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Scandalo dei petroli, 'Celotto non ha mai smesso d’indagare' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fabio Poloni   
Sabato 16 Agosto 2014 08:31
di Fabio Poloni - 15 luglio 2014

«Fare il finanziere era la sua vita. Ma, dopo quel che gli è successo, quel mondo per lui era diventato una fogna, e ha deciso di lasciare. Gli eroi non sono graditi».

È morto nella sua casa di Castelfranco Bruno Celotto, 67 anni, il finanziere che nel 1979 diede il via al “secondo scandalo petroli”, portando alla luce un’evasione fiscale da duemila miliardi di lire e toccando i vertici non solo delle Fiamme Gialle, ma di tutta la politica italiana, passando per i servizi segreti e la P2. Il ricordo commosso di Celotto è nelle parole di Enzo Guidotto, amico di una vita, ex consulente della Commissione parlamentare antimafia. «Rischiò la carriera per portare avanti quell’indagine», dice Guidotto, «ma non solo: rischiò anche la vita. C’erano di mezzo i servizi segreti, e in quegli anni i servizi segreti italiani erano specializzati nei finti incidenti... Celotto girava come uno straccione per non farsi riconoscere, barba incolta, vestiti logori».

Era malato, Celotto, e lunedì un tragico incidente domestico gli è costato la vita: forse a causa di un malore, è caduto rovinosamente dalle scale di casa. I funerali si terranno domani mattina alle 10 nella chiesa di Salvarosa. Questa sera, alle ore 20, il rosario nello stesso luogo. Celotto lascia la moglie e tre figli.

Ha combattuto contro un mondo più grande di lui. Doveva essere il suo mondo, si è rivelato un nemico subdolo, meschino. Quell’indagine, nata anche dalla sua caparbietà (trovò lui gli autisti che trasportavano il petrolio e che ruppero il silenzio), fece emergere uno dei più grandi scandali italiani della storia: una vendita sistematica di benzina e gasolio di contrabbando, senza il pagamento delle imposte, coperta e sostenuta da alte cariche della Finanza. Partita dalla Procura di Treviso (con il sostituto procuratore Domenico Labozzetta e il giudice istruttore Felice Napolitano), l’indagine ne toccò altre 17, tra le quali Venezia, Torino, Milano. «È stata l’operazione che gli ha dato più soddisfazioni a livello personale», racconta Guidotto, «sono convinto che, anche dopo aver lasciato la divisa, abbia continuato a cercare la verità. E lo abbia fatto fino all’ultimo, fino a lunedì scorso».

L’inchiesta portò a una sfilza di condanne in primo grado, nel 1987, a carico di gran parte dei petrolieri e dei membri della Guardia di Finanza indagati. I giudici affermarono, nella motivazione della sentenza, che «il contrabbando ci fu, ma le cosiddette protezioni politiche non sono state provate». Tra i nomi era spuntato anche quello di Giulio Andreotti, allora ministro della Difesa: il parlamento negò la messa in stato d’accusa.

Una foto immobile dell’Italia, da affiancare a quella del recente scandalo-Mose. I punti di contatto tra i due scandali erano molti, secondo Celotto: «Anche nel caso dei petroli c’erano i generali della Finanza coinvolti», ha detto in una delle sue ultime uscite, «e anche lì hanno fatto di tutto per fermarci».

Labozzetta lo ha descritto come «l’uomo della svolta» in quell’indagine. Appesa la divisa al chiodo, Celotto aveva continuato a lavorare per una società di vigilanza a Castelfranco, con sorveglianza all’Iper “I Giardini del sole”. Non importa come o dove: il rispetto della legalità è sempre stato la sua legge morale. «Sia in privato che in pubblico citava l’articolo 54 della Costituzione», racconta infine Guidotto: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Fabio Poloni (La Tribuna di Treviso, 15 luglio 2014)














 







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