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"I Grandi Architetti vogliono farmela pagare". Le verità di Ciancimino Jr. PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Lamperti   
Mercoledì 16 Aprile 2014 16:33
di Lorenzo Lamperti - 16 aprile 2014


"Mi trovo nella terra di mezzo. Dò fastidio a tutti. Mi sembra di essere in un luogo simile al binario sette e mezzo di Harry Potter". Massimo Ciancimino si trova nella situazione di essere insieme il testimone principale e uno degli imputati del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, un processo che "non vuole nessuno e che fa paura a molti". Ora il figlio di don Vito si confessa in una lunga intervista ad Affaritaliani.it.

 

Sulla sua pagina Facebook si è definito "un pirla". Come mai?

Il fatto che mi sono dato del "pirla" nasce dalle evidenti differenze di trattamento tra chi oggi ha ancora tante amicizie e chi invece ha tante inimicizie. Il mio status di voler rispondere ai magistrati riaprendo una pagina ancora oscura delle vicende che ruotavano intorno alle stragi del 1992 mi ha reso antipatico a tanti uomini di potere.

A quali differenze di trattamento allude?

Ho vissuto parecchi episodi strani come arresti per calunnia o per pericolo di fuga come quando sono stato fermato con tutta la scorta a Parma. Non avevo, ovviamente, nessuna intenzione di scappare ma per me sono state. Con me hanno attuato la carcerazione preventiva nell’ambito di un’inchiesta per evasione fiscale chiusa nel 2010. Carcerazione durante la quale ho perso 13 chili. Tanti altri invece godono di trattamenti privilegiati pur se coinvolti in situazioni ben peggiori. Questo mi lascia l’amaro in bocca perché mi rendo conto che lo Stato di diritto non è questo. La famosa frase che campeggia nei tribunali, “la legge è uguale per tutti”, viene interpretata in maniera sempre più labile.

Secondo lei Dell'Utri ha beneficiato di un trattamento di favore?

Non voglio entrare nel merito della vicenda processuale di Dell’Utri, ogni cittadino è innocente fino a condanna definitiva. Però non posso non rendermi conto di come su di me, pur non avendo io nessuna pena da espiare, sia stata attuata una misura di prevenzione provvisoria per un pericolo di fuga redatta da un soggetto che non è estraneo al processo sulla trattativa. La misura di prevenzione nei miei confronti è stata emessa in base a un’informativa del Capitano Ultimo. Sarebbe stata captata, durante una telefonata, una mia frase: “Quando finisce tutto me ne voglio andare”. Ed è anche vero perché sarà tutto finito vorrei far crescere mio figlio altrove. Ma non mi pare proprio che questo possa essere considerato un pericolo di fuga. In due anni ho subìto 1176 controlli notturni. Mi devo chiedere come il Viminale impegna le sue forze in campo. Mi pare proprio che Dell’Utri, già latitante in passato, ha finora goduto di un trattamento ben diverso.

Come interpreta le misure di prevenzione messe in atto nei tuoi confronti?

L'interpretazione è che l’omertà paga, è chiaro che paga. Basti vedere che io sono l’unico dei cinque figli di mio padre che è stato condannato per riciclaggio. Hanno detto che io ero il detentore assoluto del patrimonio di mio padre è un’eresia. L’erede assoluto esiste solo nelle monarchie. Sono l’erede universale di mio padre solo per quanto riguarda i suoi ricordi, il suo vissuto. È vero che sono stato l’unico a stargli accanto e, lo ribadisco, non per scelta. Per questo oggi me la fanno pagare.

Tornando indietro farebbe le stesse scelte?

Farei meno sbagli. L’unico sbaglio che rifarei, forse, è quello di tenere la dinamite a casa perché minacciavano di uccidere mio figlio. Ho solo agito da padre e mi sono comportato in maniera stupida per difendere mio figlio.Io non sono un pentito né un collaboratore. Io non sono andato dai magistrati per accusare qualcuno, ma semplicemente per raccontare dei fatti. Fatti che devono essere vagliati dalla magistratura. Alcuni fatti li ho vissuti direttamente, altri mi sono stati riferiti da mio padre. Non ho mai voluto calunniare nessuno, nonostante io sia imputato per calunnia nei confronti di De Gennaro. Si è colpevoli del reato di calunnia se si accusa qualcuno pur sapendolo innocente. È chiaro che io non posso essere colpevole di calunnia perché io non so se è innocente, ho semplicemente riportato i racconti di mio padre. Poi spetta ai magistrati accertare la verità.

Al processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia lei è insieme testimone principale e imputato. Come si spiega questo apparente paradosso?

Io sono nella terra di mezzo. Sono un personaggio che dà fastidio a tutti. Mi trovo in un luogo simile al binario sette e mezzo di Harry Potter: io sto tra il banco degli imputati e il banco della procura. Il 18 aprile di fatto io sarò l’unico a sostenere la tesi della procura, quando si discuterà per l’ennesima volta della richiesta di spostare il processo a Caltanissetta o in altra sede per le minacce di Totò Riina. Sarò lì per difendere il luogo naturale il processo sulla trattativa, cioè Palermo. Lo Stato non può spaventarsi o arretrare di fronte alle minacce.

