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Mutolo accusa in aula: 'Mandai a dire a Riina che potevo intercedere per Signorino e per Ayala' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 26 Maggio 2014 22:03
di Aaron Pettinari - 26 maggio 2014

“Prima del maxiprocesso, mandai a dire a Riina che potevo intercedere per Signorino e per l'altro pm Ayala. Lui mi disse ''fatti il carcerateddu e poi fuori ci pensiamo noi. Al momento dell'imputazione, a me hanno chiesto 25 anni e al mio capo mandamento, Giacomo Giuseppe Gambino, hanno chiesto solo 10 anni. Questo lo vedo come un ‘favore’ che Ayala ha fatto a Gambino”.

E' la prima volta che il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo parla in aula del giudice Giuseppe Ayala. Lo ha fatto quest'oggi al processo Borsellino Quater che si sta celebrando innanzi alla Corte d'assise di Caltanissetta, in trasferta presso l'aula bunker di Rebibbia a Roma. “Queste cose le dissi anche al giudice Natoli – ha aggiunto Mutolo – Gli raccontai di questo episodio e lui tempo dopo mi spiegò che Ayala aveva scambiato “u'tignusu” (Giacomo Giuseppe Gambino) per un altro Gambino della Guadagna che era comunque a processo. A Natoli avevo detto di questo fatto di Ayala ma non insistetti anche perché ormai era entrato in politica non lo facevo come un pericoloso. Per me restava una figura ambigua. Seppi da Enzo Sutera, mafioso di Partanna Mondello, che c'era chi ci portava droga. E si diceva che avesse il vizio del gioco”.
Ma non è questa l'unica “rivelazione inedita” che ha espresso oggi in aula. Parlando della propria collaborazione con la giustizia ha infatti detto di aver avuto diversi colloqui con “personaggi di Palermo”. “Dopo le stragi c'era l'urgenza di arrestare la violenza dei corleonesi. Per combattere la mafia era una lotta senza quartiere. Io cercavo collaboratori. Ho aiutato diversi mafiosi a pentirsi. Penso ai miei colloqui con Cancemi e Di Matteo. Ma parlavo anche con altri. Alla Dia lo sapevano che mi vedevo con queste persone. Informavo De Gennaro e Gratteri. Sono professionisti, qualcuno di loro è anche andato in galera come il professore Barbaccia”.


L'incontro con Borsellino
Rispondendo alle domande dei pm Mutolo ha poi riferito dell'incontro con Paolo Borsellino, il primo luglio del 1992. “Quell'incontro doveva essere segreto. Borsellino venne con il giudice Aliquò. Io chiesi di lui dopo aver parlato con Falcone. Io misi subito le cose in chiaro con Borsellino. Dovevamo fermare i corleonesi, fermare la potenza militare che avevano. Poi ci saremmo occupati di altro e gli feci i nomi di Signorino e Contrada. Questo scambio di parole non fu verbalizzato perché era stato in un momento in cui ci eravamo appartati. Quando iniziamo a verbalizzare ad un certo punto arriva una telefonata e Borsellino mi dice: “Vado dal ministro”. Quando è tornato da me il giudice era assai nervoso, rosso in faccia con le sigarette nelle mani. Ne aveva appena accesa una che già ne teneva una seconda in mano. Era preoccupato perché aveva incontrato Parisi e Contrada e mi disse che già sapevano del nostro incontro. Anzi mi portò addirittura i saluti di Contrada che si era messo a disposizione nei miei confronti 'per qualsiasi cosa avessi di bisogno'. Per lui fu un vero choc”.
Rispondendo alla domanda di Fabio Repici, avvocato di Salvatore Borsellino, Mutolo non ha escluso totalmente che tra i nomi fatto al giudice Borsellino vi fosse anche il nome di Ayala. “Non mi ricordo. Certo non lo posso affermare anche perché parlai di diversi giudici. Se ho fatto certi nomi era per far capire quella che era la situazione del tribunale di Palermo. Io mi fidavo di Borsellino perché sapevo che certi nomi sarebbero rimasti in quel momento segreti. Temevo per me e la mia famiglia. Non ci potevamo permettere che certe cose arrivassero a certe figure”. Quindi ha parlato del tema della dissociazione: “La prima vola che sentii questo termine fu dal dottor Borsellino non nel primo interrogatorio ma in quelli avvenuti pochi giorni prima di morire. Io ero distante ma lo ascoltai discutere con altre persone. E lui gridando diceva 'Sono pazzi, sono pazzi'. Lui non era d'accordo con questa dissociazione. Se ne parlava perché c'erano boss che volevano ripudiare la camorra e la mafia senza dover dire nulla sui fatti, sulle famiglie”.
Tra le altre cose dichiarate oggi in aula poi vi sono state (quelle, ndr) sulla morte di Impastato, “voluta da Gaetano Badalamenti prima di essere messo da parte” e del depistaggio che ne ha seguito. “Si inventarono che Impastato faceva l'attentato dinamitardo ma non era vero”.

