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Ferrante: "Provammo noi i telecomandi per l'attentato di Borsellino" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Mercoledì 28 Maggio 2014 15:00
via-damelio-web1di Aaron Pettinari - 27 maggio 2014

(audio)

"Facemmo delle simulazioni per provare i telecomandi che dovevano azionare l'autobomba circa 15 giorni prima della strage di via D'Amelio. Li provammo vicino viale Regione Siciliana. Allora non sapevo ancora che l'obiettivo era il giudice Borsellino". Ha ribadito il proprio ruolo nell'eccidio di via D'Amelio il collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, ex uomo d'onore di San Lorenzo, fortemente legato a Salvatore Biondino, ascoltato quest'oggi presso l'aula bunker di Rebibbia nell'ambito del processo Borsellino quater.
Ascoltato in qualità di teste assistito, dopo che la Corte d'Assise di Caltanissetta ha acquisito i vari verbali di deposizione ed interrogatori, il pentito ha parlato anche del compito che ha svolto nel giorno dell'attentato ovvero quello di telefonare a un numero di cellulare per segnalare l'arrivo in via D'Amelio del corteo delle auto di scorta del giudice Borsellino. "Eravamo io, Salvatore Biondino e Giuseppe Graviano - ha detto in aula - quest'ultimo mi lasciò un bigliettino con scritto un numero di telefono. Il giorno della strage io mi trovavo a pattugliare via Belgio e dovevo avvisare del passaggio delle auto. Diversi anni dopo, quando eravamo entrambi arrestati, Giuseppe Graviano mi disse che se mi chiedevano della telefonata fatta in via D'Amelio dovevo dire che avevo parlato con una donna. Ma la voce all'altro lato del telefono era quella di un uomo".

Insomma anche i capimafia di Brancaccio non volevano in alcun modo che si venisse a sapere del proprio coinvolgimento nella strage. Ferrante ha ribadito come in quell'incontro nei sotterranei del tribunale di Palermo i Graviano fossero "sicuri di sé al punto di dire che 'tra un paio d'anni andremo tutti a casa e che le cose sarebbero cambiate'".

Rispondendo alle domande di pm ed avvocati l'ex boss di San Lorenzo non è riuscito a chiarire i motivi che lo portarono a fare ben quattro telefonate a quel numero che gli diede il capomafia di Brancaccio (dalle indagini è emerso che apparteneva ad un altro boss, Fifetto Cannella ndr), una dopo la mezzanotte ("probabilmente per segnarmi il numero sul cellulare", ha detto Ferrante), due al mattino (alle 7.36 ed alle 9.46), e l'ultima al pomeriggio alle 16.52, dalla durata di sette secondi. Fu proprio quest'ultima, con ogni probabilità, la telefonata fatta per avvisare del passaggio della vettura del dottor Borsellino. Altro fatto "anomalo" è anche l'utilizzo di una cabina telefonica, sempre in via Belgio, per compiere un'ulteriore telefonata. "Non ero sicuro di aver trasmesso l'ordine - ha raccontato Ferrante - e così chiamai dalla cabina".
La pista sbagliata su via D'Amelio
Parlando delle indagini sulla strage il pentito ha aggiunto: "Parlammo con Salvatore Biondo e Salvatore Biondino delle stragi e dell'arresto di questo Pietro Scotto. Si commentò che si stava prendendo una direzione sbagliata nelle indagini sulla 126. Si parlava di questo collaboratore che raccontava cavolate sulla 126. A me dissero che erano presenti dei fusti di calce con dentro l'esplosivo. Quando parlai di queste cose all'autorità giudiziaria? Lo dissi da subito ma la Palma mi disse che la pista della 126 era corretta".
Quindi ha riferito di un altro dialogo con Filippo Graviano: "Con lui mi trovavo al carcere dell'Asinara. Si parlava di Salvatore Vitale. Mi disse che non c'entrava niente con la fase deliberativa della strage. Poi seppi che abitava proprio dove stava Borsellino. Così compresi che Filippo Graviano sapeva della strage".
Un altro particolare importante, raccontato oggi in dibattimento, riguarda poi il riferimento alla possibile caduta di un muro nei pressi di via D'Amelio a causa dello scoppio. "Biondino mi disse che con lo scoppio questo sarebbe potuto cadere addosso a chi avrebbe premuto il telecomando". Del muro aveva riferito anche il collaboratore di giustizia Tranchina parlando di un'affermazione di Giuseppe Graviano durante un sopralluogo in via D'Amelio: "Graviano disse 'Va bene, mi accomodo nel giardino'" che si trova proprio coperto da un muretto nelle vicinanze del luogo della strage.

