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Falcone, ancora un processo in cerca di verità PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lirio Abbate   
Sabato 24 Maggio 2014 09:57
di Lirio Abbate - 23 maggio 2014

Chissà perché gli uomini del clan di Brancaccio, capeggiato dal boss Giuseppe Graviano, vicino a imprenditori del Nord, politici della prima e seconda Repubblica e a massoni, non erano mai finiti nelle indagini, come esecutori, per la morte di Giovanni Falcone e nemmeno per quella di Paolo Borsellino. Oggi i pm di Caltanissetta ci sono arrivati e li processeranno a 22 anni di distanza. Il dibattimento avrà inizio proprio nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci. Un nuovo processo la cui istruttoria farà luce su diversi punti oscuri, a cominciare dal fatto che secondo il procuratore Sergio Lari non c'è stata alcuna manina esterna a Cosa nostra che è intervenuta a Capaci nella fase esecutiva della strage a Falcone. Ma a piazzare i tredici bidoncini con il loro carico di 500 chili di esplosivo sotto l'autostrada, per i pm sono stati solo i mafiosi.

Ed è pure escluso che la 'ndrangheta reggina possa averci messo il becco, come sosteneva il pentito Consolato Villani, le cui dichiarazioni non sono state riscontrate dalle indagini. Viene fuori dunque una «verità processuale» che sfata luoghi comuni e mediatici che secondo gli inquirenti sono stati creati attorno al cratere dell'autostrada Capaci-Palermo.

Eppure i Graviano, con i loro uomini, erano stati tenuti fuori - non si comprende ancora il vero motivo - dalle ricostruzioni investigative sull'esecuzione degli attentati. Deviando di fatto su altri personaggi che oggi sono risultati estranei a questi fatti. E per questo motivo è stata avviata la revisione dei processi per quanto riguarda la strage di via d'Amelio. Non ci sarà, invece, alcuna revisione, o stravolgimento di indagini, per quanto riguarda l'attentato di Capaci, in cui morirono il 23 maggio 1992 i giudici Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della polizia di Stato Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, mentre rimasero feriti l'autista giudiziario Giuseppe Costanza e altri tre poliziotti dell'ufficio scorte di Palermo.

Brancaccio, con il suo feroce gruppo di fuoco, e Graviano, come esecutore, sono rimasti fuori fino al 2008, quando sulla scena giudiziaria è arrivato Gaspare Spatuzza, ex sicario dei Graviano, che ha iniziato a collaborare prima con l'allora Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, poi con i pm di Caltanissetta, Firenze e Palermo. È stato questo mafioso a parlare degli incontri che Graviano avrebbe fatto nel 1993 con Dell'Utri e Berlusconi. E il quadro investigativo è cambiato. Anzi rivoluzionato, grazie all'arrivo di un altro importante collaboratore di giustizia, Fabio Tranchina, autista di Graviano.

Per la strage di Falcone la giustizia ha riconosciuto fino adesso la responsabilità di trentasette persone, tra mandanti ed esecutori materiali (tutti organici ai più importanti mandamenti mafiosi di Palermo, oltre a due dichiarazioni di non doversi procedere per morte del reo che si riferiscono ad Antonio Ferro e a Giacomo Gambino).

Tutto parte da Totò Riina e dagli anni Ottanta. Come dice il procuratore Lari davanti al giudice al quale ha chiesto di processare gli esecutori della strage: «Cosa nostra decise di abbandonare la strategia dei plurimi singoli omicidi per eliminare i traditori interni ed i più strenui oppositori esterni, come era avvenuto in tutti gli anni Ottanta con l'eliminazione di importanti servitori dello Stato, e si avviò verso la stagione del terrorismo mafioso. Dunque, non è certo la pronuncia della sentenza della Cassazione sul Maxi Processo (30 gennaio 1992) a segnare il reale incipit della strategia stragista: Cosa nostra aveva antenne ben addentrate nelle istituzioni per riuscire a capire, ancor prima, che la decisione finale di questo processo sarebbe stata, con ogni probabilità, a sé contraria».

Per Riina i giudici Falcone e Borsellino era considerati i responsabili dell'esito del Maxi processo e per Cosa nostra continuavano ad essere una spina nel fianco della mafia.

Che sia stato Riina a volere la morte di Falcone è ormai chiaro a tutti, ed è ricordato anche dallo stesso “capo dei capi” intercettato in carcere mentre parla con il suo compagno di “passeggiata”, il pugliese Alberto Lo Russo. Sebbene queste intercettazioni, come sottolinea la procura di Caltanissetta, «devono ancora essere sottoposte al rigoroso vaglio», i pm non si sbilanciano, e non danno alcuna definitiva conclusione: «Tuttavia non si può non rilevare che proprio Riina, colloquiando, si attribuisce l'idea della strage di Capaci e l'uso di esplosivo recuperato “a mare”»

Oggi sono trascorsi ventidue anni dalle ore 17 e 56 minuti di quel tragico pomeriggio del 23 maggio 1992 in cui Cosa nostra ha messo in opera un attentato terroristico-mafioso senza precedenti nella storia del nostro Paese per la quantità di esplosivo adoperato e la conseguente devastazione dell'autostrada, le cui tremende immagini fecero il giro del mondo. A premere il telecomando che fece esplodere i 500 chili di esplosivo fu Giovanni Brusca, che pochi anni dopo fece strangolare e sciogliere nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo.

