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Trattativa quella sconosciuta: dall'ignaro Amato al confuso Arlacchi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Mercoledì 23 Aprile 2014 17:09
arlacchi-amato-trattativadi Aaron Pettinari - 23 aprile 2014
 

Al Borsellino Quater l'eurodeputato del Pd “disconosce persino le sue analisi”
Uno non ha mai sentito parlare di trattativa. L'altro quel termine l'ha usato, l'ha scritto nero su bianco, forse per la prima volta nella storia, collaborando alla redazione della nota della Dia, datata agosto 1993, in cui in 24 pagine si prova a dare una spiegazione su quanto accaduto tra il 1992 ed il 1993. I due protagonisti sono Giuliano Amato e Pino Arlacchi, sentiti ieri come testimoni al processo Borsellino Quater che si sta celebrando innanzi alla Corte d'Assise di Caltanissetta. Due deposizioni che lasciano aperti diversi quesiti tra qualche “non ricordo” e spiegazioni decisamente poco convincenti.


Quel documento scomodo da “depotenziare”

Tra le carte acquisite al processo “Borsellino Quater” vi è un documento particolarmente importante, redatto dalla Dia nell'agosto 1993, immediatamente dopo le stragi del continente, in cui per la prima volta venne fatto uso della parola trattativa. Un'analisi investigativa che traccia una linea abbastanza definita su quanto accaduto nel biennio stragista 1992-1993. Viene scritto nella relazione che “La strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra, dopo la strage di via d’Amelio Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”.

Si mette in evidenza il “modus operandi” della mafia mettendo in risalto come “la scelta dei tempi di esecuzione (delle stragi di Roma, Firenze e Milano) appare legata ad una concreta possibilità per i mass media, e in particola per le reti televisive, di intervenire con assoluta tempestività amplificando e drammatizzando gli effetti delle esplosioni con le riprese in diretta”. Una strategia perfetta per “insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche moto più accettabili per Cosa Nostra”. In particolare viene evidenziato l'interesse per l'alleggerimento delle condizioni per i boss detenuti come condizione per una nuova pace tra Stato e mafia. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati – si legge ancora nel documento - Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa. Verosimilmente la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
E gli analisti, tra cui vi era anche Pino Arlacchi (all'epoca consulente), invitano il Ministero dell'Interno a non cedere sul carcere duro (“È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”) cosa che poi invece avvenne quando il ministro della Giustizia Giovanni Conso non prorogherà il carcere duro a 373 detenuti per mafia.  
E' quella parola, “trattativa”, a dare fastidio. Sì perché mentre il documento spiega chiaramente come all'epoca vi fosse comunque la percezione, non solo a colpi di bombe, del dialogo tra Cosa nostra e Stato oggi proprio Pino Arlacchi, ha tentato in ogni modo di “depotenziare” l'effetto di quelle parole messe nere su bianco. In un primo momento ha confermato l'ipotesi: “Noi puntammo subito sulla matrice mafiosa delle stragi in Continente – ha raccontato rispondendo alle domande del pm Luciani – ci basavamo su diversi elementi. Parlai delle anticipazioni delle stragi fatte da Ciolini ma anche da un altro personaggio come tal Mendolito che aveva detto con precisione, in una lettera indirizzata al Csm e a Craxi, che sarebbero stati uccisi prima Falcone e poi Borsellino. Noi dicevamo in maniera chiara che il motivo degli attentati era quello di obbligare lo Stato alla resa, far capire che il prezzo della lotta alla mafia era troppo alto, colpendo il patrimonio della nazione. In quel documeno dicevamo anche di non cedere e proseguire con le indagini”. Poi però, sull'uso della terminologia “trattativa” si è espresso in maniera guardinga. “Noi non parlammo di trattativa, cioè, la parola forse la usammo. Ma l'ho detto. Se per trattativa si intende un negoziato  condotto da singoli pezzi dello Stato con un capo della mafia, in maniera occulta, per indurlo a collaborare e dare informazioni; beh di trattative come queste ci sono sempre state. Se poi si intende, come si usa oggi, un negoziato a tutto campo in cui i vertici dello Stato italiano trattano con i vertici di Cosa nostra, beh questa trattativa non c'è mai stata. La parola trae in inganno. Il rapporto tra Mori e Ciancimino è tra carabinieri ed un confidente. Senza alcuna copertura politica il carabinierie trattava e autorizzava.. l'incontro con Ciancimino faceva parte del suo lavoro. E Ciancimino aveva un mandato dubbio da parte dei vertici di Cosa nostra. Trasformare questo fatto, che può essere un episodio, inserendolo in una trattativa complessa mi sembra troppo”. Tuttavia, rispondendo a precisa domanda dell'avvocato Repici, Arlacchi non è riuscito a spiegare il perché nel documento si individuasse proprio nel carcere duro uno dei motivi per cui non si sarebbe dovuto cedere. In quella fase del dibattimento la testimonianza dell'ex consulente della Dia è stata generica facendo riferimento alle scarcerazioni effettuate dal ministro Conso ma che in realtà sono successive alla nota prodotta dalla Dia.


Quattro nomi: Contrada, Mancino, Andreotti e Dell'Utri.