Le dichiarazioni di Sinacori

E' stata quindi la volta dell'audizione di Vincenzo Sinacori. L'ex boss trapanese ha ricordato in particolare una riunione a Castelverano in cui si deliberarono gli attentati a Falcone, Martelli e Costanzo da effettuare in continente, a Roma. "C'erano Riina, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Mariano Agate ed altri - ha detto il pentito - Fu in quel momento che Riina diede l'incarico di partire per Roma e fare questi attentati. Venne creato proprio un gruppo speciale che obbediva solo a Riina. Andammo a Roma portando armi ed esplosivo e iniziammo gli appostamenti. Parteciparono anche i napoletani. Quando capimmo che l'unico fattibile nell'immediato era l'attentato a Costanzo io tornai in Sicilia e incontrai Riina che mi disse di far rientrare tutti perché ci avrebbero pensato loro. E poi ci fu Capaci". Sulle stragi del 1993 ha aggiunto: "C'era chi si opponeva che venissero fatte in Sicilia come Provenzano, Raffaele Ganci e Brusca. Avevano paura che il cerchio si potesse stringere troppo e così andammo in continente".
Anche Sinacori ha parlato di Scarantino. "Tutti sapevamo che non era uomo d'onore - ha detto - Da una parte si diceva che poteva essere un bene che parlasse perché così screditava i pentiti. Ma ce ne sono stati tanti così. Per esempio c'era un certo Scamuzzo che diceva che io mi chiamavo Aladino, o poi ancora un altro di Castelvetrano, Calcara, che si autoaccusava dell'omicidio Lipari quando l'omicidio Lipari l'ho fatto io con altri".

Quindi, nel pomeriggio, sono stati sentiti Drago e Salvatore Grigoli. Entrambi utili per ricostruire le dinamiche all'interno della famiglia di Brancaccio e dare manforte alle dichiarazioni già rese dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. In particolare la testimonianza di Grigoli ha un certo peso in merito alla vicenda dei contatti tra i Graviano e Marcello Dell'Utri. Il collaboratore di giustizia ha infatti raccontato che nel periodo tra il '93 e il '94, il boss Nino Mangano gli ha detto "che i Graviano avevano in mano un personaggio". Poi precisa: "All'epoca quel nome non mi diceva nulla, ma oggi mi dice qualcosa: Dell'Utri". Ha quindi ricordato un altro episodio in cui tra i mafiosi del mandamento di Brancaccio emerse il nome di Marcello Dell'Utri. "Mi ricordo che all'epoca - ha affermato Grigoli - si parlava tra di noi di un ragazzino che giocava a calcio, tale D'Agostino. Venni a sapere che i Graviano si interessarono per farlo giocare nel Milan, e così, in quest'altra occasione, venne fuori ancora una volta il nome di Dell'Utri". Lo stesso Dell'Utri a cui, raccontano i pentiti, "i Graviano segnalarono il giovane calciatore D'Agostino perchè andasse al Milan".
Grigoli ha anche parlato di una serie di contatti tra mafia e Stato nel tentativo di limitare il 41 bis e per altre richieste. E le autobombe di Milano, Roma e Firenze sarebbero dovute servire a far capire allo Stato che doveva cedere. "Nino Mangano - ha detto Grigoli - mi disse che c'erano contatti con lo Stato per trattare, ma non so chi fossero gli intermediari, né chi decidesse gli obiettivi delle stragi. Sicuramente percepivo che Cosa Nostra aveva contatti con settori di vario tipo".
Rispondendo alla domanda se avesse mai sentito parlare della Falange Armata ha detto: "Sì. Fu Francesco Giuliano a rivendicare a nome della Falange Armata le stragi. L'indicazione veniva da Giuseppe Graviano ma non so di più".
Durante la deposizione il collaboratore di giustizia ha anche dato l'impressione di emozionarsi un istante quando ha parlato dell'omicidio Puglisi. "Ho ucciso un santo - ha detto - ricordo perfettamente l'attimo prima di sparare. Lui mi guardò sorridendo e dicendomi 'me l'aspettavo'. Non posso mai scordarlo e chissà che anche lui ci ha messo una mano per farmi essere oggi qui a parlare. Seppi solo dopo che lo uccisi nel giorno del compleanno".
Il processo è stato quindi rinviato a domani mattina, sempre presso l'aula bunker di Rebibbia, quando verrano sentiti i pentiti Fontana, Di Matteo e Messina.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

In foto: Via D'Amelio subito dopo l'esplosione dell'autobomba



AUDIO by RadioRadicale
Processo Borsellino quater (Strage di via d’Amelio)
Roma 27 maggio 2014 - 6h 5' 56"



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da: AntimafiaDuemila









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