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'La borsa di Borsellino? Fu trovata sulla poltrona di La Barbera' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 14 Luglio 2014 21:38
di Aaron Pettinari - 14 luglio 2014

“Sapevamo che Borsellino aveva una borsa ma non sapevamo dove era finita. La trovarono, abbandonata su una poltrona, a Palermo, nell'ufficio del capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Posso escludere che al suo interno ci fosse l'agenda rossa”. Lo ha detto questa mattina, deponendo davanti alla Corte d'assise di Caltanissetta al “Borsellino quater”, Fausto Cardella, procuratore de L'Aquila, nel 1992 applicato proprio nella città nissena come sostituto procuratore per indagare sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.

Rispondendo alle domande dei pm Gozzo e Luciani, Cardella ha ripercorso le varie fasi d'indagine che lo hanno visto partecipe in quegli anni all'interno della Procura allora diretta dal Procuratore Tinebra. “Ricordo che con la Boccassini arrivammo i primi di novembre, il due o il tre – ha detto il magistrato - Io già il cinque mi recai a Palermo proprio per questa storia della borsa di Borsellino. Sulla presenza nell'ufficio di La Barbera della borsa di Paolo, ne parlammo proprio con lui. Ma il capo della mobile disse che se l'era ritrovata lì e non sapeva come ci fosse arrivata. All'interno c'era sicuramente un'agenda marrone, di quelle appartenenti ai carabinieri. C'era poi un'agenda con alcuni numeri di telefono ma l'agenda rossa, di cui ne aveva parlato il maresciallo Canale (in realtà in luglio ne denunciò la scomparsa Antonino Caponnetto, ndr), non c'era”.

Ha quindi ribadito come sul ritrovamento della borsa venne avviata un'attività investigativa per capire chi fosse presente in via d'Amelio nei momenti successivi alla strage e possa aver preso quella borsa lasciandola a lungo avvolta in un mistero. “Cercammo di ricostruire come la borsa fosse arrivata proprio nell'ufficio di La Barbera. In quel periodo - ha rievocato Cardella - si facevano diverse ipotesi, a seguito anche di qualche esposto anonimo, circa la presenza sul luogo dell'attentato, di rappresentanti istituzionali. Lo stesso venne fatto qualcosa per l'agenda rossa ma non ricordo assolutamente fotografie o fotogrammi di agenti con in mano la borsa. Io me ne andai da Caltanissetta nel dicembre 1993 e queste cose emersero anni dopo”.
E poi ha aggiunto: “Ricordo degli approfondimenti investigativi sulla presenza di Bruno Contrada nel luogo della strage, cosa che poi non fu confermata, e ricordo che ci confrontammo anche con i colleghi di Palermo sull'omicidio del maresciallo Guazzelli. Non pensavamo ad un collegamento diretto con la strage di via d'Amelio ma si riteneva che potesse costituire un tassello importante per capire quel che era avvenuto. In particolare però ci concentrammo sugli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino, su tutta la vicenda dell'interrogatorio di Mutolo e della visita del giudice al ministero degli Interni”.


Quell'interrogatorio con Candura
Il magistrato ha anche riferito in merito alla figura del falso pentito Salvatore Candura, arrestato nel settembre del ‘92 per rapina e violenza sessuale e che pochi giorni a seguire iniziò a parlare del furto della Fiat 126 usata come autobomba per l’attentato di via D’Amelio. Secondo l’artefice di quello che si rivelò un grande depistaggio, l’auto era stata rubata su incarico di un altro falso pentito, Vincenzo Scarantino, dietro compenso. “Quando arrivammo a Caltanissetta noi trovammo già queste persone in cella – ha detto - Sapevo che erano state arrestate inizialmente per un motivo e poi c'è stata una microspia in cella che portò ad una nuova imputazione. Non posso dire se vi fosse una strategia. Io ricordo che partecipai ad un interrogatorio a Milano di Salvatore Candura. Escludo comportamenti anomali da parte di chi era presente oltre a noi pm. Candura aveva elementi che destavano perplessità sia per la sua caratura criminale sia per il suo rapporto di parentela con la proprietaria della 126, poi utilizzata come autobomba nella strage di via d’Amelio. Gli davamo credibilità per via della microspia che era collocata nella sua cella”. Eppure Candura, così come Andriotta e Scarantino, non era un vero pentito e soltanto diciassette anni dopo ha ammesso ai pm di aver inventato anni di testimonianze dietro minacce di Arnaldo La Barbera, allora capo della squadra mobile di Palermo, e di altri funzionari della polizia.


L'abbandono di Genchi

Tra gli episodi approfonditi quest'oggi in aula anche la brusca fine della collaborazione alle indagini di Gioacchino Genchi, all'epoca commissario di polizia, e successivamente consulente informatico di diverse procure. In particolare Cardella ha ricordato quel che avvenne nel maggio del 1993 quando, assieme alla Boccassini, inviò una nota al Procuratore capo Tinebra, in cui si rappresentava la sorpresa per “il fatto che il dottor Genchi abbia improvvisamente deciso di non collaborare più alle indagini, secondo quanto riferisce La Barbera, adducendo giustificazioni generiche e non del tutto convincenti”. Del resto in quel periodo Genchi si stava interessando di delicate indagini sui contatti telefonici dell'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada (la cui audizione si sarebbe dovuta tenere quest'oggi ma che non è stata possibile per motivi di salute, ndr). Una missiva in cui non emergono contrasti, malumori e perplessità su Genchi ed i suoi spunti investigativi.
Eppure Cardella in aula ha raccontato in parte ciò che aveva già riferito la Boccassini, ovvero che i rapporti tra la Procura e Genchi si erano “incrinati”. “Il rapporto con Genchi si incrinò quando lo stesso Genchi propose di indagare sui movimenti bancari e in particolare sulla carte di credito in uso al giudice Giovanni Falcone. Proposta che scartammo nella sua utilità perché non ritenevamo che fosse d'aiuto alle indagini. Ma non possiamo sapere se il motivo della sua decisione di non partecipare alle indagini sulle stragi del '92, arrivò per questo motivo. Arnaldo La Barbera non ci spiegò mai il perché di questo dietrofront e io stesso, quando Genchi venne in Procura a parlare con me, non riuscii a capire le reali motivazioni”. Un capitolo, quest'ultimo, che resta tutt'altro che concluso specie se si considera che lo stesso Genchi, già sentito al “Borsellino quater”, ha raccontato in aula come le sue dimissioni spontanee fossero da ricondurre al diverbio avuto con lo stesso La Barbera in merito all’arresto di Pietro Scotto che avrebbe fatto saltare la pista del coinvolgimento dei servizi segreti. Cardella ha detto di non aver mai saputo nulla di ciò da una parte sostenendo l'importanza del lavoro compiuto da Genchi per lo studio dei tabulati telefonici in un'epoca in cui per molti sarebbe stato impossibile, dall'altra avanzando dubbi sulla sua professionalità. Professionalità che non è invece mai stata messa in discussione neanche nei confronti di chi per mesi ha avuto la borsa di Borsellino quasi sottomano (in ufficio, ndr) senza averla mai repertata. L'udienza è stata quindi rinviata al prossimo 25 settembre.


Aaron Pettinari (fonte: AMDuemila)



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