Nella sua deposizione il professore Arlacchi ha poi raccontato alcuni particolari in merito all'ex numero 3 del Sisde. “Non so se Borsellino lo incontrò quando andò al ministero degli Interni. Paolo però mi disse che si incontrò con Mancino e che fu una visita di cortesia. Come vedeva quel cambio tra lui e Scotti? Era timore comune un cambio di rotta rispetto al passato. Ci chiedevamo se avremmo avuto lo stesso sostegno nella lotta alla mafia”.  
Sempre in riferimento all'ex capo della Mobile di Palermo, ha aggiunto: “Falcone riteneva che fosse uno degli ispiratori dell'attentato dell'Addaura. Era opinione comune che fosse lui a far uscire notizie riservate su indagini e operazioni imminenti che hanno poi permesso di fuggire a capimafia. Una volta il prefetto Rossi, durante una cena, mi disse che sul luogo della strage di via d'Amelio era stato trovato un biglietto che risaliva ad un funzionario del Sisde e mi fece capire che si trattava di lui. Di quest'ultima cosa si arrabbiò molto De Gennaro perché diceva che non avrei dovuto sapere certe cose”. In merito al rapporto tra Mori e De Gennaro, che aveva definito di contrasto nel verbale del settembre 2009, ha confermato, seppur in maniera più "soft", che “c'era una valutazione reciproca che non era positiva. Una sorta di rivalità dovuta al fatto che uno fosse appartenente alle forze di polizia e l'altro dei carabinieri. Ricordo che nel periodo del 1992 c'era contezza in ambienti investigativi di rapporti tra il Ros e Vito Ciancimino. Mori con lui aveva un rapporto confidenziale. Noi ritenevamo che fosse una tecnica investigativa sbagliata perché c'erano già i pentiti e non c'era bisogno di confidenti”. Infine in merito all'ex presidente del Consiglio Giulio Androtti, Arlacchi racconta un episodio particolare. “Conobbi un ex agente Cia che aveva lavorato a Roma dal 1978 ed il 1983. Mi disse che avevano messo sotto controllo con le microspie i principali politici italiani. Mi disse che avevano controllato Andreotti e che era noto il suo rapporto con capimafia. Quando gli chiesi se poteva testimoniarlo mi disse di sì ma non aveva documenti perché alla Cia hanno la macchina della verità e la prima domanda che fanno è proprio quella se portano documenti a casa. Quandi ne parlai con Caselli mi disse che non si poteva fare nulla perché eravamo già nel 'ne bis in idem'”.  
Ultimo argomento trattato è quello su Marcello Dell'Utri. De Gennaro dice di non aver mai parlato di lui con Arlacchi, tuttavia il professore ha ancora una volta ribadito: “De Gennaro mi disse del collegamento tra Dell'Utri ed i gruppi mafiosi. Era il tramite tra questi e gli ambienti del nord. Ricordo pure che scherzavamo perché faceva parte della mafia perdente e dicevamo che avrebbe avuto un bel da fare per farsi accettare dai corleonesi. Quando parlammo di queste cose? Tra il 1993 ed il 1994. Sicuramente prima delle elezioni politiche”. In merito a Parisi, Arlacchi ha anche ricordato che rispetto al 41 bis questi fosse “d'accordo nel complesso ma temeva reazioni. La sua posizione era quella di combattere Cosa nostra al massimo delle forze ma stando comunque attenti alle reazioni dell'altro lato”.


La deposizione di Amato

Prima di Arlacchi a parlare innanzi ai giudici è stato Giuliano Amato che in merito all'esistenza di una trattativa è stato abbastanza netto: “Non ho mai saputo dell'esistenza di una trattativa per fermare le stragi tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra. Nessuno me ne parlò mai. Non so se non me ne parlarono perché sapevano che mi sarei opposto o semplicemente perché non ci fu alcuna trattativa”. Sull'avvicendamento alla guida del Viminale tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, che per gli inquirenti sarebbe stata una “concessione” fatta nell'ambito della trattativa vista la particolare durezza di Scotti nella lotta alla mafia, Amato ha ribadito quanto detto durante gli interrogatori a cui fu sottoposto dai pm di Caltanissetta. Per l'ex presidente del Consiglio si trattò di una questione politica interna alla Dc. “Loro mi diedero indicazione del nominativo di Mancino - ha detto – Inoltre Scotti non ebbe mai a lamentarsi direttamente con me di questo avvicendamento. E pensare che proprio pochi giorni dopo la fiducia fummo assieme ad un G7 per un paio di giorni. Anche quando si dimise da ministro degli Esteri non mi disse che le motivazioni erano inerenti ad un contrasto all'interno del partito. Per quanto mi riguardava il cambio Mancino-Scotti non rappresentava un cambio di politica nella lotta alla mafia. Riguardo a Martelli invece non ricordo che ricevetti pressioni per un suo cambio. Lui dice di questo nostro colloquio ma davvero non ne ho ricordo di questo dialogo. Tanto che poi rimase alla Giustizia. Quando si dimise fu per altre questioni ancora”. Amato ha poi ricordato di avere parlato con Fernanda Contri, ex segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di un suo incontro con l'allora colonnello del Ros Mario Mori. “Non ricordo bene se fosse stato su mia richiesta o meno. Comunque mi sembra di ricordare che lei mi disse qualcosa del tipo 'Non sa nulla'. Ma non posso essere preciso. Non ricordo nemmeno riferimenti a Vito Ciancimino”.
Il processo, per cui sono imputati di strage i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino e di calunnia i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta è stato rinviato al 29 aprile per la deposizione dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, di Virginio Rognoni e dell'onorevole Pietro Folena.
 

Aaron Pettinari (da:
AntimafiaDuemila)





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