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Verità sull’omicidio Agostino: una lotta contro il tempo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari   
Mercoledì 25 Giugno 2014 21:45
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 25 giugno 2014

Cosa può dire la giustizia italiana a un padre, a una madre e ad una famiglia intera, che da 25 anni chiede la verità sull’omicidio del proprio congiunto? Che la prescrizione sta letteralmente “salvando” uno dei protagonisti del depistaggio delle indagini su quell’assassinio?! E’ una risposta amara quella che giunge a Vincenzo e Augusta Agostino, genitori del poliziotto Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 insieme a sua moglie Ida Castelluccio. La Procura di Palermo, nelle vesti dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, ha chiesto nel dicembre del 2013 l’archiviazione per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto, sospettati di essere i killer di Nino Agostino e di sua moglie Ida e per Guido Paolilli, l’ex poliziotto indagato per aver depistato le indagini sull'omicidio. Per quest’ultimo, a parere della Procura, è scattata la prescrizione in quanto il reato a lui contestato è stato consumato nell'agosto 1989. La richiesta di archiviazione giunge dopo che la stessa Procura di Palermo nel 2007 aveva avanzato una serie di motivazioni che indicavano la necessità di continuare ad indagare sul delitto Agostino-Castelluccio.


Il ruolo oscuro di Paolilli
Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene viene focalizzata l’attenzione sulla figura del tutto ambigua di Guido Paolilli. Sotto la lente di ingrandimento finisce nuovamente la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione va in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parla del biglietto trovato nel portafoglio del figlio - dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell'armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) interroga il padre: “Cosa c'era in quell'armadio?”. E la risposta è del tutto eloquente: “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”. Quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su ordine dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto perché? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene scrivono: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e sovente veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Ma è soprattutto il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile ad infittire il mistero. Nel documento viene evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l'Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l'altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm rimarcano come questi sei fogli non siano inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziano solo due accessi di perquisizione all'interno dell'abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non ha minimamente chiarito la questione, per altro scegliendo di non voler rinunciare alla prescrizione.

Quei gravi depistaggi
Il pm Nino Di Matteo evidenzia al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino hanno comunque dimostrato come fin dall’inizio sia stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo resta comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi è di fatto accertato. Secondo la Procura è altresì evidente che lo stesso Paolilli è responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma la prescrizione non perdona. E comunque, secondo il pm, in caso di archiviazione, si potrebbe ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo.

Nessuna prescrizione
Di tutt’altro avviso l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, secondo il quale sarebbe invece erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – sottolinea il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’A.g. ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Non archiviate!

E’ il 3 febbraio di quest’anno quando l’avv. Fabio Repici inoltra formale opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto e per l’ex poliziotto Guido Paolilli. Per il legale della famiglia Agostino la posizione di Gaetano Scotto appare “sufficientemente raggiunta da elementi di responsabilità che rendono ben plausibile per lui l’esercizio dell’azione penale”. E proprio in merito a Scotto lo stesso Repici ribadisce la risultanza di “una piena convergenza del molteplice” e cioè quel valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’art. 192 del codice di procedura penale. Vengono quindi citate le “dichiarazioni di reità palesemente autonome” di alcuni collaboratori di giustizia: Vito Lo Forte (che riferisce quanto saputo da Pietro Scotto) e Oreste Pagano (la cui fonte è Alfonso Caruana), secondo i quali Agostino e la moglie erano stati assassinati “perché il poliziotto conosceva e stava per denunciare la contiguità di appartenenti alla Polizia di Stato all’organizzazione Cosa Nostra”. Nel documento difensivo vengono evidenziati determinati “elementi indiziari” ricavabili dalle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Si comincia con Giovanni Brusca, che “ha riferito della compartecipazione dei fratelli Nino e Salvino Madonia e di uomini d’onore della famiglia dell’Acquasanta, per l’appunto come Scotto, alla commissione di omicidi nel 1989”. E’ la volta poi di Angelo Fontana, che ha parlato della “responsabilità” di Gaetano Scotto nell’attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura. E poi ancora Baldassarre Ruvolo, che ha riferito della stretta frequentazione fra Gaetano Scotto e Nino Madonia proprio nell’estate 1989. Anche le dichiarazioni dei familiari dell’agente Agostino acquisiscono ulteriore importanza. Viene ricordato che la madre del poliziotto, Augusta Giacoma Schiera, ha riconosciuto in Gaetano Scotto “l’uomo dal quale il figlio si sentì seguito all’aeroporto catanese di Fontanarossa”. Così come la testimonianza di Ida Castelluccio durante l’agguato mortale, secondo la ricostruzione del legale le sue parole - “io so chi siete, vi conosco” - riferite da Vincenzo Agostino “evocano il suo rapporto di parentela con la moglie di Gaetano Scotto”. Nella richiesta di opposizione ci sono altresì quegli “elementi logici” ricavabili dalle dichiarazioni rese da Saverio Montalbano (allora dirigente del commissariato San Lorenzo, dove formalmente Agostino prestava servizio) in merito alla confidenza rivoltagli da Giovanni Falcone in merito all’omicidio di Nino Agostino (“Io devo la vita a questo ragazzo”, ndr). Secondo il ragionamento dell’avv. Repici questa stessa circostanza “richiama con evidenza l’attentato subito dal dr. Falcone un mese e mezzo prima del delitto Agostino ad opera degli stessi affiliati delle famiglie mafiose di Resuttana e dell’Acquasanta”. Ad avvalorare la tesi difensiva viene citata la condanna definitiva all’ergastolo riportata da Gaetano Scotto insieme, tra gli altri, a Salvatore Madonia, per un omicidio commesso il 29 aprile 1989, solo tre mesi prima dell’omicidio Agostino. E proprio riguardo a Scotto vengono riportati ulteriori elementi di “prova logica” che a dire della difesa derivano dalle dichiarazioni di Vito Lo Forte sui rapporti (confidati a Lo Forte da Pietro Scotto, fratello di Gaetano) fra lo stesso Scotto ed esponenti della Polizia di Stato e dei servizi segreti e “perfino dalle risultanze relative all’indagato Paolilli e alle anomalie che hanno contraddistinto l’operato della Polizia di Stato (circostanze che corroborano e rendono compatibili perfino le divergenti dichiarazioni di Brusca e Giovanbattista Ferrante, con riferimento a una partecipazione al duplice omicidio oggetto del presente procedimento), in aggiunta al dato temporale sicuramente non trascurabile della immediata consecutio fra l’attentato all’Addaura e il duplice omicidio Agostino-Castelluccio”. (…)


Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

(l’articolo integrale sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila)







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