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Gioielli, primizie ed auto blu per corrompere il prefetto Blasco PDF Stampa E-mail
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Scritto da Vincenzo Iurillo   
Mercoledì 16 Aprile 2014 22:43
di Vincenzo Iurillo - 16 aprile 2014

Era il settembre del 2010 e Antonio Buglione, chiacchierato imprenditore della vigilanza privata del Nolano (Napoli), fratello del sindaco dell’epoca Rosa Buglione, venne sequestrato sotto casa da un commando armato. L’uomo riuscì a scappare da solo in circostanze misteriose dopo meno di due giorni. La Guardia di Finanza di Napoli avviò indagini per verificare se fosse stato pagato un riscatto e spulciando tra gli affari della famiglia Buglione appurò che le loro imprese avevano aperto delle filiali nelle città dove Ennio Blasco era stato prefetto. Non era una coincidenza. Le aziende dei fratelli Carlo, Carmine e Antonio Buglione a Napoli erano state colpite da interdittiva antimafia. E
dove Blasco era prefetto hanno invece potuto stipulare contratti, perché le istruttorie antimafia nei loro confronti languivano. Da ieri il prefetto di Benevento Ennio Blasco è agli arresti domiciliari per corruzione. Il Gip Giovan Francesco Fiore ha disposto i domiciliari anche per i fratelli Carmine e Carlo Buglione e il cognato dei due imprenditori, Erasmo Caliendo. Antonio Buglione è solo indagato.   
I FATTI RISALGONO agli anni dal 2009 dal 2011, quando Blasco era prefetto di Avellino, dopo essere stato viceprefetto di Napoli e prefetto di Isernia. L’inchiesta dei pm del capoluogo irpino Roberto Patscot ed Elia Taddeo e del procuratore capo Rosario Cantelmo, fondata sugli atti trasmessi dai pm di Napoli Henry John Woodcock e Mariella Di Mauro, gli contesta di aver accettato regali dai Buglione “con cadenza pressoché quotidiana”: la spesa al supermercato, ricariche telefoniche, gioielli, il conto della lavanderia, un’auto a disposizione con tanto di autista e l’assunzione della figlia Carolina come impiegata. Agli atti una telefonata di Blasco con Erasmo Caliendo: “Mi porti un po’ di spesa? Tolte le prugne, che non mi piacciono, semmai un po’ d’uva”. In cambio di questi favori, il prefetto avrebbe dilatato con accertamenti inutili i tempi delle istruttorie antimafia di due società, la Service Group e la Over. Blasco infine firmò l'interdittiva ma con due anni di ritardo. E solo perché aveva appreso delle indagini. Il prefetto inoltre si sarebbe prestato a fare da “consulente” dei Buglione interessandosi di vicende non di sua competenza, come l’interdittiva antimafia emessa dal prefetto di Taranto nei confronti di un’altra società riconducibile agli imprenditori campani, “La Vigilante” di Massafra.   
Grazie ai buoni uffici di Blasco, la Service Group ha potuto continuare a fornire le sue prestazioni per circa due anni, con un guadagno di circa quattro milioni all'anno. Una cortesia non da poco per i Buglione, alle prese con problemi per la certificazione antimafia anche a causa delle inchieste che hanno toccato Antonio
, accusato di associazione camorristica e tentata estorsione negli anni ‘90 ma assolto. Poi ripiombato negli anni 2000 in una rumorosa indagine sui fitti d’oro in Regione Campania insieme al consigliere regionale Roberto Conte, condannato in primo grado per camorra ma reintegrato nel parlamentino campano.   
IL 21 LUGLIO 2009 Blasco fu intercettato al telefono col sindaco di Torre del Greco, Ciro Borriello, sotto indagine per vicende
locali. Cercava notizie di Nicola Cosentino, un appoggio per farsi nominare prefetto a Salerno: “Io ho chiesto di andare a Salerno. Nicola l’ho cercato qualche volta però è latitante perché… non lo so che cazzo gli è capitato in testa… io sono fortissimamente appoggiato da Cirielli… però chi decide è la Carfagna e Cosentino… Nicola incontrato più volte mi ha detto: questa volta ti aiuto perché interessa anche avere un amico a Salerno però poi di fatto non sono più riuscito ad agganciarlo…”.



Vincenzo Iurillo (Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2014)






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