Ma non è arrabbiato con i magistrati che lei ha aiutato e che l'hanno fatta sedere anche sul banco degli imputati?

Credo che sia stato un atto dovuto. Però nel momento in cui io non risulto credibile nei miei racconti non posso neanche essere imputato per concorso esterno. Io mi sono autoaccusato di aver portato dei pizzini. Ho raccontato le mie azioni, svolte secondo le sollecitazioni dei carabinieri perché non è che di incontrare Provenzano me l’ha detto un altro mafioso. Me l’ha detto sì mio padre, ma d’accordo con i carabinieri. Nel 1992 non era facile convincere Vito Ciancimino a ricevere due carabinieri. Ci sono stati vari passaggi prima di riuscire a fare quello che mi avevano chiesto le istituzioni. Sono oggetto delle minacce di Riina e di tanti altri. In uno dei suoi pizzini Messina Denaro chiedeva la mia testa a Provenzano.

Lei ha ricevuto molte minacce. Non ha mai chiesto di essere tutelato dallo Stato?

Non l'ho mai chiesto a nessuno e comunque io non posso essere scortato. Per lo Stato è imbarazzante scortarmi. Io rimarrò in questa terra di mezzo.

Il processo di Palermo a chi fa paura?

Nessuno vuole questo processo. Hanno paura di quello che ancora non è emerso. Il banco degli imputati è ancora tanto vuoto.

La definizione "trattativa Stato-mafia" è corretta per identificare quello che è accaduto in quegli anni?

Non si tratta di una trattativa ma di una rinegoziazione di un accordo che lo Stato aveva con Cosa Nostra sin da tempi lontani. Oggi ancora più di allora si respira malessere sociale, lo Stato offre poco e non riesce a tenere a bada tutti gli spazi vuoti che esistono in una terra come la Sicilia. Questi spazi vuoti sono colmati dalle associazioni per delinquere che sono il concime delle associazioni criminali. Laddove lo Stato non può agire tratta e stringe degli accordi. Decidere se è un reato oppure no non è compito mio ma dei magistrati.

Qual era il ruolo di suo padre?

Mio padre non può essere inquadrato come “mafioso”, era molto di più. E questo lo Stato lo sapeva, per questo è andato da lui. Era l’unico a non essere inserito in una lista di persone da ammazzare. A Riina avrebbe fatto comodo eliminare mio padre insieme a Lima. Ma Riina sapeva di non poterlo fare perché chi proteggeva lui proteggeva anche mio padre. Ciancimino era l’uomo di tante collusioni che non si chiamavano solo mafia ma anche massoneria, Chiesa… Mio padre sapeva di essere un intoccabile.

Allude alle "cinque entità" di cui parla il pentito Vincenzo Calcara?

Sì, parliamo delle famose cinque entità o di quelle che mio padre definiva i “grandi architetti”, quelli che davvero comandano e usano Cosa Nostra per le loro strategie come quella stragista.

Borsellino fu ucciso solo da Cosa Nostra?

Due stragi a così poca distanza e le modalità delle stragi sono anomale. Borsellino stava capendo il gioco più alto. E il processo di Palermo vuole scoperchiare questa grande rete di amicizie e di collusioni che aveva mio padre. Una rete molto grande e che non può essere rappresentata solo dai nomi presenti al processo, come Mancino, o dai nomi di persone che sono morte e non possono rispondere, come Parisi, Scalfaro e La Barbera. Sparare sui morti è facile perché non possono replicare e non possono chiamare in correo tanti altri.

E' realistico ipotizzare, come ha fatto per esempio Ferdinando Imposimato, che nelle stragi del 1992 fossero coinvolte anche forze straniere?

Sono piste realistiche dal momento in cui ho visto anche mio padre conversare con questi personaggi. Colpire una macchina a 170 all’ora in autostrada non c’erano riusciti neanche gli israeliani. L’attentato in movimento è complicatissimo. I più grossi gruppi terroristici non c’erano riusciti. La mafia ha fornito la logistica.

Come interpreta le minacce di Riina dal carcere?

Riina continua a minacciare Di Matteo e me. Riina firma cambiali in bianco dicendo tra le righe: “Ammazzate Di Matteo e Ciancimino e alla fine sapete a chi accollarli”.

Crede ci sia davvero il rischio di un ritorno a una stagione stragista?

Si respira una brutta aria di grande malessere sociale. Tanti partiti cavalcano la voglia di tanta gente di uscire dall’euro. Non è un bel momento per lo Stato. Chi volesse fomentare questa situazione oggi avrebbe gioco facile. In momenti di grande tensione è sempre tornata una strategia stragista. Le stragi hanno sempre ricompattato l’elettorato verso il centro. Vedremo i grandi architetti cosa intenderanno fare.

Nelle intercettazioni Riina se la prende anche con Messina Denaro. Secondo lei quali sono i rapporti di forza tra i due?

