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I misteri su Via D'Amelio di Mario Santo Di Matteo irrompono nel Borsellino quater PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Giovedì 29 Maggio 2014 11:14
di Aaron Pettinari - 28 maggio 2014

Terzo giorno di trasferta romana per il processo “Borsellino quater” che vede come imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino.
Oggi è stata la volta dell'audizione del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo,  padre di Giuseppe, il bambino rapito da Cosa nostra e sciolto nell’acido dopo due anni prigionia.
Il pentito ha ribadito di aver preso parte alle fasi preparatorie dell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone, e di aver fornito ai fratelli Graviano, i boss mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio, i telecomandi che poi sarebbero stati utilizzati per far saltare in aria l’autobomba che 57 giorni dopo uccise a Palermo il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. “Un paio di telecomandi li aveva comprati Brusca, erano di quelli che si usano per le macchinette – ha raccontato l'ex boss di Altofonte - Li prese in un negozio di giocattoli. Altri due invece li portò Rampulla. Facemmo più prove per l'attentato di Capaci. Questi telecomandi li avevo io in custodia e qualche tempo dopo venne Antonino Gioé a chiedermi questi telecomandi su ordine di Brusca. E li consegnammo ai Graviano. Siamo prima della strage di via d'Amelio ma io non sapevo che servivano per quello”. Ma non è solo su questo aspetto che i pm nisseni, Gozzo, Luciani e Paci hanno voluto sentire il pentito.
Quella di Mario Santo Di Matteo non è sicuramente stata una collaborazione con la giustizia facile. Eppure che non abbia ancora rivelato tutto quello che sa in merito all'attentato al giudice Borsellino, in cui persero la vita anche gli uomini della scorta, è un dubbio più che legittimo in particolare se si prende in esame l'intercettazione del 14 dicembre del 1993 in cui questi si trova a colloqui con la moglie Francesca Castellese, presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo drammatico in cui la madre appare disperata con il padre che è convinto che per suo figlio non c'è più nulla da fare. E' a quel punto che la Castellese invita il marito a non parlare più:


CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso

DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa
CASTELLESE:  parlare della mafia
DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu
CASTELLESE:  come non ha caputu un cazzu?
Parlano sottovoce
CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Io chistu ti dicu … forse non hai capito
DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…
CASTELLESE:  Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio
Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile
DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu
CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti …  
DI MATTEO: Cu?
CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu
DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)
(…..)
CASTELLESE:  cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)
Incomprensibile, parlano a bassa voce
DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno


E' partendo da questa conversazione che il pm Nico Gozzo ha lanciato in aula un appello ulteriore al collaboratore di giustizia affinché dica davvero tutto quello che sa sulla strage di via d'Amelio. Del resto lo stesso pentito, intervistato dal Tg1 il 23 novembre 2008, aveva dichiarato che avrebbe presto fatto “i nomi dei Killer della strage di Via d’Amelio”. Eppure, ancora una volta, Mario Santo Di Matteo ha preferito trincerarsi dietro “l'errore”. “Non può essere così – ha detto – io ho sempre detto tutto. Io se sapevo altre cose su Borsellino le avrei dette. Caso mai su Capaci volevano che stavo zitto. Si parlava così di mio figlio. Mia moglie era preoccupata. Si parlava di poliziotti che potevano interessarsi per cercare mio figlio. Non c'è assolutamente altro”. Eppure è tutto scritto nero su bianco e sembra davvero esserci poco spazio per le interpretazioni. Non solo, in un verbale del 1997 parla anche dei coinvolgimenti di Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e Carlo Greco nella strage di via d'Amelio e che Riina aveva incaricato i Graviano della strage, anche se oggi ha ridimensionato: “Di Brusca dico che era per forza informato come capomandamento”) dicendo che Aglieri e Greco erano presenti ad un incontro nel periodo precedente alla strage. Di Matteo ha anche escluso di aver ricevuto in questi anni nuove minacce da quando è stato ucciso il figlio.
L'ultimo colloquio con Gioè
Altro episodio misterioso che ha visto coinvolto Di Matteo prima che fosse pentito è quello dell'ultimo dialogo con Antonino Gioé, prima che questi morisse in circostanze che ancora oggi sono tutte da chiarire nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. “Mi trovavo presso il carcere di Rebibbia e passeggiavo all'esterno durante l'ora d'aria. Da una finestra si affaccia Gioé. Mi sembrava un barbone per come era messo in viso. Gli chiesi come stava se faceva colloqui con la famiglia. Mi disse che stava bene che mangiava pesce spada e che tutti i giorni vedeva il fratello. In quel momento capii che stava combinando qualcosa e pensai che stesse collaborando. E all'indomani mattina mi portano all'Asinara. Lì dopo qualche giorno che si diffuse la notizia della morte vennero ad interrogarmi e mi dissero che Gioé aveva parlato di me nella lettera. Io sono sempre convinto che si sia ucciso perché aveva saltato il fosso”.
Di Matteo ha anche confermato degli incontri tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, uomo che “a dire di Gioé era appartenente dei servizi segreti. Ci serviva perché si doveva interessare del fatto del carcere duro. Lui ne aveva parlato con Brusca. In cambio avremmo dovuto recuperare un quadro ma poi questa cosa è finita”.