Trombetta: “Spatuzza mi disse che questo Scarantino diceva caz...”
A salire sul banco dei testimoni a Roma è anche il collaboratore di giustizia Agostino Trombetta, favoreggiatore della famiglia di Brancaccio, che ha portato un'importante conferma alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza su Maurizio Costa, il cui nome è tra gli atti (indagato per false dichiarazioni al pm ndr) che la Procura generale di Caltanissetta ha inviato alla Corte d'appello di Catania, per supportare la richiesta di revisione del processo sulla strage di via d'Amelio. Spatuzza sostiene che Costa non sapesse a cosa doveva servire la 126, ma il pentito ha spiegato che era comunque “a disposizione” del clan di Brancaccio, “per sistemare le auto rubate”. Nello specifico il boss di Brancaccio parlò di centomila lire date a Costa “per comprare i pezzi di ricambio gli spiegai che dovevamo fare un lavoretto su una 126, per sistemare la frenatura. Gli dissi che la cosa dovevamo farla sul posto dove si trovava la 126. Gli dissi soprattutto di non andare a dire a nessuno cosa stavamo andando a fare”. E Trombetta oggi in aula ha confermato certe circostanze: “Se c'era bisogno di un luogo per dormire per la latitanza di Gaspare Spatuzza Maurizio era a disposizione”. E poi ha aggiunto: “Costa smontava le auto al magazzino di Spatuzza. In genere si portavano lì le auto rubate. Una volta ricordo che lo vidi arrivare dalla stradina che porta al magazzino. Lo stavo cercando da un po' e lui mi disse che lo aveva mandato a chiamare Gaspare, che gli aveva dato centomila lire, di non dire niente a nessuno. Che quei soldi servivano per sistemare un fanale e le pastiglie dei freni. Mi raccontò anche che stava entrando in macchina ma che Spatuzza lo fermò praticamene e poi gli diede quei soldi. Mi rimase in testa perché era strano che Gaspare non mi diceva niente così come strano era che lui pagava centomila lire. In genere ero io a pagare i soldi per i pezzi di ricambio. Anche io vidi quella macchina molto vecchia al magazzino e quando chiesi a Gaspare cosa dovevamo farci mi disse che era da sistemare per la sorella”.  
Trombetta fa riferimento anche ad un altro fatto particolarmene importante in merito ad un discorso in auto avuto con Spatuzza riguardo a Vincenzo Scarantino: “Sì mi disse che era un pezzo di merda, perché diceva cazzate e stava rovinando tutti. Già si sapeva che collaborava con la giustizia e che parlava della Fiat 126. Quando è accaduto questo colloquio? Tra il 1994 ed il 1995. Non ne parlai prima perché non diedi peso a questa dichiarazione. Per me Spatuzza mi diceva soltanto che Scarantino diceva fesserie. Poi nel 2009 ho ricollegato”.  

"Le stragi? Per il 41 bis e Berlusconi"
Ultimo pentito ascoltato in aula è stato poi Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio già condannato per la strage di via dei Georgofili, ha raccontato di quelle che erano le motivazioni che hanno portato poi alle stragi. “Ne parlavo con Francesco Giuliano. Lui mi disse che si facevano per il 41 bis”. Nello specifico ne parlarono poi anche in un'altra occasione in cui vi era presente anche Gaspare Spatuzza. “Giuliano mi raccontava che c'era un politico che ci diceva che si dovevano mettere le bombe. Io prima avevo sempre saputo da Francesco Giuliano di un politico, ma non sapevo chi era. Poi un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Giuliano commentava gli attentati e chiese a Spatuzza ‘Perché li abbiamo fatti, per chi, per Andreotti o Berlusconi?’ e Spatuzza rispose: ‘Per Berlusconi’.” E sempre stando a quanto aveva appreso da altri mafiosi e dallo stesso Gaspare Spatuzza, Romeo ha aggiunto che "era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti”. E se le stragi dovessero concludersi con quella all'Olimpico o meno ha detto: “Non lo so ma io ho fatto ritrovare dell'altro esplosivo che stava a Roma”.  Il processo si è quindi concluso con il rinvio alla giornata di domani quando, in base al programma, saranno sentiti i pentiti Ferrante, Grigoli, Sinacori e Drago.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)




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