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Quando Borsellino disse: “Un amico mi ha tradito” PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Aaron Pettinari   
Mercoledì 21 Maggio 2014 14:21
borsellino-paolo-web4di Aaron Pettinari - 20 maggio 2014

A chi si riferiva Paolo Borsellino quando, di fronte ai magistrati Alessandra Camassa e Massimo Russo, in un momento di scoramento disse: “un amico mi ha tradito”? E' questo uno dei tanti misteri  e segreti che, purtroppo, non è mai stato svelato dalla morte del magistrato di Palermo, nel luglio 1992. E' di questo episodio che oggi si è parlato innanzi alla Corte d'assise di Caltanissetta tramite l'audizione dei testi Alessandra Camassa e Massimo Russo, sostituti procuratori di Paolo Borsellino quando questi era procuratore capo a Marsala.
Nel verbale di interrogatorio del 14 luglio 2009 Alessandra Camassa aveva raccontato per la prima volta quell’episodio specificando che lo sfogo di Borsellino era stato susseguente ad alcune domande che lei e il collega Russo gli avevano posto sui pericoli cui si esponeva tra l’altro interessandosi alle indagini relative alla strage di Capaci. Ed oggi ha ripetuto in aula: “Ricordo che il giudice Borsellino si alzò dalla sedia si distese sul divano manifestando stanchezza e avvilimento, iniziò a lacrimare in modo evidente. E ci disse: 'Non posso credere, non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire'. Io e il collega Massimo Russo siamo rimasti sorpresi. Questo pianto all'epoca mi impressionò, non avevo mai visto Borsellino piangere. Paolo era particolarmente turbato in quel periodo. Questo avvenne prima del 4 luglio '92, giorno in cui venne celebrato ufficialmente la cerimonia di saluto a Borsellino che già da qualche tempo era tornato a Palermo lasciando la procura di Marsala. Solo anni dopo capii che quel particolare poteva avere un interesse investigativo ma di questo fatto ne parlammo in più occasioni con mio marito e con lo stesso Massimo Russo”.
Rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci la Camassa ha anche riferito di non aver chiesto nient'altro, pensando che Borsellino si riferisse a questioni personali e ha anche detto che Borsellino, in sua presenza, non ha mai pronunciato la parola "trattativa" ed era rammaricato per il fatto che alla Procura di Palermo, non gli era permesso di seguire indagini sulla mafia. "Credo - ha dichiarato - che ad ostacolarlo fosse Giammanco. Borsellino, nonostante fosse una persona tendenzialmente ottimista, dopo la morte di Giovanni Falcone spesso era turbato. Sosteneva che alla Procura di Palermo, si sentiva forte la presenza e il peso del potere politico. Borsellino pensava di poter dare il suo contributo nella lotta alla mafia palermitana e alle indagini sulla strage di Capaci".

“Borsellino si fidava troppo del Ros, lì dentro c'è gente pericolosa”
Proseguendo nella propria testimonianza la Camassa ha riferito che il maresciallo dei carabinieri di cui Borsellino più si fidava a Marsala, Carmelo Canale, le aveva confidato che "Borsellino si fidava troppo di quelli del Ros, ma lì dentro c'è gente pericolosa" e che lei, sapendo del legame di fiducia reciproca tra il maresciallo e il procuratore, interpretò, almeno inizialmente, quelle parole come una sorta di gelosia per l'avvicinamento investigativo di Borsellino ai carabinieri del Ros di Palermo. Sempre nel verbale del luglio 2009 la Camassa era stata ancora più precisa “mi indicò i nomi dell’allora colonnello Mori e del generale Subranni, sostenendo egli che si trattava di personaggi ‘pericolosi’, senza precisare altro”. Un fatto, questo, che la sorprese in quanto conosceva la stima di Borsellino nei confronti dell’Arma.
Proseguendo nella propria testimonianza la Camassa ha anche parlato di Domenico Signorino, il pm del maxiprocesso suicidatosi a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo che lo accusavano di essere vicino a Cosa Nostra. “Io ed il collega Russo ci trovammo in difficoltà quando sapemmo che era stato designato procuratore capo vicario di Marsala al posto di Borsellino. Il suo nome era emerso in un'indagine e di lì a giorni avremmo mandato un avviso di comparizione a Signorino come teste per il processo sulla mafia partannese. Doveva spiegare perché tra le carte sequestrate a uno degli imputati si trovavano vari riferimenti alla sua persona con tanto di numero di telefono”. Non solo “Una volta insediatosi a Marsala si dimostrò molto insistente per avere informazioni su pochi fascicoli ma piuttosto particolari. Erano le inchieste su Culicchia e Gunnella.
Alla domanda del pm che le chiedeva se potesse essere lui l'amico che lo aveva tradito la Camassa ha risposto che non pensa ma nemmeno si sente di escluderlo.
Il magistrato ha poi riferito in merito ad alcuni episodi che hanno avuto come protagonista Angelo “Ninni” Sinesio. “Io Sinesio pensavo fosse un poliziotto – ha detto - solo dopo la morte di Paolo scoprì che era un uomo del Sisde. Era un esperto di appalti e una volta chiese a Borsellino se poteva raccomandarlo per un trasferimento a Catania, Borsellino ne discusse con Contrada e Parisi in un vertice ma lui fu trasferito solo dopo la morte di Paolo. (…) Sinesio raggiunse me e mio marito in un ristorante di Pizzolungo, io ero agitata perché erano uscite le prime cose su Signorino e in un momento di disperazione dissi a Sinesio che Borsellino aveva ascoltato Mutolo che gli aveva parlato di Signorino e Contrada. Queste cose me le disse Antonio (Ingroia ndr). Tanti anni dopo Ingroia mi chiamò e mi disse che il canale attraverso il quale Contrada venne a sapere di Mutolo ero stata io. Mi chiese conferma e io confermai”.

