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Borsellino quater: 'Il pentito Di Matteo parlò di Spatuzza e di via d'Amelio nel 2008' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Mercoledì 02 Luglio 2014 06:54
di Aaron Pettinari - 1 luglio 2014

C'è un nastro che, forse, avrebbe potuto dare un contributo importante per riscrivere la storia delle indagini sulla strage di via d'Amelio. Si tratta del nastro in cui venne registrata la versione integrale dell'intervista al collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo, eseguita dal giornalista Rai Raul Passaretti. Nel pezzo trasmesso dal Tg1 il 23 novembre 2008, si faceva intendere che il pentito avrebbe presto fatto “i nomi dei killer della strage di Via d’Amelio” e l'ex boss di Altofonte diceva: “Anche se io lo so non posso dire nulla”. A parlare di questo episodio è intervenuto ieri lo stesso Passareti durante l'udienza del processo Borsellino quater che si sta celebrando a Caltanissetta e che vede imputati Salvatore Madonia, Vittorio Tutino, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Innanzi alla Corte di Assise presieduta da Antonio Balsamo il giornalista Rai, rispondendo alle domande del pm Paci ha raccontato: “Quell'intervista nacque in modo quasi casuale. Si trattava di un'intervista esclusiva dove parlammo del fatto del figlio (che venne rapito, ucciso e sciolto nell'acido ndr), di Cosa nostra.

Ad un certo punto, a telecamera spenta, gli domandai di via d'Amelio, se sapesse qualcosa di quella strage con tanti misteri ancora aperti. E' lì che mi dice: 'Quelli che hanno condannato non sono loro ad aver fatto la strage. Sono altri'. E ricordo che mi fece i nomi tra cui quello di Spatuzza”. Gli chiesi di ripetere questo passaggio e mi disse che non avrebbe fatto i nomi perché li avrebbe fatti alla magistratura. Così riaccendemmo la telecamera e registrammo solo una parte di quella risposta”. Preso dall'urgenza di concludere il lavoro per il montaggio il giornalista della Rai non ha approfondito con ulteriori domande quel passaggio ma per qualche tempo la registrazione di quel colloquio resta: “Purtroppo quel nastro oggi non esiste più. Lo feci presenta alla Dia quando venni ascoltato. Noi di queste cassette ne produciamo in quantità industriale e spesso vengono utilizzate anche per effettuare due o tre servizi. Non era al tempo come oggi che si lavora con il digitale. Sono certo che lui si riferiva ai condannati in via definitiva per via d'Amelio perché poi verificai io stesso i nomi che mi fece. E poi io ero tranquillo che quello che aveva detto a me lo avrebbe raccontato ai magistrati”. Qualche giorno dopo la messa in onda però Passaretti riceve alcune telefonate dallo stesso Di Matteo e dai familiari: “Mi chiamò il figlio dicendo che lui assieme alla madre vivevano ancora in Sicilia, che il padre si era reso conto di aver detto delle nuove rivelazioni, che voleva fare una smentita. Era molto preoccupato, così come sentivo preoccupato il padre. Non riuscimmo subito a fare la smentita ma poi andò in onda. Ci accordammo per qualcosa che facesse intendere che io avevo compreso male le sue parole. Ma per me era un po' un arrampicarsi sugli specchi”.

Gifuni e le parole di Scalfaro
All'udienza di ieri è stato anche ascoltato come teste Gaetano Gifuni, già segretario generale della Presidenza della Repubblica sia con Oscar Luigi Scalfaro che con Carlo Azeglio Ciampi. Rispondendo alle domande dei pm ha ribadito alcuni passaggi politici, avvenuti negli anni delle stragi, che di fatto hanno concretizzato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
“Vi furono praticamente sei governi durante i sette anni di mandato di Scalfaro – ha ricordato – Ricordo le complessità che vi furono per la formazione del Governo Amato perché c'era la crisi del partito socialista. Ricordo che ci furono problemi per la conferma di Cirino Pomicino e Prandini, vi furono anche altri esclusi. Mentre non ricordo di problemi per la posizione di Scotti, che andò agli esteri con Mancino proposto per gli interni. Il presidente Scalfaro rimase molto male quando Scotti decise di abbandonare l'incarico”.