Riina fa suo un concetto base della mentalità mafiosa: “Io sono l’ultimo capo dei capi”. Ed è vero, perché l’ultima volta che si è riunita la commissione di Cosa Nostra ha nominato Riina. È difficile che un trapanese come Messina Denaro possa reggere da solo i vertici di Cosa Nostra.

Crede che Messina Denaro verrà mai catturato?

Quando lo vorranno prendere lo prenderanno. Bisogna ragionare mediaticamente: Messina Denaro rimane l’unico volto col quale rappresentare la ferocia e il potere della mafia. Eliminato Messina Denaro si tornerebbe a una mafia sommersa a cui nessuno saprebbe dare un volto. Finché giova a qualcuno Messina Denaro resterà libero.

Recentemente Sonia Alfano ha detto che la trattativa Stato-mafia continua ancora oggi. E' d'accordo?

Sono d’accordo quando dico che non si tratta di trattativa ma di rinegoziazione di accordi. La trattativa c’è sempre stata e ci sarà sempre. Ci sarà finché in Sicilia ci saranno decine di migliaia di persone che devono accedere a sistemi dell’illegalità o morire di fame. Lo Stato non offre nulla e la capacità attrattiva della mafia è alta. Come puoi educare le nuove generazioni alla legalità quando vedi i padri che si ammazzano e lo Stato ti abbandona?

Negli scorsi giorni è stato disposto il trasferimento di molti detenuti al 41 bis. Che cosa ne pensa?

È una vicenda con risvolti strani, come l’accanimento verso Provenzano. Il 41 bis è uno strumento importantissimo ed era uno dei punti principali del papello. E a chi cerca di smontarmi dicendo che il papello è di giugno e la legge sul 41 bis di agosto rispondo di leggere bene il papello, dove infatti si parla di “decreto legge” e non di legge.

Il papello poteva essere trovato prima?

Io non condanno Ultimo perché non è stato perquisito il covo di Riina per 19 giorni, ma perché non ha saputo denunciare quello che c’era attorno. Mi chiedo ancora dov’è quel famoso foglio che mi fece vedere mio padre che io non ho più trovato e che secondo me era fondamentale, quel foglio dove c’erano tutte le cellule dei telefoni cellulari accesi per quei 19 giorni all’interno dell’area Bernini. Per 19 giorni il covo è rimasto senza telecamere e senza protezione e questo significava mandare un messaggio all’area mafiosa più ostile che la trattativa esisteva ed era a livelli talmente alti che era stato permesso alla famiglia di Provenzano di lasciare il covo e di fare rientro a casa con tutta tranquillità. E questa di certo non era una cosa che potevano decidere da soli un colonnello e un capitano dei carabinieri.

Le faccio una domanda forse un po' ingenua: secondo lei la mafia può essere sconfitta?

Citando Falcone, ogni cosa dovrebbe avere un inizio e una fine. Me lo auguro ma lo Stato dovrebbe prendere davvero in mano la situazione. Ma politicamente oggi mi sembra che ci sia una grande area di centro che non mi pare faccia della lotta alla mafia, quella vera, una propria priorità. I magistrati sono continuamente attaccati. Prendiamo Di Matteo, guardate come è stato lasciato solo dalle più alte istituzioni della Repubblica. Non viene difeso, non riceve neppure solidarietà.

Meglio Grillo, dunque?

Alle scorse elezioni ho votato il Movimento 5 Stelle e lo voterò anche alle europee perché mi sembra che sia stato l’unico movimento a interessarsi a tematiche dell’antimafia e a essere presente sul campo, per esempio durante le udienze.

Qualche mese fa è stata disposta la distruzione delle intercettazioni riguardanti il presidente Napolitano. Lei come ha vissuto questa decisione?

Ho lottato fino alla fine per poterle ascoltare. Prima di distruggere quelle intercettazioni bisognava dare la possibilità alle parti di ascoltarne il contenuto. Sarà certamente vero che quelle intercettazioni non contenevano penalmente rilevanti o utili al processo di Palermo ma magari contenevano elementi rilevanti per la mia difesa.

Il processo di Palermo secondo lei è a rischio?

Questo processo non lo vogliono in tanti. I magistrati sono ingombranti, è ingombrante il teste principale che verrà sempre delegittimato. Sto ancora aspettando di essere processato per il riciclaggio che di fatto mi ha delegittimato come testimone. Sono passati quattro anni e ancora non ho visto un foglio di carta. Sono tutte operazioni messe in campo per delegittimarmi.

Che cosa vede nel suo futuro?

Spero serenità. Spero di poter riprendere la mia attività di trader. Spero soprattutto di far crescere mio figlio in un ambiente sereno e banalmente di accompagnarlo a scuola. Cosa che, in mancanze di tutele, oggi non posso fare. Comunque la mia rivincita morale sta nelle magnifiche parole pronunciate da Agnese Borsellino durante la sua ultima intervista a Sandro Ruotolo: "In tutti questi anni ho avuto paura, solo con le parole di Massimo Ciancimino ho trovato il coraggio di raccontare di Subranni e altri". Sapere di aver dato coraggio a una persona magnifica come la moglie di Borsellino mi ha reso orgoglioso, mi ha fatto capire che ne è valsa la pena.

da: AffariItaliani.com

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