La fiducia su Germanà
In aula si è parlato anche di Rino Germanà, il funzionario di polizia scampato a un imboscata dei corleonesi guidati da Bagarella. La Camassa ha ricordato che “Borsellino si fidava ciecamente di lui, ne apprezzava l'intuito investigativo e lo promosse alla criminalpol che era il luogo ideale per un poliziotto come Rino, che conosce bene il territorio. Restammo colpiti di come Germanà anticipò con il solo intuito quello che ci dissero in seguito molti pentiti. Quando lo trasferirono a Mazzara del Vallo restammo basiti: intanto perché passare dalla Criminalpol a un normale commissariato equivale a una sorta di retrocessione e poi perché mandarlo a Mazara significava darlo in pasto ai lupi”. E alla domanda se il trasferimento avvenne dopo che indagò su Mannino la Camassa ha confermato: “Si esattamente”. Quindi ha ricordato la collaborazione preziosa in merito ad un'indagine che prendeva spunto da una relazione del giudice Salvatore Scaduti per identificare un parlamentare di nome Enzo, riconducibile a un'azione che tendesse a influenzare l'esito del processo per l'omicidio Basile, che si era risolto con un incontro promosso dal notaio Pietro Ferraro nei confronti di Scaduti. “Compito di Germanà era quello di identificare chi fosse quell'Enzo - Nella rosa dei parlamentari di nome Enzo il fascicolo era arrivato a Marsala perché si era arrivati a un certo Enzo Culicchia. Ma gli approfondimenti di Germanà portarono ad elementi chiari che quell'Enzo non era Culicchia ma Inzerillo.

La testimonianza di Massimo Russo
Di questi fatti, dell'indagine assegnata a Germanà ha parlato anche l'ex pm Massimo Russo che ha anche prodotto una relazione che fece nel 1994 in merito all'allora capo procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli. “Per me – ha detto in aula - in merito a quell'inchiesta fu fatto un depistaggio per impedire di arrivare ad Enzo Inzerirllo”.
Anche Massimo Russo ha parlato del famoso episodio in cui Borsellino si lasciò andare in un pianto. “Non ho una memoria precisa. Mi sembra che lui all'inizio del discorso aveva accennato ad un pranzo o ad una cena che aveva avuto a Roma con degli investigatori. Ad un certo punto si alzò e si accasciò sul divano. E' in quel momento che disse qualcosa del tipo 'un amico mi ha tradito'. Non riuscivo a capire a cosa si riferisse e poi aggiunse parlando della procura di Palermo: 'qui è un nido di vipere'. Era un'altra persona, cambiata rispetto a Marsala. Non ricordo se in quel contesto parlammo anche di Signorino e dell'applicazione di questi a Marsala. Io sono portato a ritenere che quell'incontro sia precedente all'interrogatorio che poi facemmo con la Camassa a Signorino, che è stato il 12 giugno, ma non escludo che sia successivo. Il mio cruccio? Non aver chiesto di chi parlasse quando disse del tradimento”.  

Questione Dap, non c'è Amato. Parla Fazzioli
In assenza di Nicolò Amato, che ha fatto pervenire un certificato medico alla Corte, a salire sul banco dei testimoni è Edoardo Fazzioli, ex magistrato in pensione nonché ex vicedirettore del Dap. Questi ha ricordato l'applicazione, immediatamente dopo l'emanazione della legge sul 41 bis, ai boss ed il trasferimento nelle carceri: “Per quello che ricordo subito dopo la morte di Falcone fu approvato l'articolo 41 bis. Subito dopo l'emanazione della legge da parte della polizia ricevemmo la lista di persone che dovevano essere applicate. Martelli voleva che fossero trasferiti subito nelle super carceri ma non fu possibile. La sezione Agrippa di Pianosa non era pronta. Passarono due tre mesi per ripristinare l'istituto. Poi i boss furono trasferiti in massa”.
Quindi ha confermato di aver sentito parlare di dissociazione in merito ai detenuti per i reati di criminalità organizzata: “A livello non ufficiale ma di incontro tra colleghi si parlava anche di dissociazione ma fu abbandonata. Se ne parlava perché era stata utilizzata con il terrorismo ma si distinsero le due cose. Perché il terrorista lo puoi disarticolare il mafioso resta mafioso per tutta la vita. Di questo se ne parlava dopo l'arresto di Riina, nel periodo delle stragi del 1993 (rettificando quanto detto ai pm di Palermo a cui aveva dichiarato in passato che di questo se ne parlava tra le stragi del 1992 e la fine dello stesso anno ndr)”.
E lo stesso ha fatto per le finalità della dissociazione (in passato individuata con “la necessità di bloccare le stragi che sembravano durare all'infinito”) individuandola nell'intento di far esplodere dall'interno la mafia”. “Di questa ipotesi non ricordo di averne parlato con Amato. Per me era una chiacchiera senza costrutto. Sulle tempistiche oggi non ricordo bene”.

Il processo è stato infine rinviato al prossimo 26 maggio quando avrà luogo il primo giorno della trasferta a Roma, presso l'aula bunker di Rebibbia, dove verranno sentiti i pentiti Mutolo, Trombetta e Romeo. A seguire il 27 sarà la volta di Ferrante, Grigoli, Sinacori e Drago, il 28 Fontana, Di Matteo e Messina, per poi concludere il 29 maggio con Malvagna, Vara e Grazioso.



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da: AntimafiaDuemila.com






 

 

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