Quelle immagini orrende della strage e il sacrificio di uomini dello Stato contribuirono in maniera netta a scombussolare le coscienze dei palermitani. E poi quelle dei mafiosi che iniziarono a pentirsi in massa. Cosa nostra da quel momento cambiava pelle e anche il proprio destino.

La gente a Palermo piangeva per strada, e in migliaia si piazzarono davanti al palazzo di giustizia il cui atrio fu trasformato in camera ardente. I palermitani sentivano quel lutto come se fosse un dolore di famiglia, una lacerazione dell'anima. E per questo piazzarono lenzuoli ai balconi, scesero in strada per lunghe catene umane che collegavano il palazzo di giustizia all'abitazione dei giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. L'albero davanti all'ingresso del palazzo in via Notarbartolo è diventato un simbolo di vita. Le testimonianze di allora e i ricordi di quei giorni terribili per Palermo sono ben mostrati dal film “ Il secondo tempo ”, di Pierfrancesco Li Donni, dal quale emerge «come a Palermo la notte può essere anche una metafora a vent’anni dalle stragi di mafia. La Palermo del Secondo Tempo è una città che avrebbe potuto essere e non è stata, ma anche una città dove bisogna capire cosa si fa quando finisce un’emergenza democratica e ricomincia la quotidianità».

Sono diversi i testimoni che raccontano quei giorni di dolore, e di reazione. Fra tutti i fotografi Michele Naccari e Franco Lannino, che sono sempre stati presenti sui fatti di nera e giudiziaria a Palermo. E c'erano anche il pomeriggio di quel 23 maggio. Franco scattava le foto sul cratere dell'autostrada, una dietro l'altra, mentre gli scendevano le lacrime. Michele, per tentare di sdrammatizzare davanti alla telecamera, dice: “Ecco perché molti scatti sono venuti sfuocati». «Poi ci siamo seduti sul bordo della strada e abbiamo pianto».
 



 
Ogni 23 maggio per ricordare le vittime della strage arrivano a Palermo migliaia di studenti da tutta Italia. Arrivano con la nave che parte da Civitavecchia. In questi ventidue anni tutti chiamano per nome le vittime. E ciò che fa strano è che fin da subito lo hanno iniziato a fare anche i detrattori del dottor Falcone, quelli che gli erano sempre stati ostili e nemici durante la sua attività professionale e che tanti bastoni fra le ruote gli misero per impedirgli di andare avanti nella carriera.

Occorre qui fare un passo indietro. Tornare all'indomani delle migliaia di anni di carcere inflitti dai giudici del maxi processo, che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano istruito. Proprio allora cominciarono ad attaccarli entrambi, a delettigimarli professionalmente. Borsellino quando fu procuratore di Marsala subì l'accusa di professionista dell'antimafia, ma quello che gli bruciò di più era la calunnia falsa e gratuita di essere “prudente” coi potenti soprattutto. E di usare la sua funzione per fini addirittura personali. Gli si mise in bocca addirittura la frase che chiedere voti alla mafia non è reato. Attribuendogli poi di avere archiviato un'indagine nei confronti di un politico locale per ottenere in cambio una candidatura nelle fila del partito socialista.
Naturalmente tutto falso.

Falcone fu accusato di aver dato ad un pentito licenza di uccidere, di prepararsi da solo gli attentati per avere la nomina a procuratore aggiunto, di avere insabbiato le indagini sui delitti politici e di attentare con l'idea della super procura (quella che poi è diventata la procura nazionale antimafia) all'autonomia e all'indipendenza della magistratura.

Il pentito Tommaso Buscetta lo aveva avvertito: “Signor giudice dopo quelle dichiarazioni su Cosa nostra e sulle sue relazioni esterne cercheranno di distruggerla fisicamente moralmente e professionalmente non dimentichi che il conto con Cosa nostra non si chiuderà mai”. E il dottor Falcone, fiducioso, rispondeva: “Non si preoccupi, prosegue, dopo di me ci saranno altri magistrati che continueranno”. E la mafia gli presentò il conto il 23 maggio 1992.

E Borsellino fisicamente e moralmente distrutto per la perdita del suo amico Falcone si assunse questa pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto egli avrebbe seguito il suo destino impegnandosi nelle indagini senza risparmio, in una vera lotta contro il tempo. Ai suoi amici che lo consigliavano di lasciare tutto, di andare via da Palermo, rispondeva: “Non è mio amico chi mi dà questi consigli. Gli amici sinceri sono quelli che condividono le mie scelte. Come potrei fuggire e deludere le speranze di tanti cittadini onesti”.

È in queste parole il senso del dovere che oggi ci impegna tutti insieme ad urlare contro la mafia e a quello che rappresenta, facendo il proprio dovere.

Borsellino in quei 57 giorni attese, purtroppo invano, che i magistrati di Caltanissetta lo chiamassero a testimoniare. Solo a loro Borsellino voleva svelare quello che sapeva di Falcone. Ma quella chiamata dei pm di Caltanissetta, 22 anni fa, non arrivò. Perché?


Lirio Abbate (L'Espresso, 23 maggio 2014)






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