Le dimissioni di Martelli e la nomina di Conso
Gifuni ha anche ricordato la gestione, nel febbraio del 1993, della prima “emergenza” politico-istituzionale quando il ministro Martelli si dimise in seguito ad un avviso di garanzia notificatogli dalla Procura di Milano. Sulle circostanze e le modalità della sua sostituzione con Giovanni Conso al ministero di Via Arenula, ha ribadito: “Ricordo che ci trovavamo a Trieste quando arriva una telefonata che ci comunica dell'avviso di garanzia e delle dimissioni. Partimmo subito quel giorno per firmare il decreto di accettazione delle dimissione in sostituzione con l'interim. Poi arrivati a Ciampino con l'aereo Scalfaro fece un paio di telefonate e telefonò a Conso il quale divenne in quel momento Ministro di Grazia e Giustizia. Lui era stato ex presidente del Csm e presidente della Corte Costituzionale. Era perfetto”. E poi ha ribadito “Certo, si è fatta prima la telefonata a Giuliano Amato che non obiettò nulla.”

Cambi al Dap e 41 bis
Gifuni ha anche parlato della sostituzione di Amato al vertice del Dap, escludendo in ogni modo che c'entrasse qualcosa con la nuova disciplina del 41 bis: “Scalfaro e Conso convennero che era meglio cambiare il capo del Dap e in quel caso e venne fuori il nome di Capriotti. Scalfaro aveva stima di lui. E questo avvenne sotto il governo Ciampi. Fu un accordo tra Scalfaro, Ciampi e Conso. Da quello che so fu una decisione assunta su contrasti caratteriali perché si diceva che non ci fosse affiatamento tra il ministero e le Forze penitenziarie, e lo stesso era con i detenuti. Quella di Amato non fu una gestione delle carceri molto brillante. Non ricordo che si parlò mai del 41 bis”. Eppure è impossibile dimenticare che in quell'anno Cosa nostra inviò una lettera anonima i cui destinatari erano il Presidente della Repubblica (Scalfaro), il Papa, il vescovo di Firenze, il cardinale di Palermo, il presidente del Consiglio, i ministri della Giustizia e degli Interni, il Csm, il Giornale di Sicilia, il giornalista Maurizio Costanzo e il critico d’arte Vittorio Sgarbi. Alcuni dei quali si riveleranno gli obiettivi delle bombe che si susseguiranno di lì a poco. I mittenti chiedevano un intervento prima che potesse succedere qualcosa di grave, lamentando un trattamento penitenziario severo e privo di umanità. Inoltre veniva richiesto che “gli squadristi al servizio del direttore Amato” fossero rimossi dalle carceri. Un fatto che poi si è verificato. Gifuni comunque si dice certo: “Scalfaro non aveva considerazione per gli anonimi. Mi disse solo: 'Gifuni, agli atti'. E comunque non si era in alcun modo contrari al 41 bis. Una legge che era ritenuta appropriata e fondamentale”. In merito al 41 bis l'ex segretario generale della Presidenza della Repubblica ha anche parlato dei 41 bis non rinnovati dal ministro della Giustizia Conso: “Fu una cosa sua personale. Informò che si prendeva tutta la responsabilità personale nel limitare il rinnovo del 41 bis per un certo numero di detenuti. Questa fu una cosa che a mia memoria non creò scandalo all'epoca neanche sulla stampa. Solo poi”. E sulla trattativa ha aggiunto: “Non sentii mai nulla a riguardo e sono certo che se Scalfaro avesse saputo qualcosa avrebbe sbattuto fuori dalla porta chiunque ne avrebbe parlato”.
Sollecitato dalle domande dell'avvocato di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, Gifuni ha anche parlato del famoso discorso di Scalfaro, del novembre 1993, (in cui disse la celebre frase “Io non ci sto”) dove sin dall'inizio si misero in relazione le bombe del 1993 con le accuse di ex agenti del Sisde nei confronti dello stesso presidente della Repubblica. “Io la relazione tra i due fatti la inquadrai nel contesto che si trattava comunque di due attacchi destabilizzanti che erano consequenziali solo cronologicamente ma non strettamente legate tra loro. Sulle stragi del 1993 ricordo che in un primo momento si aveva la netta sensazione di brancolare nel buio sul perché vi fossero stati quegli attentati a Firenze, Roma e Milano. Solo Parisi era in grado di tracciare un quadro generale. Ricordo che anche quando saltarono i telefoni a palazzo Chigi nessuno riuscì a capire il cosa stesse accadendo”.
A salire poi sul banco dei testimoni è stato Franco Ionta, capo dell'amministrazione penitenziaria dal 2008 e dal 2012 che ha confermato il contenuto della nota, datata dicembre 2010, inoltrata alle Procure di Palermo e Caltanissetta. Un documento, acquisito oggi dalla Corte agli atti del processo, in cui vi è un elenco di documenti riguardo il 41 bis e le revoche avvenute i primi anni novanta. Infine il processo è stato rinviato al prossimo 11 luglio.

Aaron Pettinari (AMDuemila)


AUDIO by Radio Radicale
Processo Borsellino Quater (strage di Via D’Amelio)
Caltanissetta, 30 giugno 2014 - 2h 15' 42"

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