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Morto Federico Orlando, con Montanelli se ne andò da Berlusconi e fondò La Voce PDF Stampa E-mail
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Scritto da Redazione ilfattoquotidiano.it   
Domenica 10 Agosto 2014 10:00
Orlando_Federico

di Redazione ilfattoquotidiano.it - 9 agosto 2014

È morto venerdì sera, all’età di 85 anni, il giornalista Federico Orlando. Nato a San Martino in Pensilis, in provincia di Campobasso, dopo aver lavorato al Messaggero e al Giornale d’Italia, entra nel Giornale diretto da Indro Montanelli, di cui diventerà condirettore. Con Montanelli condivide la rottura con l’editore Silvio Berlusconi e la conseguente nascita de La Voce. Dal 2008 diventa condirettore di Europa.

Orlando non è solo un giornalista, ma anche un politico. Dopo una militanza nel Pli, il Partito Liberale italiano guidato da Giovanni Malagodi, nel 1996 viene eletto deputato nelle liste del Partito Democratico della Sinistra, per poi passare prima all’Idv di Antonio Di Pietro, poi ai Democratici, il partito con il simbolo dell’asinello fondato da Romano Prodi. Infine, aderisce prima alla Margherita di Francesco Rutelli, poi ai Radicali.
 

“Maestro di vita e di giornalismo” scrive il sito di Europa, di cui era condirettore. Parole di affetto anche da Articolo21: “Federico Orlando non è stato solo fondatore e presidente di Articolo21 ma anche il garante della nostra autonomia”, affermano in una nota Giuseppe Giulietti, Tommaso Fulfaro e Stefano Corradino, rispettivamente portavoce, segretario e direttore. “Fino all’ultimo giorno – continua la nota – non ha mai rinunciato alla scrittura, inviando i suoi contributi” sia a Europa sia al sito di Articolo21. “Nonostante la malattia, lo ha fatto con il garbo, la passione e l’ironia di sempre – concludono da Articolo21 -. Troveremo il modo di ricordarlo nella maniera più degna. Un abbraccio alla moglie e ai due figli nonché nostri colleghi Alessandra e Edoardo. Gli amici lo ricorderanno lunedì alle 17 nella sede di Europa in via Ripetta”. Di questa settimana l’ultimo editoriale su Europa, un invito alla classe politica a realizzare un reale riformismo.

di Redazione ilfattoquotidiano.it - 9 agosto 2014
 

 

Federico Orlando, oppositore di tutti i conformismi

Federico Orlando era un giornalista, un intellettuale e un signore d’altri tempi. Si definiva “liberaldemocratico” e, diversamente dai tanti sedicenti tali, lo era per davvero. Chi, come il sottoscritto, l’ha avuto condirettore al Giornale e poi alla Voce,ha sperimentato dal vivo il significato profondo di quella che oggi appare come un’etichetta vuota. Ma che, per lui, era una missione di vita, professionale e intellettuale. Simpatizzante del Pli di Malagodi, negli anni 70 fu con Montanelli e pochi altri sulle barricate (culturali, si capisce) contro il conformismo culturale di sinistra. E negli anni 90 fu naturale per lui opporsi al nuovo conformismo montante: quello della presunta destra targata Arcore. Anche se, si capisce, toccò anche a lui, come a Montanelli e a tutti i montanelliani, l’accusa di aver voltato gabbana ed essersi venduto alla sinistra. Lo ricordo nel 2002-2003 appassionato come un ragazzino nelle battaglie dei girotondi contro le leggi vergogna e gli editti bulgari del Caimano, che concretizzò fondando con Beppe Giulietti e altri l’associazione Articolo21 e tenendo alta la bandiera di una cultura – quella liberale – divenuta pressochè clandestina proprio quando tutti a parole cominciavano a sventolarla. Sullo scorcio del 1993, in pieno braccio di ferro Montanelli-Berlusconi, ero vicecorrispondente del Giornale dal Piemonte e le mie cronache sul Giornale del processo a Cesare Romiti per le tangenti e i falsi in bilancio della Fiat suscitarono le vibrate proteste di Casa Agnelli, culminate nella convocazione di Federico nel sancta sanctorum di Corso Marconi a Torino. Lì prima Romiti e poi l’Avvocato gli chiesero gentilmente di non farmi più scrivere del loro processo, promettendo in cambio aiuto. Orlando tornò a Milano e riferì a Montanelli, che non solo decise che avrei continuato a occuparmi dello scandalo Fiat, ma lo pregò di non dirmi niente di quelle pressioni, perchè non ne fossi influenzato. Infatti non ne seppi mai nulla, finchè Federico non raccontò l’episodio due anni dopo nel suo libro “Il sabato andavamo ad Arcore”. Non so quanti altri direttori e condirettori, specialmente oggi, si comporterebbero così. Anche per questo è stato un onore e un privilegio lavorare con lui.


Marco Travaglio (www.articolo21.org, 9 agosto 2014)






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