginati, sottoposti a provvedimenti disciplinari da parte di uno Stato che li attacca. Questi attacchi arrivano anche dai gradi più alti delle istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha sollevato un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura di Palermo contribuendo ad aumentare un forte clima di tensione.

Salvatore Borsellino parla anche delle minacce di morte del boss Riina a Nino Di Matteo, particolarmente difficili da decifrare. Si tratta infatti di messaggi criptici, di complicata interpretazione, rivolti a chi sa intendere e conosce gli sviluppi delle indagini di Di Matteo: “È come se la mafia lanciasse questo messaggio: ‘Noi siamo ancora disponibili a fare il lavoro sporco, a fermare Nino Di Matteo che con questo processo sta cercando di mettere a nudo quelle che sono le complicità tra mafia e Stato’. L’altra interpretazione potrebbe essere che Riina, capo carismatico di Cosa Nostra, impossibilitato ad agire, lanci una sorta di ‘fatwa’ contro il pm, una sorta di autorizzazione a quei mafiosi emergenti che stanno cercando di arrivare ai vertici della mafia. Si sta lanciando una minaccia di morte che se compiuta permetterebbe di acquisire grande merito e passare ai ranghi più alti del sistema criminale”.
E’ per questo che il 12 aprile a Roma è stato indetto un presidio davanti al Ministero dell’Interno, partito dal Movimento “Scorta civica” e dalle Agende Rosse. Entrambi i movimenti reclamano garanzie e protezione per la vita di Nino Di Matteo, chiedendo la dotazione del Bomb Jammer per il magistrato, un dispositivo in grado di inibire telecomandi pronti a far esplodere bombe anche a distanza. Il dispositivo è stato più volte assicurato dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano ma ancora non concesso per problemi di incompatibilità legati a motivi di ordine pubblico. Motivazioni espresse in modo superficiale e facilmente smontabili con riferimento all’utilizzo di tale dispositivo in occasione della recente visita a Roma del Presidente americano Barack Obama. “Lo stato ancora una volta, così come non aveva assicurato il divieto di sosta in Via D’Amelio, che pure era stato richiesto a gran voce dai ragazzi della scorta di Paolo, si nasconde dietro a dei pretesti per non assicurare ai magistrati dei dispositivi che potrebbero assicurare la loro incolumità”. Per queste ragioni la manifestazione del 12 aprile a Roma assume un significato importantissimo. E’ necessario infatti mantenere viva l’attenzione su questo tema, far sentire la nostra voce, perché se si compirà ancora un altro attentato, le istituzioni tutte non potranno più dire ‘noi non sapevamo’. Secondo S. Borsellino è necessario pressare tutti gli organi dello Stato affinchè questi dispositivi indispensabili vengano concessi. Costituire quindi uno scudo attorno a questi magistrati come Nino Di Matteo che rischiano la vita per garantire il diritto alla verità di tutti noi cittadini. La vicinanza al magistrato va espressa anche dal punto di vista umano, affettivo e psicologico. “Quello del giudice, specie dei Pm, è una missione difficile,non posso neanche chiamarlo un lavoro. E’ una missione difficile, una missione solitaria, soprattutto quando dal resto delle istituzioni invece di avere un appoggio indispensabile si viene isolati e in qualche maniera ostacolati. Anche noi cittadini siamo Stato e vogliamo far sentire a questi magistrati che c’è almeno una parte di questo Paese che li sostiene e, che tiene al loro lavoro e alla loro incolumità. Credo che questo sia importantissimo. Paolo e Giovanni purtroppo non ebbero il sostegno dall’opinione pubblica”. Salvatore Borsellino continua ricordando le parole che il giudice Giovanni Falcone disse a suo fratello dopo la conclusione del maxi processo: “Paolo la gente adesso fa il tifo per noi”. Oggi quindi il sostegno ai magistrati che si occupano di argomenti delicati nel campo dell’antimafia, non deve più mancare. “Sono direttamente al corrente delle condizioni in cui vive anche la famiglia di Nino Di Matteo. Uno dei suoi figli qualche Natale fa, dopo aver sentito uno scoppio di un petardo, cominciò a gridare ‘hanno ucciso papà, hanno ucciso papà’. E’ necessario renderci conto in quale tensione psicologica vivono queste persone”. Salvatore racconta inoltre del suo ultimo incontro che ha avuto a Palermo con il Pm durante il quale la vibrazione del telefono (in modalità silenziosa) ha fatto saltare il giudice dalla sedia. “Questo è lo stato di stress in cui sono costretti a vivere questi magistrati. A Di Matteo vengono affidati giornalmente fascicoli e fascicoli di processi riguardanti semplici abusi edilizi, liti condominali. Processi di nessun conto che andrebbero affidati ad altri magistrati, per i quali è costretto a spendere quattro ore della sua giornata”. Processi sicuramente molto meno importanti rispetto al compito delicatissimo che il Pm di Palermo sta svolgendo, per arrivare alla verità sulla scellerata trattativa tra mafia e Stato che è costata la vita a Paolo Borsellino.

Infine Salvatore fa un appello ai giovani. “E’ importante che si impegnino nell’antimafia perché i giovani di oggi sono i cittadini di domani”. In loro è riposta la sua speranza e quella di Paolo. Non è più tollerabile una certa insofferenza culturale e informativa verso certi temi, come le stragi del ’92, che Salvatore Borsellino definisce “il peccato originale di questa Seconda Repubblica”. “Su fondamenta intrise di sangue non si può costruire niente e senza verità sulle stragi non si potrà vivere in un paese definito civile. I giovani hanno voglia di cambiare, evitando la rassegnazione. E’ per questo che Paolo nella sua ultima lettera, scritta il giorno della sua morte, ha lasciato a futura memoria questa frase: ‘quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere rispetto a quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta’”. E questi giovani sono oggi la speranza del nostro Paese.

Francesca Panfili e Marco Marsili - 2 Aprile 2014
Fonte: AntimafiaDuemila

In foto: Marco Marsili, Francesca Panfili e Salvatore Borsellino (© Samuele Firrarello)













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