Leonardo Messina: “Feci a Borsellino i nomi di D'Antone e Contrada”
Il secondo collaboratore di giustizia sentito in aula è stato Leonardo Messina. Di fornte alla Corte d'assise di Caltanisetta, il collaboratore di giustizia ha parlato di una riunione che si è tenuta ad Enna in cui “si sviluppò una nuova strategia. In quel periodo c'erano contatti con altre forze politiche per nuovi contatti. Mi informarono anche che la Lega era nostra alleata che Bossi era un ‘un pupo’. Mi si spiegò che l’uomo forte della Lega era Miglio, che era in mano ad Andreotti”. Non solo.
Sollecitato dalle domande dei pm ha parlato anche della massoneria (“Era usuale che alcuni membri di Cosa nostra entrassero in contatto con certe entità. Io stesso entrai e informai Piddu Madonia”), e del rapporto che vi era tra le varie organizzazioni mafiose italiane: “Mi riferirono che c’era una commissione nazionale, una struttura che deliberava tutte le decisioni più importanti ed evitava la guerra continua tra le varie mafie. In commissione sedevano i rappresentanti delle organizzazioni criminali. C'era Cosa nostra, la 'Ndrangheta e i napoletani”.
Nel corso della sua deposizione, il pentito di San Cataldo si è soffermato anche sulla riunione nella quale si decise di uccidere Giovanni Falcone e Gaspare Mutolo (anch'egli collaboratore di giustizia). Messina non partecipò a quell’incontro, ma venne a conoscenza dei temi trattatati tramite il suo referente mafioso (Borino Miccichè). “Nessuno si oppose – ha raccontato il pentito – si decide anche di usare la sigla terroristica Falange Armata. Era una nuova strategia politica della Commissione a cui nessuno apparentemente si oppose anche se in realtà c'erano due correnti a quel punto. Un'ala stragista e una più moderata. Queste cose le dissi a Borsellino quando iniziai a collaborare”. E in realtà al giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 aggiunse anche altro. “Noi avemmo un breve dialogo non verbalizzato pochi giorni prima dell'attentato. Io alle riunioni non sentii mai l'idea di un attentato a Borsellino e glielo dissi allo stesso giudice. Eppure lui aveva il volto tirato, temeva di morire di lì a poco. La sera prima di morire, mi disse che non ci saremmo più visti. Sapeva di dover morire. Io gli dissi che nella riunione (nella quale venne deciso di uccidere Falcone, ndr) non era stato fatto il suo nome. Forse sbagliai a rassicurarlo. Gli dissi anche che sapevo che Mutolo collaborava. Da chi lo appresi? Dagli ambienti della caserma in cui mi trovavo”.
A Borsellino parlò anche di contatti tra Cosa nostra ed esponenti dei Servizi segreti. “Noi sapevamo che Contrada era vicino. Ma lo era anche Ignazio D'Antone, dirigente della Squadra Mobile di Palermo. Questi nomi li ho fatti al dottor Borsellino nel nostro colloquio informale. Ma gli parlai anche di vigili urbani, pretori, avvocati, onorevoli. Tutti a braccetto con la mafia”.

Fontana, l'Addaura e il Castello Utveggio
Ultimo dei teste a sfilare quest'oggi innanzi alla Corte presieduta da Balsamo è stato il pentito Angelo Fontana. Questi ha iniziato la propria deposizione ripercorrendo le fasi della propria collaborazione entrando subito nel vivo del proprio “ripetuto cambio di versione” in merito al proprio coinvolgimento nei fatti. “Per essere considerato in un certo modo come collaboratore di giustizia dovevi aver compiuto qualcosa di un certo tipo ed io avevo bisogno di accreditarmi in qualche modo – ha detto rispondendo alle domande dei pm – Così mi inventai la partecipazione all'attentato fallito contro il giudice Falcone. Ma a parte questo ho detto quello che so e che mi è stato raccontato”. L'ex boss dell'Acquasanta, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, non poteva essere infatti presente in quanto, a quel tempo, si trovava in America dove viveva con l'obbligo di firma a New York. A prescindere dalla propria presenza o meno non si può ignorare il riscontro della polizia scientifica che incastra proprio Angelo Galatolo, che era stato già condannato nel primo processo per la bomba piazzata da Cosa nostra davanti alla villa del giudice Giovanni Falcone, nel giugno 1989. Anche perché gli accertamenti hanno ribadito che è sua la macchia di sudore rinvenuta ventuno anni dopo su una maglietta che era stata abbandonata accanto alla borsa carica di esplosivo. “Galatolo aveva il telecomando in mano – ha raccontato il collaboratore - era dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare. Poi, l'attentato non si fece perché Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare dopo aver notato la presenza della polizia sugli scogli. Galatolo, che aveva il telecomando, si gettò in acqua”.
Ma il pentito ha fornito un contributo, e per questo in particolare ha deposto quest'oggi, sul Castello Uveggio. L'ex boss dell'Acquasanta ha ribadito, seppur con meno certezza, che “ Vincenzo Galatolo mi disse che Gaetano Scotto andava a Monte Pellegrino per incontrare alcune persone dei Servizi. Anche se non ho mai approfondito. A me mi parlavano di amici, delle persone”. Scotto è uno degli scagionati della strage, anche se, così come scoperto da Gioacchino Genchi, telefonò per ben due volte al Cerisdi, che si trovava proprio all'Utveggio, il 6 febbraio ed il 2 marzo 1992. Un aspetto che resta tutto da chiarire.
Il processo è stato quindi rinviato a domani quando, sempre all'aula bunker di Rebibbia, saranno sentiti i collaboratori di giustizia Malvagna, Vara e Grazioso.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)


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